domenica 13 marzo 2016
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Quattro suore dell’ordine di Teresa di Calcutta massacrate ad Aden, con altre dodici persone nella Casa per anziani, disabili e bambini dove spendevano la vita per amore di Cristo. Colpiti anche l’altare della cappella, il crocifisso, il tabernacolo e rapito un padre salesiano di cui non si sa più niente. Questo il risultato della strage del 5 marzo in Yemen, pensata e attuata, come ha documentato questo giornale, al grido di «Vogliamo ammazzare i cristiani». Una strage per noi (che ci dichiariamo persone normali) incomprensibile, una carneficina che genera sgomento. Non concepiamo il perché di tanto odio, non capiamo un disprezzo così cieco, una ferocia così spietata. Cerchiamo di capire, questo sì, perché fa parte della nostra educazione culturale cercare, comunque, di capire. E però sempre di più si ha l’impressione che il mondo raziocinante sia destinato a soccombere di fronte a chi la ragione non ce l’ha o, se mai l’ha avuta, non la usa più. Quanto entrino droghe e sostanze alteranti in questo processo della mente che uccide ogni sano pensare è difficile dire. Delle teste che ragionano non dovrebbero arrivare a uccidere, massacrare, sterminare. Non dovrebbero, ma certo non si può dire che basta avere uso di ragione per non diventare assassini. Odio verso i cristiani hanno gridato i terroristi di Aden. Ma tra gli uccisi ci sono anche dei musulmani. E come non capire che quell’Istituto faceva solo del bene, aiutava gli anziani, i disabili, dei bambini che ne avevano bisogno? Si vuole la fine di ogni assistenza umana? Di ogni aiuto al povero, al misero, all’infelice? Si vuole, come volevano i nazisti, che tutto ciò che è debole e fragile, bisognoso di cure venga eliminato? Milioni di persone furono sterminate negli anni Quaranta del secolo scorso. E quanti individui innocenti vogliono far morire costoro? L’irrazionalità più cieca sembra essersi impossessata del mondo. Perché quello di Aden è un episodio fra i tanti. I «pezzi» di guerra in corso, e non solo quelli, hanno conosciuto e conoscono ancora giornalmente orrori analoghi. I mezzi d’informazione ne parlano, ma non abbastanza. E di certi episodi che riguardano i cristiani, come s’è visto per questa strage di Aden, sono capaci di non parlarne affatto quasi che il martirio cristiano fosse iscritto, come in realtà è, nel calendario della tradizione e restasse poco da aggiungere. Si sa che chi va missionario rischia, si sa che il martirio è per lui, per lei dietro l’angolo, e tanto basti.  Quanto al nostro sentire, questi sono momenti in cui ci viene molto difficile pronunciare alcune parole chiave del vocabolario cristiano. La parola 'amore', per esempio, che per quanto sperperata e inflazionata, resta parola-base, chiave del tutto, pilastro del credere. La parola 'perdono'. Come si fa a perdonare degli assassini così feroci? Si può perdonare, forse, la loro ignoranza, il loro 'non sanno quello che fanno', ma come andare oltre? Infine quella parola speciale, cui il Papa ha dedicato quest’anno giubilare: 'misericordia'. Misericordia, sì, per i peccatori di tutte le latitudini e, diciamo, a tutti i livelli. Misericordia perché non esiste peccato che non possa essere perdonato. E però mai come oggi queste parole – amore, perdono, misericordia – diventano, di fronte a tanta ferocia, così difficili da pronunciare. Per quanto noi possiamo allargare il nostro cuore e farci stare sopra tutto il mondo, è un’altra la parola che ci sale alle labbra forte e chiara: la parola 'giustizia'.  «Signore, quando farai giustizia dei miei persecutori» (Sal 118, 84). Ma «nessuno e niente risponde per la sofferenza dei secoli», dice la Spe salvi di Benedetto XVI. «Nessuno e niente garantisce che il cinismo del potere (…) non continui a spadroneggiare nel mondo» (42). E tuttavia «esiste una giustizia, esiste 'la revoca' della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto. Per questo la fede nel Giudizio finale è innanzitutto e soprattutto speranza (…). Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna» (43). Così Benedetto XVI. Che aggiunge essere la giustizia divina quella che, pur agognandola, pur invocandola, «non siamo capaci di concepire». E che però nella fede, solo nella fede, molto nella fede «possiamo intuire».
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