mercoledì 6 dicembre 2017

Caro Avvenire,
ho la netta convinzione che, ogni anno che va via, il Natale sia sempre più mesto e vacuo. Non c’è più il calore e la partecipazione di un tempo. Abbiamo frantumato il senso della gioia, dell’amore e della straordinarietà della nascita del Signore Gesù. I nostri cuori non ospitano più sentimenti di spiritualità e amore per il prossimo. Oggigiorno non si parla d’altro che di terrorismo, violenza sulle donne, femminicidi, guerre, odio intestino, soprusi e cattivi costumi. Il filosofo Massimo Cacciari in una recente intervista ha detto. «È il Natale dei panettoni, il Natale delle pubblicità, il Natale dei soldi. Il Natale, oggi, è una festina. Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale». Tuttavia, da autentico uomo di fede e innamorato di quel Bambino di Betlemme adagiato nella povera culla d’una mangiatoia, credo che si possano fare tante cose per solennizzare il Natale, ma le cose più vere e più profonde siano quelle impresse nell’anima: primo, diamo un bacio a Gesù Bambino perché ci sia pace, serenità e benessere per tutti i popoli della terra. Secondo, esprimiamo un pensiero sincero di gratitudine, rispetto e di affetto per coloro che arricchiscono spiritualmente, culturalmente e moralmente la nostra vita quotidiana. Queste sono le luci più belle che possiamo accendere nel presepio del nostro cuore.

Franco Petraglia Cervinara (Avellino)

Sarei tentata di darle ragione, caro signor Petraglia, perché anche a me sembra che l’attesa del Natale si dissolva sempre di più in frenesia, consumismo, pubblicità, rumore. Mi trattiene il dubbio che forse la vedo così per l’avanzare dell’età, e che anche il Natale sia una di quelle cose che 'non sono più come una volta', solo perché il mio sguardo invecchia. Lei dice che oggi non si parla che di violenze e odio. Ma, mi chiedo, è mai esistita un’epoca buona? I tempi degli assedi e delle epidemie non erano forse altrettanto e anche più crudeli del nostro presente? Natale ridotto a smercio di panettoni, a una 'festina', dice Massimo Cacciari. È un rischio possibile, se rimaniamo semplicemente spettatori di questo rumore che ci assorda. Per parte mia, da anni adotto, in Avvento, una sorta di controffensiva. Un breve spazio, ogni giorno, di silenzio, per far memoria di cosa è il Natale. Natale non è la festa della bontà o del cuore, o di altri sentimentalismi. Natale è la memoria di un fatto concreto, il nascere di Gesù Cristo da una donna, nella carne di un bambino. Il nascere da una donna del figlio di Dio. Ora, siamo tanto abituati, fin da piccoli, a sentire raccontare di Betlemme, che possiamo perdere di vista quanto di straordinario c’è in questo evento. Un Dio che nasce fra noi, un Dio che si fa uomo, all’apparenza semplicemente un neonato come milioni di altri. Il Signore dell’universo che sceglie le sembianze della creatura più indifesa, e nasce all’addiaccio, al freddo, come l’ultimo dei poveri. Mi piace, nei minuti di silenzio della mia 'controffensiva', immaginare le ultime ore di Maria prima del travaglio. Immaginare il freddo, la notte che avanza, i luoghi stranieri, e quel passo affaticato degli ultimi giorni, sotto al peso del ventre, che ogni madre sa e ricorda. Lei poi è così giovane, poco più che una bambina; e sa e serba, nel suo silenzio, la certezza che quel figlio non è di alcun uomo. Un angelo è venuto, e ha domandato il suo consenso. Quel « fiat » esalato in un sospiro, quel sì di un istante è in realtà asse e colonna portante del mondo: l’attimo in cui l’infinito interseca il tempo degli uomini, per lasciarlo per sempre differente. Quel figlio è un dono, il più inatteso, il più grande, è colui che salverà gli uomini dal male da cui sono marchiati. Che cosa sa di tutto questo Maria, che cammina nella notte di Betlemme? Non può sapere ancora il dolore che le lacererà l’anima, un giorno. In questa notte è una madre fanciulla, sola e sospesa nel suo immenso segreto e però, come ogni donna, ansiosa di chinarsi sul suo bambino. Come lo stringerà a sé, come lo guarderà? Attorno, nell’istante del parto, mi immagino l’universo che trattiene il respiro. Una stella splende di una luce più forte, in quel cielo. Il primo pianto, sarà stato simile a quello di ogni figlio, al vagito struggente di ogni nato che vive. Questo mi immagino, nella camera segreta di pochi minuti di silenzio, d’Avvento, ogni mattina. Poi, la giornata mi prende con le sue abitudini, la fretta, la fatica, la processione di parole vuote. È una battaglia, conservare la memoria del Natale, dentro al rumore che ti rema contro. Domandando la grazia di ricordare quel fatto che è storia. Quel Dio che nasce figlio, bambino inerme in una notte straniera.

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