giovedì 17 maggio 2018

Gentile direttore, abbiamo letto con amara sorpresa la rubrica “Lupus in pagina” di Gianni Gennari pubblicata martedì 15 maggio 2018 a firma di Gianni Gennari, con il titolo «Una scelta con lezione preziosa. Sì: “Miserando atque eligendo”». In essa si fa riferimento all’intervento del nostro direttore, David Cantagalli, tenuto in occasione della presentazione del volume di don Pawel S. Galuszka, “Karol Wojtyla e Humanae vitae”, lo scorso 7 marzo 2018, a Roma presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, Pontificia Università Lateranense. Allego alla presente il testo e le chiedo cortesemente di voler ristabilire la verità sui fatti, rimediando a quella che consideriamo un’offesa al nostro direttore e alla Casa Editrice portata dall'articolo di Gianni Gennari. La prego pertanto di voler leggere tale intervento e di confrontarlo con l’assurda interpretazione che se ne dà nell'articolo di Gennari.

Simonetta Catalano - Edizioni Cantagalli


Leggo la protesta che il dottor Cantagalli ha inviato al direttore di “Avvenire” e ne prendo atto, sottolineando che non ho inteso offendere alcuno e che nel mio “Lupus in pagina” del 15 maggio 2018 il termine “eresia” è posto tra virgolette per sintetizzare il concetto di un’agitata accusa di grave infedeltà a Gesù Cristo. Sottolineo, però, anche un altro punto: non mi pare si sia compreso come il mio brevissimo commento fosse tutto orientato a sottolineare la dimensione della gentilezza con cui papa Francesco ha concesso una prefazione a una Casa Editrice che ha tra i suoi autori personaggi come Alessandro Meluzzi, oggi “vescovo” di una realtà che si definisce Chiesa ortodossa italiana e non perde occasione, su media compiacenti, per attaccare papa Francesco. Mi sorprendono, inoltre, due realtà.
La prima, generica, riguarda il contesto della presentazione (7 marzo 2018) del libro sulla interpretazione della Humanae vitae, tenendo presente che chi oggi nella Chiesa ha il ministero petrino in uno dei suoi primi colloqui ha detto sul tema che «tutto dipende da come si interpreta l’Humanae vitae». Il contesto, dunque. Prima di quello dell’Editore, infatti, c’erano stati interventi molto duri nei confronti della realtà della Chiesa di oggi, e del servizio che in essa svolge papa Francesco. Tra altro c’erano state parole di Stanislaw Grygiel che mi sono apparse in qualche tratto persino offensive: ma qui si tratta di impressioni personali. Non è un’impressione, invece, che non una parola sia stata detta dall’Editore, né da altri, per distanziarsi da certi giudizi e da certe espressioni.
La seconda realtà, qui direttamente implicata, è proprio costituita dalle parole conclusive dell’Editore, che ascoltai e che ora traggo dal testo scritto. Eccole: «Riflettendo su queste cose, mi chiedo allora se ancora oggi la Chiesa sia un testimone credibile e attendibile. Perdonate la franchezza, ma io temo, credo di no. Credo di no perché essa stessa oggi, troppo spesso ormai, non riesce più a fare esperienza dell’evento straordinario accaduto 2018 anni fa. Non è più in grado di puntare il dito indice, indicando la figura di Cristo». In questione è «la Chiesa»! La Chiesa che è di Cristo come sempre, ma che oggi è quella di Francesco... Il dottor Cantagalli è cosciente del peso della sua accusa alla Chiesa di oggi, che fino a prova contraria è quella di papa Francesco, e quindi aggiunge esplicitamente: «Questa mia affermazione è volutamente forzata e provocatoria perché ritengo che una influenza positiva sulla cultura e sulla esistenza dell’uomo contemporaneo non possa prescindere dalla fede vissuta dei ministri, dei pastori e dei laici che appartengono al Corpo mistico di Cristo. Una fede appunto vissuta, e non ascetica o astratta, non una convinzione personale o sentimentale, ma concreta». Tutte queste cose messe sul conto della Chiesa attuale! Cantagalli si chiede se «la Chiesa di oggi» sa indicare Gesù Cristo, e risponde che «teme» – anzi qualcosa di più, «crede» – che non lo sappia indicare! Oggi allora, con il successore di Pietro che si chiama Francesco, nella convinzione di Cantagalli, la Chiesa non avrebbe «una fede vissuta», ma «astratta e sentimentale», non «concreta», e non più capace di indicare Gesù Cristo.
Nonostante questo, i fatti dicono che richiesto di una prefazione al libro Cantagalli in onore del papa emerito Benedetto, Francesco ha gentilmente risposto positivamente, senza far notare quel qualcosa di contraddittorio nei suoi confronti evidenziato dal tenore della serata di quel 7 marzo e anche in queste espressioni del “timore” e del “non credere” alla capacità della Chiesa, oggi che è guidata da papa Francesco, di indicare «la figura di Cristo». E io chiedo: ma una Chiesa che non indica più Cristo che Chiesa sarebbe? All’editore Cantagalli una risposta, se la ha. Per questo anch’io credo che papa Francesco, forse senza neppure pensarci troppo, offrendo la sua prefazione abbia ancora una volta “indicato Cristo” e impartito una bella lezione di Vangelo: miserando atque eligendo, come scritto nel mio abituale piccolo angolo in questa pagina. E lo ha fatto prima facendo e poi insegnando: come un Altro, che è al centro di tutto (At. 1, 1). Tutto qui, con franchezza.

Gianni Gennari


A differenza di Gianni Gennari non ho assistito al dibattito del 7 marzo 2018 e ricordo a tutti che avevamo “anticipato” quell’evento con la pubblicazione di un ampio e bell’articolo di Luciano Moia. Posso pensare che il dottor Cantagalli – che, in quell’occasione non parlò a braccio, ma lesse un intervento già scritto (tinyurl.com/y9zr82bo) – non abbia avuto tempo e modo di prendere misure e distanze rispetto a parole e valutazioni sopra le righe ascoltate, registrate e commentate da Gennari. Voglio anche dire di condividere, personalmente, tutta la prima parte di quella intensa riflessione scritta, ma non la chiusa che Gennari nella sua risposta cita e contestualizza. Non la condivido perché vedo, e ne diamo conto praticamente ogni giorno su “Avvenire”, che l’esemplare testimonianza da padre che ci “conferma nella fede” di Francesco, vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale, viene offerta leggendo i “segni dei tempi” e con gli occhi fissi sul Signore Gesù. E, perciò, come Lui stesso ci ha insegnato, anche su coloro che sono il Suo volto e la Sua carne: i più deboli e gli ultimi tra gli esseri umani, poveri, malati, stranieri, carcerati... Dico anche che, nel testo scritto di Cantagalli, non ho trovato la parola eresia, che etimologicamente definisce appunto una grave scelta errata in materia religiosa o scientifica (o anche letteraria), che di questi tempi fiorisce purtroppo con sanguigna tracotanza sulla bocca e negli scritti di non pochi diabolici mestatori. L’amico Gennari ha utilizzato quel termine tra virgolette, e con la colta consapevolezza che gli è propria, ma questo non mi esime – come direttore – dal chiedere scusa al dottor Cantagalli che si è sentito offeso da questo uso. E a maggior ragione per i motivi che ho appena ricordato. Auguro a un Editore così impegnato di trovare sempre parole e gesti per protestare con forza e convinzione contro chi accusa incredibilmente il Papa. (mt)

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