Il male comune. Fermare Azzardopoli, non i Comuni


Marco Tarquinio giovedì 4 maggio 2017

Possibile che in Italia non riesca ancora a venire, senza se e senza ma, il giorno del «meno azzardo per tutti»? Possibile che non si riesca a tradurre in norme, e scelte strategiche, la pura e semplice e incontrovertibile constatazione che l’azzardo non crea ricchezza, ma la distrugge, non aumenta la legalità, ma la inquina? Possibile che non si sia così lucidi e capaci da capire, anticipando svolte che stanno finalmente maturando in sede europea, che è tempo di sancire un chiaro e netto divieto di far pubblicità all’azzardo, e di tagliare così la catena che lega ai signori del gambling il mondo dell’informazione, liberandolo dalle tentazioni dei silenzi densi di imbarazzo e di interessi? Possibile che ci ostini a considerare obiettivo sensato (e impunemente presentabile all’opinione pubblica) quello di legare le mani a Comuni e Regioni per impedire loro di arginare seriamente Azzardopoli e di far regredire la metastasi che ha invaso in questi anni il cuore dei nostri giorni e della nostra economia e i centri delle nostre città?


Già, come è possibile tutto questo? È quasi incredibile trovarsi di nuovo alle prese con queste domande alla vigilia di una cruciale convocazione in tema di azzardo della Conferenza che riunisce Stato ed Enti locali. Ed è praticamente impossibile rassegnarsi all’idea che la forza della lobby dell’azzardo e l’indecorosa arrendevolezza di certa politica, ma anche – e spesso prima ancora – di certa alta burocrazia, riesca a vanificare la crescente consapevolezza della gente, dei giornalisti degli stessi addetti ai lavori a proposito della inesorabile dannosità del non-gioco per eccellenza.


Per questo continuiamo a batterci perché venga il giorno in cui i rappresentanti del Governo della Repubblica italiana, a differenza di quanto faranno oggi, si presenteranno al tavolo con Regioni e Comuni per definire gli aspetti operativi di un vero grande piano di ridimensionamento della dilagante Azzardopoli nazionale e non, invece, per negoziare in modo poco trasparente e per nulla convincente accordi mediocri e pericolosi, eppure gestiti come se si trattasse di difendere un «bene comune». L’azzardo non è un gioco e non è mai un bene, perché è padre e madre di dipendenza, menzogna, irresponsabilità, solitudine, miseria e usura. L’azzardo è un «male comune», che solo per sbaglio (e non per molto) può sembrare un «mezzo gaudio».


Che oggi, allora, nessuno provi, magari con la scusa di dover bilanciare la riduzione delle slot machine, a "commissariare" la resistenza che gli Enti locali fanno in nome e per conto dei cittadini: quelli che hanno capito che cosa disfa l’azzardo nelle vita delle persone, delle famiglie e delle comunità e quelli che i danni dell’azzardo li hanno subìti sulla loro pelle. Nessuno ci provi, nessuno s’azzardi.

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