sabato 26 maggio 2018
Nel 2010 nel nostro Paese erano stati accolti 4.130 figli, lo scorso anno solo 1.439. Ma siamo il Paese che resiste meglio al crollo. Inoltre le famiglie italiane continuano a mostrarsi accoglienti
 Il mondo chiude. L’Italia ha ancora un cuore

Dal 2004 al 2016 le adozioni sono calate quasi dell’80% a livello mondiale. Dai 380mila bambini accolti in Nordamerica e nei Paesi dell’Europa occidentale 14 anni fa – picco mai raggiunto prima – si è scesi a meno di 290mila nel 2016, ultimo dato disponibile. Ma in questo inverno della solidarietà familiare c’è una tenue lucina. E, incredibile a dirsi, arriva dall’Italia. Nel nostro Paese il crollo è stato 'solo' del 55%. Nel 2010, il nostro anno più fecondo, sono arrivati 4.130 bambini.

Lo scorso anno 1.439 (dati della Commissione adozione internazionale). E non si tratta dell’unico rilievo positivo all’interno di un trend negativo. Le famiglie italiane continuano a mostrarsi accoglienti anche nei confronti di tutti quei bambini 'problematici' – con lievi patologie, disabilità psicofisiche, difficoltà di apprendimento – che non solo non vengono accolti all’interno dei Paesi d’origine, ma neppure negli altri Paesi occidentali. I dati sono emersi durante il convegno 'Adozioni, dilemma internazionale' che si è chiuso ieri a Milano, l’appuntamento annuale di Euroadopt che quest’anno è stato ospitato dall’Italia grazie al contributo del Ciai, presenti circa 300 addetti ai lavori provenienti da 25 Paesi.

Sembra azzardato rivendicare un primato italiano dell’accoglienza familiare? Forse no, considerando che rispetto agli altri grandi Paesi europei, soprattutto Germania e Francia, le nostre famiglie sono quelle che possono contare sulle politiche familiari più fragili e, inoltre, non godono più di alcun aiuto da parte delle istituzioni nel momento in cui decidono di rivolgersi all’adozione internazionale: come è noto i rimborsi per le spese sostenute all’estero in relazione alle pratiche adottive sono stati riconosciuti solo fino al 2011. Chi ha adottato dopo quella data dovrà attendere nuove decisioni da parte del governo, al momento impensabili. C’è poi un’altra situazione che ha penalizzato il nostro Paese nel triennio 2014-2016, la sostanziale paralisi vissuta dalla Commissione adozione internazionale, con accordi bilaterali sospesi o non rinnovati, enti mai convocati e comunque tenuti all’oscuro della situazione delle varie pratiche, scandali lasciati divampare senza provvedere a circoscriverne le reali dimensioni (esemplare il caso Congo). C’è da chiedersi se, senza questa lunga apnea, in cui troppo a lungo si è lasciato credere che gli enti italiani arrivassero a 'rubare' i bambini in Africa, il calo avrebbe potuto risultare ancora meno rilevante di quel 55% emerso dai dati ufficiali. O ra che la Cai, grazie alla ristrutturazione avviata dalla nuova vicepresidente Laura Laera, ha ripreso a veleggiare in modo sicuro, è possibile sperare in una rapida inversione di tendenze? Difficile dirlo.

L’Italia 'virtuosa' grazie al suo zoccolo duro di famiglie comunque accoglienti e da un anno a questa parte, anche a istituzioni che non deprimono ma promuovono, deve comunque confrontarsi con una situazione internazionale sempre più complessa. Uno dei massimi esperti mondiali del tema, il britannico Peter Selman, sociologo politico dell’Università di Newcastle, ha tracciato un quadro tutt’altro che incoraggiante. Negli ultimi 50 anni i bambini senza famiglia accolti in Occidente hanno superato quota 500mila.

Lo studioso ha preso in esame i 23 Paesi più generosi. Innanzi tutto gli Stati Uniti, poi l’Italia, la Spagna, la Francia, il Canada e via via tutti gli altri. Il boom delle 'braccia aperte' è stato toccato dal 1998 al 2004, quando gli arrivi hanno fatto registrare un +273% mentre nei dodici anni successivi – dal 2004 al 2016 – il crollo è stato del 77% a livello mondiale. Non ci sono più bambini adottabili? Purtroppo è vero il contrario: aumentano in modo progressivo, soprattutto nei Paesi asiatici e africani, dove la crisi demografica risulta quasi irrilevante rispetto ai nostri parametri.

Lultimo dato Unicef parla di circa 120 milioni di minori senza famiglia in tutto il mondo. E allora? Cosa è capitato di tanto drammatico in quest’ultimo decennio da determinare questo assurdo cortocircuito? Non c’è evidentemente una sola causa – e infatti il titolo del convegno ha evocato la parola 'dilemma' – ma un combinato disposto di ragioni sociali, politiche e culturali. Difficile quantificare in che termini abbia pesato la crisi economica. Probabilmente non poco, almeno per quanto riguarda l’Italia. In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, mentre le adozioni crollavano, il ricorso all’utero in affitto, ben più oneroso, è risultato in costante aumento. Altrettanto complesso riflettere sulle decisioni che hanno indotto molti Paesi da cui in passato provenivano migliaia di bambini, a chiudere le porte.

Emblematico il caso Etiopia che, dopo aver permesso nell’ultimo ventennio l’adozione di oltre 10mila minori, ha deciso lo scorso anno di sospendere tutto. Desiderio di mostrare all’Occidente una nuova maturità economico-sociale tanto da poter far da sé anche per quanto riguarda i bambini senza famiglia? Probabile, anche se i volontari degli enti autorizzati all’adozione internazionale che hanno avuto la possibilità di vedere gli istituti dove sono ospitati gli orfani nel Paese del Corno d’Africa, parlano di condizioni tutt’altro che ideali. Stop alle adozioni, o drastiche riduzioni, anche per il Congo, l’Uganda, il Mali, mentre in Burkina Faso, pur con numeri irrisori, si registra una tendenza contraria.

E anche qui gli interrogativi sono molti. L’ipotesi dell’autarchia potrebbe essere più facilmente riferita alla Polonia, un altro Paese che ha sospeso le adozioni verso l’Occidente. Forse perché nel frattempo la bilancia economica autorizza i polacchi a sentirsi più 'occidentali' di altre nazioni collocate geograficamente a Ovest di Varsavia. Ma il crollo degli arrivi dai Paesi dell’Est è generalizzato. Forti riduzioni anche da Bielorussia, Romania, Ucraina. La Russia ormai concede minori con il contagocce. E, da alcuni anni, ha bloccato ogni rapporto con gli Stati Uniti. Nel 2004 furono oltre 5mila i piccoli inviati in America.

Nel 2016 nessuno. Il sovranismo ha finito per toccare anche il 'mercato' delle adozioni, così che si preferisce lasciare i minori negli istituti piuttosto che agevolare l’accoglienza da parte delle famiglie occidentali. In questo braccio di ferro geopolitico le vittime, come sempre, sono i più deboli: i bambini.

Altro dato di non facile lettura è l’aumento costante dell’età dei minori considerati adottabili. In parte la ragione potrebbe essere individuata nell’avvio di un sistema nazionale di adozioni anche in Paesi che fino a pochi anni fa ne erano privi, come India e Cina. Da quelle nazioni ormai arrivano in Occidente solo ragazzini dagli 810 anni in su, o affetti da problemi psicofisici. Ma la stessa tendenza si registra da parte dei Paesi latino-americani, dove le situazioni economiche sono ben più problematiche.

Anche in questo caso le ragioni sono diverse. Il risultato però finisce per penalizzare le scelte solidali delle famiglie occidentali, aumentando la complessità dell’inserimento. E purtroppo, in alcuni casi, anche il fallimento adottivo. Cosa attendersi per il futuro? Forse qualche bella sorpresa, ha sottolineato Selman. Più realisticamente, per quanto riguarda l’Italia, l’impegno di salvaguardare il nostro sistema delle adozioni che, come ha fatto notare Paola Crestani, presidente Ciai, rimane una risorsa preziosa, una risposta efficace per tutelare il superiore interesse dei minore senza famiglia.

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