mercoledì 18 marzo 2015
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Troppi nomi che ritornano, troppe parti che non fanno i conti fino in fondo. Le ultime clamorose inchieste su fenomeni di corruzione, da quella fiorentina sulle "grandi opere" a quella "in trasferta" in Belgio, confermano ancora una volta come la malapianta del malaffare è tutt’altro che sradicata. E ancora una volta si annunciano nuove norme, più dure e punitive. Il Parlamento sembra però impantanato alla ricerca di un accordo, mentre il governo – toccato in un suo membro di spicco, il «non indagato», ma assai imbarazzato, ministro Maurizio Lupi – prova ad accelerare, annunciando (non è la prima volta...) proprie proposte su falso in bilancio e prescrizione. Nuove norme e mano pesante viste come soluzione taumaturgica. Lo sentiamo dire da ventitré anni, da quel 17 febbraio 1992, quando venne arrestato il «mariuolo» socialista Chiesa con la tangente in tasca (7 milioni, in lire, erano altri tempi...).Fu subito Tangentopoli, e a colpirla furono i magistrati di Mani Pulite. Tangentopoli uno, anche se non la prima, alla quale ne sono seguite decine e decine. I nomi dei magistrati sono cambiati, quelli dei protagonisti negativi, corrotti e corruttori, invece spesso ritornano. Soprattutto nomi di imprenditori o di funzionari pubblici. La politica, dopo il quasi azzeramento dei primi anni 90, non è certo stata indenne. I corrotti o i distratti, tra enti locali, regioni e Parlamento, non sono purtroppo mancati e, ahimè, ancora non mancano. Corruzione e infelici frequentazioni. Ci si indigna, ed è giusto. Si prova a far pulizia, e in parte ci si riesce. Ma soprattutto se ne parla molto. Moltissimo. Decisamente meno si parla dei corruttori, di chi approfitta del "sistema", facendo ricchi affari a spese delle casse pubbliche.Questo ha ben spiegato il procuratore di Firenze, Giuseppe Creazzo a proposito dell’inchiesta che non a caso è stata chiamata Operazione Sistema. Questo è ciò che il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, ha definito con sgomento «un regime» ai quali gli «onesti» devono saper «reagire». Imprenditori che approfittando di norme sbagliate, come la "legge obiettivo" del 2001 che tutti oggi dicono di voler cambiare (giusto ma tardivo...), fanno lievitare i costi grazie a compiacenti funzionari, dalle importanti protezioni. Già, questa volta si parla soprattutto di imprese e funzionari, lo "scandalo" tocca loro. Quasi una struttura permanente. Ma non abbiamo sentito una parola da parte di Confindustria, così solerte nel denunciare la «cattiva politica», e così lenta a guardare al proprio interno. Lo ha fatto, e bene, nella "primavera siciliana", cacciando chi pagava il pizzo ai clan e non denunciava. Ancora non lo ha fatto con chi pagava e paga la tangente a politici e funzionari e si rifà ingrassando i costi degli appalti, spesso eseguiti anche male. Nomi e imprese che spesso ritornano.Spiace soprattutto non aver ancora sentito una parola dal presidente degli industriali, Giorgio Squinzi. Uomo degno e imprenditore serio che però, con sfortunato tempismo, domenica scorsa se l’è invece presa con le riforme del falso in bilancio e degli ecoreati. Non dicendo nulla sulla responsabilità di coloro che, falsificando i bilanci o devastando l’ambiente, han fatto e fanno ricchi affari. E denunciando piuttosto il rischio che le nuove norme portino al "blocco" delle imprese. Siamo alle solite. C’è chi vede nelle nuove e più dure regole una panacea, e chi solo lacci e lacciuoli. Chi sostiene che l’Italia è piena di opere "impossibili" per colpa delle inchieste, e chi afferma che le opere sono bloccate proprio per colpa della corruzione. Ma ci vuole tanto a capire che l’unica via sensata è aprire e chiudere cantieri in tempi ragionevoli, con costi ragionevoli, e senza irragionevoli (e criminali) mazzette?Ha del tutto ragione il presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone quando dice che «si combatte la corruzione mettendo insieme una serie di misure che sono certamente repressive e mettendo in campo un’attività preventiva molto seria. Ma poi c’è l’ultimo aspetto, che non va mai sottovalutato, che è l’aspetto educativo, cioè il far passare l’idea che la corruzione è un vero e proprio danno per il Paese». Portare a casa quel «pane sporco» che papa Francesco ha descritto in modo indimenticabile, frutto di un mercato truccato che favorisce i soliti nomi. Non anticipiamo giudizi ancora da scrivere. Ma sono già scritti, da anni, i giudizi della Corte dei Conti sul dilagare della corruzione. Serve perciò un’operazione di pulizia, e di verità. E riguarda tutti. Gli alti burocrati, che devono vivere e operare in case di cristallo. Gli imprenditori, a cui tocca di rifiutare scorciatoie ambigue e a rischio certo. I politici, che hanno il dovere di evitare frequentazioni altrettanto ambigue e rischiose e di poter rendere sempre pienamente conto al Paese del proprio operato. L’alternativa, per tutti e per ciascuno, è quella di farsi da parte. Il primo dovere.
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