venerdì 8 marzo 2013
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Mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si apprestava a varare l’ennesimo "giro di sanzioni" nei confronti del regime comunista della Corea del Nord, a causa dell’imperterrito proseguire del suo programma nucleare militare, il leader della Repubblica asiatica pensava bene di calmare le acque minacciando un attacco atomico preventivo contro gli Stati Uniti. Una minaccia probabilmente irrealizzabile, almeno per ora, e purtuttavia impossibile da sottovalutare per qualunque amministrazione americana. Di fronte a una simile sfrontatezza, persino la Cina, che pure non ha un gran numero di alleati, sembra aver deciso di abbandonare al suo destino (almeno per un po’) il terzo Kim succeduto al padre e al nonno sul trono repubblicano e comunista di Pyongyang.Il neopresidente cinese Xi si direbbe voglia imprimere un’accelerazione sulla strada della ricerca di una maggiore sintonia tra Pechino e Washington in tutta l’area del Pacifico. Le autorità cinesi sono infatti sempre più consapevoli che un loro eccessivo protagonismo nell’area, o perlomeno un eccesso "di audacia", rischia di alimentare quelle inquietudini che hanno contribuito a portare al potere a Tokyo un governo assai meno docile verso Pechino di tutti quelli che l’hanno preceduto. La piattaforma della "crescita armoniosa" della Cina all’interno di una comune prosperità asiatica, capace di contenere le preoccupazioni dei vicini per la crescita del gigante asiatico, è sempre più vacillante. È stata soprattutto la crisi economica mondiale a rendere difficile la sostenibilità della promessa cinese, per l’accentuarsi oggettivo della competizione intrasiatica, ma un ruolo lo ha giocato senza dubbio anche la preoccupazione dei Paesi vicini per una possibile ulteriore recrudescenza del nazionalismo Han. Mentre infatti sembrano intensificarsi i moti di protesta contro la corruzione delle élite, la sempre più diseguale distribuzione di ricchezza e opportunità e il ritorno della povertà nelle regioni dell’interno, in molti si sono chiesti se le autorità di Pechino non abbiano deciso di giocare la carta del nazionalismo per riunire sotto la bandiera un popolo che appare sempre meno coeso.L’amministrazione americana – e il nuovo segretario di Stato Kerry – è difficile che vogliano lasciarsi sfuggire l’occasione di un avvicinamento strutturale nei confronti della Cina, a cui si guarda con un interesse sempre maggiore, alimentato dalle perplessità circa le capacità europee di contribuire alla ripresa del ciclo espansivo dell’economia. Non sfugge, a chi sappia guardare con sufficiente disincanto al mondo politico di Washington, come l’ostinazione per il rigore dei conti da parte di Berlino e Bruxelles inizi a riecheggiare fin troppo quel radicalismo fiscale repubblicano che ha portato al fiscal cliff negli States.Il volgere al sereno delle relazioni sino-americane non deve però trarre in inganno. Proprio la possibilità che Pechino riesca a liberarsi dal fardello di Pyongyang apre infatti al rischio che Kim adotti sempre più il profilo del "mad dog", del cane pazzo che nessuno è più in grado di condizionare se non proprio di controllare. Si tratta della vera sfide di questo decennio: la moltiplicazione di focolai di disordine in un mondo che sembra diventare apolare, piuttosto che multipolare: indifferente alla logica della potenza e delle sue polarità, ovvero alla capacità dei "grandi" di tenere minimamente sotto controllo la situazione.
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