martedì 13 marzo 2018

Caro Avvenire,
la mia storia... Fu un grande amore quando lo conobbi e non mi accorsi che per 10 anni fui solamente una copertura per la sua vita, una doppia vita. Un dolore enorme quando se ne andò via abbandonando me e le nostre due figlie. Ma non avrei mai pensato che un padre, colui che le ha messe al mondo, fosse capace di un orrore così grande. Dimenticarsi per sempre delle sue bambine. Le mie figlie: la mia vita il mio fiato il mio cuore, io vivo per loro. Una battaglia con i tribunali, senza l’aiuto di nessuno e il tempo passava, perdevo man mano la mia vita e il mio lavoro per rimanere accanto alle bambine e per cercare di dimenticare quel grande dolore. Oggi abbiamo perso la casa, ho perso tutto, viviamo in una piccola casetta dove a stento arrivo a fine mese perché ci è stato tolto il mantenimento per ridurlo a 400 euro al mese in tre. Poi, è venuto fuori il carcere... il suo carcere, per un reato commesso mentre stavamo insieme da un anno: violenza sessuale a una prostituta. Perché mentre io lo aspettavo nel calore di una casa, lui era altrove. Mai accorta di nulla, ci sono uomini davvero bravi. Oggi sono duramente provata dalla vita ma devota a Dio perché nei momenti più bui prego, nella notte, quando il silenzio diventa rumore. E mi domando che cosa farò, come farò a pagare l’affitto, le bollette, che futuro posso offrire alle mie figlie. Due ragazze splendide cresciute con me e, nonostante tutto, semplici, con la testa sulle spalle, con il sorriso e con un cuore d’oro. Mi chiedono: perché non ti rifai una vita? La mia risposta in un sorriso amaro dove tutto mi passa nella mente, tranne avere di nuovo un uomo accanto. 43 anni il 16 marzo: un resoconto della mia vita... Poi un giorno mi viene in mente di pubblicare su Facebook in un post la grande difficoltà che sto vivendo, decido di rendere pubblico il disagio che vivo e di chiedere aiuto. Aiuto a degli estranei, che mi scrivono messaggi di grande solidarietà, qualcuno mi propone qualche lavoro, anche se nulla di certo, però forse la speranza che qualcosa possa cambiare. Persone che non so chi siano, ma che ci sono, dopo che amici o quelli che reputavo tali non esistono più. Ci è voluto coraggio e grande dignità per raccontare che cosa stiamo vivendo, ma questo oggi forse può servire a quelle donne sole che non hanno più nessuno a cui chiedere aiuto. Anche se sembra di perdere la dignità, ma non è così: chiedere lavoro, chiedere una seconda possibilità alla vita non è perdere la dignità, ma volerla ritrovare mentre ti è stata portata via, strappata. E in questa serata piena di vento, le mie parole si fermano tra le righe di questa lettera, come un diario aperto per farle volare via e ricominciare da capo.

Federica B.

«Mai accorta di nulla, ci sono uomini davvero bravi». Bravi a mentire, a gestire una insospettabile doppia vita, mentre a casa hanno una moglie e due bambine. Poi d’improvviso l’abbandono, come se quelle figlie il padre non le avesse mai messe al mondo. (Accade talvolta anche alle madri, ma più raramente: il vincolo tra madre e figli è più viscerale). Un padre se ne va, solo, come se quella sua famiglia non esistesse. Lo insegue una condanna per un vecchio reato, lo stupro di una prostituta. Reato terribile, che testimonia di una capacità di violenza elevata. Leggendo questa lettera vengono in mente i drammatici episodi di cronaca dei nostri giorni, di famiglie implose e cancellate. Qui, grazie a Dio, niente di questo è accaduto. La violenza non è manifesta, fisica, ma è nel tacito ripetere ogni giorno quell’uomo alla moglie, alle bambine: voi non esistete più, voi per me non siete niente. Un muro di indifferenza alzato a cancellare ogni ricordo, ogni affetto. Come si crescono due bambine, sotto a questa cappa di solitudine e rifiuto? La signora che scrive deve essere stata molto forte, se le sue figlie sono «due ragazze splendide». Molto fedele, nell’attaccarsi a quel pregare notturno, da sola. Federica B. ha intitolato la sua lettera «lettera di una madre». Non di una moglie. Forse perché, come moglie, il fallimento le pare totale e irrecuperabile. Ma, come madre, in tutta la durezza della sua storia, sa di aver fatto ciò che di meglio poteva. Ogni mattina le sue figlie le sorridono. E dunque, come madre, si sente in pace. Qualcuno le dice: sei ancora giovane, ricomincia daccapo. Ma, dice lei, «tutto mi passa per la mente, tranne un uomo accanto». Sfinita da tanto abbandono e tante bugie. Come bruciata, a 43 anni. Sono storie che spesso si vivono in silenzio, che si custodiscono con pudore fra le mura di casa. Ma un giorno questa donna ha un’idea: raccontare francamente la sua vita su Facebook, chiedere un’altra possibilità, e un lavoro. Forse, un po’ si vergogna di questa sorta di 'coming out', di questo svelarsi a degli estranei. E però, dall’anonimia della Rete prende corpo una insperata solidarietà. Un vero lavoro no, non ancora. Ma tanti che capiscono, che manifestano solidarietà e vicinanza. Come se l’indifferenza di cui ci convinciamo nei palazzi delle nostre città, negli sguardi assenti e stanchi dei compagni di viaggio, sugli autobus e sui treni, la sera, fosse in realtà incrinabile. Raccontarsi, dirsi sui social, come protetti dal suo stesso frenetico brusio. Solo chi lo vorrà, si fermerà a leggere. Questa possibilità una volta non c’era. Più facile, forse, che dire di sé a quattr’occhi. E fra milioni di utenti, qualcuno davvero si ferme, e risponde. Chissà che, in tempi di ferree solitudini, di sofferenze familiari che crescono inavvertite fino al dramma, anche la denigrata Rete non possa diventare un luogo in cui si cerca una umana compagnia. In cui si ammette ciò che succede in casa, e che magari non si avrebbe il coraggio di confessare a un amico. Chissà che simili storie di dolore, come messaggi in bottiglia gettati nel mare, non possano qualche volta bucare la strana cecità propria invece dei vicini di casa, dei conoscenti. Che troppo spesso, la volta che poi una sofferenza familiare deflagra, dicono in tv: non l’avremmo mai detto, sembrava una famiglia così normale.

© Riproduzione riservata