Fuori dal tempo
giovedì 1 giugno 2017

Una bomba a scoppio ritardato, che non solo isola gli Stati Uniti dai loro più stretti alleati, ma finisce per costituire un assist formidabile per le altre grandi potenze (la Cina innanzitutto) che a diverso titolo contestano la leadership americana, oltre che fornire argomenti ai tanti critici della posizione americana nel sistema internazionale.


Si tratta anche, inutile cercare di minimizzare, di uno sgarbo al Papa, le cui preoccupazioni per il futuro della «casa comune», la nostra Terra, il presidente Usa aveva assicurato avrebbe tenuto in grande considerazione. Lo sgarbo non è tanto legato alla differenza delle posizioni tra Francesco e Donald Trump sul tema dell’ecologia (e su tanti altri, a iniziare dai migranti e dal lavoro per finire alla guerra): su simili temi le opinioni sono notoriamente tante e diverse, anche se è ovvio che le posizioni del Pontefice appaiano, da un punto di vista umanistico prima ancora che cristiano, ben più solide di quelle del capo della Casa Bianca. Lo sgarbo sta invece proprio nelle parole, non richieste e neppure sollecitate dal Vaticano, che Donald Trump volle pronunciare al termine dell’udienza: «Sono stato molto colpito dalle riflessioni del Santo Padre, ne terrò conto nelle mie valutazioni». Parole dettate dall’emozione di un incontro, nella migliore delle ipotesi; parole pronunciate a mero beneficio dei media e della pubblica opinione, nella peggiore. Quasi un tentativo di piegare a fini strumentali di sostegno della propria traballante immagine persino il carisma di Francesco.


Ne esce rafforzata la percezione sgradevole di un uomo, Donald Trump, che non prova sincero rispetto per niente e per nessuno e che usa le parole non come araldi di ciò che sente e crede intimamente, ma come mera cortina fumogena per camuffare le proprie recondite intenzioni. È qualcosa che non si era mai visto neppure negli anni recenti in cui la democrazia americana si stava trasformando sempre più in un gigantesco talk show, mentre il potere, quello vero, sembra acquattarsi nel terreno dell’economia finanziarizzata.


Con la decisione assunta dal presidente Trump di ritirare l’adesione americana al protocollo di Parigi – frutto di una lunghissima, pluriennale serrata trattativa per cercare di arrivare all'adozione di una piattaforma comune, forse, in grado di preservare la vita sul pianeta – gli Stati Uniti scelgono di smettere di essere i battistrada della società internazionale, di continuare a essere ciò che nel corso della seconda metà del Novecento sono stati, per ritirarsi nel più gretto e antistorico particolarismo. In questo, la natura anacronistica di Trump si rivela in tutta la sua pericolosa evidenza.
Questo presidente assomiglia in maniera tremenda a quei politici americani descritti da Tocqueville nella sua "Democrazia in America". Personaggi bizzarri e pittoreschi, espressione di una democrazia ancora agli albori, la cui natura spaventosamente naif e incolta non destava eccessiva preoccupazione, per il ruolo internazionale assolutamente marginale dell’America degli anni Venti dell’Ottocento. Come risulta chiaro le cose oggi sono ben diverse e le conseguenze negative a livello planetario per la decisione americana si manifesteranno fin dalle prossime settimane.


Anche in chiave di politica interna, tuttavia, la scelta di Trump è foriera di conseguenza molto pesanti. Il presidente ha scelto un’America e l’ha messa contro l’altra, su una materia, quella della salvaguardia del pianeta, che è divisiva quant’altre mai, radicalmente polarizzante. Ha scelto l’America rurale e conservatrice, anziana e meno acculturata, che ha saputo raccogliere sotto la sua bandiera: quella che gli ha fornito il supporto della maggior parte delle contee in cui si è votato. È un paradosso, se ci si pensa solo per un attimo, che la leadership di un Paese con una così grande percentuale di popolazione sotto i quarant’anni (significativamente maggiore di qualunque Paese europeo) si dimostri incapace di proteggere il futuro dei suoi figli.Sembra che Trump stia facendo davvero di tutto per inverare l’investitura- profezia fatta da Barack Obama a poche settimane dal termine del suo secondo mandato, che aveva definito Angela Merkel la nuova leader dell’Occidente. Su una serie di temi che connotano il significato politico concettuale di Occidente, la Germania ha ormai saldamente la leadership e inizia persino ad accorgersene e a trovare il coraggio, se non ancora il gusto, di esercitarla. Anche per questo Trump ne fa un bersaglio polemico. Certo è che, continuando di questo passo, l’Occidente sarà qualcosa di molto diverso da quanto abbiamo conosciuto nel dopoguerra, in quello scorcio di Novecento definito 'il secolo americano' e che oggi, vede l’America chiamarsi fuori dal tempo, prima ancora che dallo spazio.

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