martedì 16 dicembre 2008
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Caro Direttore,una crisi passeggera, si diceva. Poi, si è parlato di recessione. Ora, sembra qualcosa di più serio. Il dogma secondo cui il prodotto interno non deve mai diminuire è stato infranto. Ma, a ben pensare, forse è meglio così. Esso poggiava su un ingiusto sistema di cose: che il venti per cento della popolazione ricca del pianeta possedesse l’ottanta per cento dei beni, mentre, l’ottanta per cento dei poveri, solo il venti. Sono sorte due nuove potenze commerciali (la Cina e l’India) e le cose sono cambiate. Oggi, a causa di questo, possiamo affermare che il cinquanta per cento degli abitanti del mondo possiede il cinquanta per cento dei beni. Può non piacerci ma è più giusto. Negli ultimi anni, eravamo andati nell’Est in cerca di operai a buon mercato ed essi hanno appreso, prima, a produrre i manufatti per noi, poi a farseli da soli. Ma le crisi svolgono anche un ruolo positivo. Attivano la mente. Rendono ponderati nell’uso del denaro. Se due anni fa, nel nostro delirio di onnipotenza, compravamo senza misura, ci coprivamo di regali; adesso siamo più selettivi. Comprendiamo che non tutto è necessario. Diminuisce l’arroganza e aumenta il rispetto verso gli altri popoli. Sarà un Natale più austero, si dice. Se la crisi, in questo Natale, ci rendesse più saggi, ridonandoci essenzialità e semplicità, allora servirebbe. Purtroppo, lo sconvolgimento attuale non è solo economico. Esso mina alla base i fondamenti stessi della civiltà. Sospesi tra il vecchio e il nuovo, ci troviamo nel pieno di un evoluzione valoriale, paragonabile forse solo a quella che segnò il trapasso dal mondo pagano al mondo cristiano, con tutto il disorientamento e il malessere che ne consegue, specie per i giovani che hanno, più degli altri, il dono di cogliere i punti fragili di una civiltà. L’Italia, nonostante le punte di efferatezza registrate dalla cronaca degli ultimi mesi, rimane tuttora, con la sua costellazione di paesi e cittadine, un territorio sostenuto da valori tradizionali e religiosi, da reti relazionali calde e condizionanti. Una sorta d’isola felice. Chissà ancora per quanto! Ovunque, tuttavia, ci sono persone che soffrono per il relativismo e la disumanizzazione in atto. Sono come luci accese, nella notte, che vegliano nell’attesa del nuovo, chiedendosi: come cambierà questo mondo e, soprattutto, cosa potrà rinnovarlo?

Luciano Verdone, Teramo

La sua bella riflessione, caro Verdone, ci aiuta ad affrontare il Natale con maggiore serietà e minore superficialità. Certo la ricchezza nel mondo si è riequilibrata grazie al progresso industriale e commerciale dei due giganti asiatici. Ma ciò non ha impedito il permanere di vaste aeree di povertà, di fame, di miseria (e non solo nei Paesi del Terzo Mondo, ma anche in casa nostra, nelle sacche di emarginazione dell’opulenta Italia contemporanea). Situazioni di bisogno così estremo che, a confronto, risultano ben sopportabile cosa le ristrettezze imposte dalla crisi a certo nostro incosciente consumismo. Naturalmente, come lei osserva, le età di crisi «svolgono anche un ruolo positivo». Basti pensare all’America degli anni Trenta e all’Italia postbellica, nazioni letteralmente rifiorite dopo un’autentica tragedia economica e sociale. Si trattava, però, di società in crescita: sia culturalmente, sia politicamente, sia demograficamente. Di società coese da una forte identità, da un comune senso di appartenenza, valori che non risultavano intaccati neppure dalle guerre civili (quella americana del 1861-65 e quella del 1943-45 in Italia). Oggi, invece – e qui la sua lettura, favorita dall’esperienza di docente e di educatore, è molto lucida – abitiamo un mondo completamente diverso, irriconoscibile rispetto a un passato pur recente; un mondo antropologicamente mutato. L’alta qualità di vita che gli indicatori e le statistiche internazionali ancora riconoscono alla nostra nazione (e che è merito appunto di un tessuto familiare e sociale in buona parte preservato e sano) non deve farci cullare sugli allori, ma deve costituire il «tesoretto» per il domani, la fortuna da non dilapidare. Oggi, più che mai, è chiesta a ognuno di noi italiani responsabilità: nello stile di vita, nei rapporti, nelle priorità. Un senso di responsabilità che non è estraneo, anzi è connaturato, alla sensibilità dei credenti, i quali devono porsi in prima fila, con libertà e speranza, al servizio del bene comune.
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