I tre punti irrisolti di Tangentopoli
giovedì 17 febbraio 2022

Cosa è stata l’inchiesta Mani Pulite? In trent’anni, a questa domanda sono state date insieme troppe risposte e troppo poche. Troppe a livello pubblico, e quasi tutte prigioniere della controversia politico-giudiziaria sorta durante l’inchiesta e polarizzatasi in opposte vulgate – ciascuna convinta di raccontarne la 'vera storia' – ree d’aver fatto degli anni 1992-1994 'un passato che non passa'. Di più, una controversia sviluppata lungo un arco di tempo in cui un mito di redenzione iniziale (Mani Pulite come 'acquazzone' che scaccia la peste della corruzione) si è mutato in un mito di dannazione finale (Mani Pulite come origine di tutti i mali della cosiddetta Seconda Repubblica). La stessa sorte, peraltro, è toccata anche ai due attori principali in scena, la magistratura (passata dagli osanna ai crucefige) e il ceto politico (passato dai crucefige agli osanna). Il percorso è molto evidente qualora si accostino il decennale del 2002, il ventennale del 2012 e questo primo scorcio di 2022, là dove l’impasse torna sempre fuori. Si pensi, per esempio, alle polemiche appena sollevate sulla reale terzietà dell’allora giudice per le indagini preliminari Italo Ghitti rispetto ai magistrati del pool di Milano. Non che la questione non sia legittima – tutto il contrario – solo che è nota da trent’anni. E riesumata come una novità, non aiuta a passare oltre le vulgate, ma le perpetua. Troppo poche, invece, sono state le risposte sul piano storico. Là dove, tra molti ostacoli, tre questioni in particolare sembrano ancora fare da tappo per il passaggio di Mani Pulite 'dal mito alla storia'.

1) Quanti si sono occupati dell’inchiesta si sono spesso ritrovati nel mezzo del processo infido che Odo Marquard ha definito tribunalizzazione della storia, là dove la storia « quanto più giudica, tanto più condanna; e quanto più condanna, tanto più rimuove. Sicché, alla fine ci si ritrova fra le mani un legame pericolosamente solido fra giudizio storico e giudizio penale ». Certo, i piani vanno distinti, ma di fronte a procedimenti penali riguardanti una buona fetta della leadership primo- repubblicana la distinzione è divenuta subito strumentale. E ha fatto oscillare l’ago del giudizio tra due preconcetti opposti: a) Mani Pulite come inchiesta 'solo giudiziaria', visione cara a chi, difendendo i magistrati dalle accuse di politicizzazione, ha finito per negare sia una parte della percezione dell’inchiesta sia i suoi effetti; b) Mani Pulite come 'operazione politica' mascherata da inchiesta e tesa a distruggere un pezzo di classe dirigente del Paese: vulgata originata dal discorso di Craxi alla Camera il 3 luglio 1992. L’una contro l’altra armata, tali posizioni hanno fatto dimenticare tutte le altre voci (per dirne due: Edmondo Berselli a Francesco Cossiga) che nel 1992-1994 dettagliavano nessi e differenze tra giudizio politico, penale e storico.

2) Alla parzialità della storia raccontata per verdetti si è opposta – pessimo servizio uguale e contrario – quella d’una storia raccontata per complotti: Mani Pulite complotto di Giulio Andreotti, no dei servizi, no degli americani, no delle toghe rosse longa manus dell’ex Pci, no dei poteri economico-finanziari. Che nel cambiamento sistemico del 1992-1994 questi e altri attori si siano mossi per condizionarne gli esiti è da sprovveduti non pensarlo. Ma va pensato nel modo corretto, ben descritto dall’ex senatore socialista Luigi Covatta: «quando dei fatti si determinano, le varie forze interessate agiscono. Tangentopoli nasce non da un pieno di forze indirizzate a conseguire un obiettivo preordinato, ma da un vuoto, il vuoto della politica che viene riempito da altri poteri. Non sono neanche quelli più forti, sono quelli collocati meglio».

3) Infine, il racconto di Mani Pulite ha vissuto di tre personalizzazioni, identificandosi con tre icone – Di Pietro, Craxi e Berlusconi – la cui parabola ne ha fortemente 'inquinato' la narrazione. Per l’ex pm l’inquinamento è risieduto nell’edificazione e nell’(auto)distruzione del proprio mito. Il sentire degli ambienti più vicini a Craxi s’è invece fatto proposta storiografico-editoriale volta a restituirgli l’onore perduto, proposta che ha avuto il merito di sganciare la 'memoria maledetta' del leader del garofano dalla sola conclusione del suo percorso, ma anche il demerito di essere molto selettiva rispetto a quella stessa conclusione. In quanto a Berlusconi, nel contesto di nascita della malamente detta Seconda Repubblica, l’inizio del suo lungo de bello giudiziario contro la magistratura è coinciso con la conclusione di Mani Pulite, finendo per diventarne l’immagine finale. Sarebbe urgentemente ora di mettersi al lavoro per ridare profondità a quella storia.

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