sabato 30 novembre 2013
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Neppure quarantotto ore dopo la decadenza a senatore di sua emittenza Silvio Berlusconi, nel suo Milan decade, pardon si dimette, anche «l’antennato» (in origine era un uomo-ripetitore tv) e deus ex machina del club rossonero Adriano Galliani. Dopo 27 anni e 28 titoli vinti, «che fanno del Milan il club più titolato al mondo» – lo diciamo noi prima che lo faccia l’Adriano –, finisce qui la pagina in comune tra la società berlusconiana e la sua testa "lucida" e pensante. Una lunga storia d’amore quella tra Galliani e il Milan, una creatura a tratti perfetta, specie nel periodo in cui il Cavaliere non era ancora sceso in campo per il vagheggiato premierato assoluto. Prima di Forza Italia infatti, per patron Silvio esisteva solo un salutare e sportivo "forza Milan". E il braccio destro che gli consigliava strategie di calciomercato, marketing aziendale e massima concentrazione sull’infinita risorsa dei diritti televisivi, era soltanto uno, il siòr Adriano. Ci sono tre uomini che nel bene e nel male hanno rivoluzionato la gestione del pallone italico e questi sono stati nell’ordine: Italo Allodi, Luciano Moggi (nel periodo juventino coadiuvato dalla mente diabolicamente borsistica di Antonio Giraudo) e infine Adriano Galliani. Rispetto ad Allodi e Moggi, Galliani ha avuto l’onore e l’onere di lavorare per quasi tre decenni di fila (un record nella Repubblica anarchica del pallone) sempre per la stessa bandiera, dopo aver rinnegato la vera squadra del cuore, quella che si sceglie da bambini, la Juventus. Un gesto che accomuna Galliani a un altro fedelissimo – non solo nominalmente – di Berlusconi, Emilio Fede. Piccole affinità e debolezze dell’uomo-medio (uomo-mediaset in questo caso), anche se Galliani verrà comunque ricordato come l’emblema dell’uomo-azienda. Per il suo Silvio, e per il suo Milan, l’Adriano sarebbe rimasto fino all’ultimo minuto, supplementari compresi. Lo avrebbe fatto continuando a dargli del «Lei» e mantenendo quello "stile" che, vero o di facciata che sia stato, dopo la caduta della Juventus di Boniperti era diventato il più riconosciuto ed emulato nella tribù del calcio internazionale. Il vero capolavoro di Berlusconi, diciamocelo una volta per tutte, è stato il Milan. E a Milanello, grazie a Galliani, si era realizzato il vero partito, di praxis e meritocrazia applicata allo sport. Prima del modello Barcellona dei marziani è esistito il format Milan degli invincibili. La filosofia del «padroni del campo e del gioco», di Arrigo Sacchi, parte dalla scrivania di Galliani, nella sede storica di via Turati. E fino al fattaccio di Marsiglia, l’Adriano aveva sempre lavorato se non nell’ombra del Patron, comunque a riflettori semispenti. Poi dal 1994, l’annata fatidica della discesa in campo di Berlusconi, è stato lui il vero leader in prima linea, mascherato sotto la veste ubiqua dell’amministratore delegato e del vicepresidente rossonero. Se all’Inter, Massimo Moratti è stato il presidente-tifoso per eccellenza, Galliani ha vissuto la sua febbre a 90’ da ultrà della tribuna di San Siro. Un’icona pop degli stadi, dove ogni settimana è entrato scortato dal figlio e dall’onnipresente sodale Ariedo Braida.Due uomini eleganti l’Adriano e l’Ariedo, ma più vicini all’atmosfera vintage e romantica del Milan cantato da Enzo Jannacci che a quello rock-manageriale che ha in mente la figlia del padrone, Barbara Berlusconi. La trendy B.B. con un colpo alla Renzi e lavorando ai fianchi il papi, lo ha convinto a rottamare il vecchio Galliani. E lui, ferito nell’orgoglio, denuncia la perdita di quello stile che aveva trapiantato al Milan e la «scarsa eleganza con cui mi invitano ad accettare il ricambio generazionale». In un clima da falchi e colombe, volati nella nuova sede milanista (l’astronave hi-tech di via Aldo Rossi), l’Adriano canticchiando tristemente il suo pezzo cult, «i migliori anni della nostra vita», se ne va come l’uomo in frac di Modugno. Stavolta, neppure la scaramantica cravatta gialla Hermès lo ha salvato dalla sconfitta. Imprevedibilità del calcio, in cui, l’allenatore più in bilico d’Europa, Max Allegri, rischia di mangiare ancora il panettone al Milan, mentre l’Adriano no. Triplice fischio signor Galliani, e ci consenta il saluto finale alla sua maniera: «Arrivederci e buon lavoro».
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