Digitalismo politico: il futuro della politica? Il caso del M5s /2
mercoledì 28 febbraio 2018

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Un'azienda, un partito

Mente e voce del 5-stelle furono Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo. Nel 2016, il primo è morto, il secondo è tornato al suo lavoro. "Stavo scherzando. E mi avete preso sul serio” disse il comico nel 2016 nel nostro spettacolo Grillo vs Grillo. Già nel 2014 avevo scritto per Beppe l’idea di un dialogo tra due Grilli, uno in forma di ologramma. Nel finale il Grillo in carne ed ossa, in mezzo alla platea, esorta migliaia di spettatori a gridare con lui “vaffa…” al politico Grillo, che in ologramma ascende al cielo come guru in tunica bianca.

Il 23 gennaio 2018, però il comico si è fatto serio. Si è ripreso il dominio www.beppegrillo.it dopo averlo lasciato 13 anni nelle mani dei Casaleggio. Il mio blog è tornato quello che intendeva essere - dice Grillo in video - una finestra critica sul futuro. Il suo motto: "Disegna il tuo futuro con una matita, ma con una gomma a portata di mano".

Dal settembre 2017, il capo formale del partito è il 31enne Luigi Di Maio, vice-presidente della Camera dei deputati. Nessun diploma universitario, nessuna esperienza politica preliminare, nessuna rilevante esperienza professionale. La sua dichiarazione più famosa: "Nigel Farage, il prossimo premier britannico". Da un anno Farage ha abbandonato il partito che aveva fondato, e anche lui si è dato allo spettacolo, con il suo Nigel Farage Show.

Torniamo ai veri politici, e alla seconda peculiarità del 5-stelle. Il suo vero capo è Davide Casaleggio, 41 anni, che ha ereditato dal padre sia l’azienda sia il partito, due entità che è difficile distinguere.

L’impresa privata come agente politico non è una novità in Italia. Il partito Forza Italia di Berlusconi governò l’Italia come azienda familiare. Il Movimento 5 stelle dei Casaleggio promise agli Italiani "un nuovo rinascimento". Le due famiglie si sono alimentate con la pubblicità. Entrambe le famiglie e le imprese sono sintomatiche, ognuna della propria epoca e dei rispettivi media egemoni: tv commerciale negli anni ‘80, internet commerciale negli anni '00. Tuttavia, mentre il partito di Berlusconi fu al servizio degli uomini d’azienda per evitargli la prigione, la mini-azienda dei Casaleggio è al servizio del partito per realizzare un’utopia politica. Il vertice è autonominato. Il personale è acquisito o liquidato dal management. Il caso più famoso di liquidazione è quello di Federico Pizzarotti. Secondo i rating dei comuni sostenibili, secondo i sondaggi e soprattutto secondo i parmensi, Pizzarotti è uno dei migliori sindaci d’Italia. Il management però sembra non rendersene conto e lo ha liquidato per futili motivi. Ha così gettato via quello che poteva essere un testimone della capacità di governo del 5-stelle. Dopo la liquidazione, quasi due terzi dei votanti a Parma lo hanno rieletto sindaco.

I candidati 5-stelle ai parlamenti nel 2014 e 2018 hanno dovuto accettare contratti, che li obbligherebbero a pagare multe private di centinaia di migliaia di euro in caso di disaccordo (la gravità è decisa dal management). Ovviamente i contratti non hanno valore legale. Sono incostituzionali. Ma vorrebbero incoraggiare l’obbedienza.

Nella storia dei partiti l’autocrazia e le scelte autolesioniste non sono una novità. La novità è che proprio il modello tutto-digitale permette a questi fenomeni di raggiungere livelli senza precedenti.

Altra lezione: l'unico partito digitale al mondo è nato in Italia, il meno istruito e meno digitalizzato dei paesi del G7. Quasi la metà degli adulti italiani, infatti, è analfabeta digitale (quasi un terzo è analfabeta funzionale tout court). Di fronte a tale popolazione, un partito di tecnici informatici ha un forte vantaggio. Il management che conta nel 5-stelle (tutti maschi) e i membri più attivi sono esperti digitali. Se la nuova ricchezza commerciale e politica sono i dati, allora si sta formando una gerarchia sociale basata più sul dominio dei bit che del denaro. Il 5-stelle è il suo partito.

Luigi Di Maio in un comizio elettorale (Ansa)

Luigi Di Maio in un comizio elettorale (Ansa)


Le votazioni digitali

Le votazioni nelle piattaforme 5-stelle sono inaffidabili. In esse, infatti, il centroavanti e l’arbitro sono la stessa persona. Non esiste un controllo indipendente. Un apparato informatico controllato dal basso, incoraggerebbe la partecipazione dei “cittadini digitali”. Se invece è dominato dall’alto esso permette controllo e manipolazione.
Le votazioni sono plebisciti indetti dal management. Gli iscritti non possono proporre referendum. I votanti hanno sempre approvato a larghissima maggioranza i desideri del management (tranne una volta). Più di tre quarti dei 140 000 iscritti non votano. Eppure potrebbero votare in qualche minuto dal proprio smartphone. Questo è un fenomeno curioso per una nuova classe politica digitale che ha spiegato l’astensionismo in Italia come protesta contro la vecchia classe politica.

Chi e come vota

Di solito, una e-mail improvvisa a metà mattina apre la votazione che si chiude alle 7 di sera. Questo metodo di «fidelizzazione» è ben sperimentato nelle televendite. In questo caso attira specialmente alcuni utenti: sempre connessi, giovani, disoccupati, o con molto tempo libero − e soprattutto maschi, come la grande maggioranza dei membri e tutto il management che conta.

Campioni digitali, non campioni politici

Costringere dentro a internet tutto il partito ha due conseguenze negative sulla selezione del personale. Alle primarie 5-stelle votano pochissimi degli iscritti. Per vincere, e in alcuni casi entrare così in Parlamento, bastano spesso pochissimi voti. È facile raccoglierli iscrivendo parenti, amici e venditori di click.

La selezione solo in internet, inoltre favorisce i campioni digitali, non i campioni politici. Il mezzo, infatti, diventa il messaggio. Il messaggio deve essere frequente, breve, aggressivo, semplicista. Il primo partito in un Paese del G7 dovrebbe saper guardare più in alto e più avanti. Invece la maggioranza delle espressioni del 5-stelle nel ”Blog”, nei social media, nel Parlamento, e in televisione, è ancora un muro del pianto e una gogna del rancore, e solo raramente una lavagna di progetti.

«In questa campagna elettorale – ha scritto un responsabile della comunicazione 5-stelle - faremo molta comunicazione negativa sui partiti e sui candidati. Quindi ognuno di voi va a cercarsi i diretti concorrenti e tira fuori tutto il peggio che si può tirar fuori. Nefandezze, foto imbarazzanti, dichiarazioni e tutto quello che può servire a fare campagna negativa su di loro. Buon divertimento».

Nelle espressioni in internet di quei 5-stelle cresciuti alla scuola de “Il Blog”, i testi propositivi, senza riferimenti ai nemici, sono rari. Come se si avesse paura di mancare di virilità, e di non ostentare segni di appartenenza alla tribù. “Chi-non-salta-pid-dino è” gridava in piazza ritmicamente una folla di tifosi 5-stelle, saltellante in sincronia a un comizio. Non occorre Levi-Strauss per cogliere la valenza tribale di questo gesto di scherno verso il nemico. La mescolanza di atavismo e modernismo digitale è uno degli aspetti più curiosi del 5-stelle.

Tra il modello partecipativo e non commerciale (per esempio wikipedia, finanziata solo dagli utenti) e quello commerciale basato sulla pubblicità, il management 5-stelle ha scelto il secondo. È una scelta ideologica e politica, non solo di cassa. Infatti tutta la potenza di fuoco della polemica 5-stelle è diretta contro il potere formale (“i politici”, “i partiti”), distogliendo l’attenzione e la ribellione dei cittadini verso il potere reale: le grandi aziende e il nuovo capitalismo digitale, verso il quale anche economisti liberali e The Economist mettono in guardia. Con questa posizione ideologica, se mai i 5-stelle andassero al governo, si illuderebbero di essere davvero al potere.

La conseguenza maggiore della sinergia involontaria tra il digitalismo 5-stelle e il capitalismo digitale è il degrado della cultura politica. Infatti, i social media sostituiscono man mano l’agorà, la piazza del villaggio, le tribune elettorali, perché queste non “creano valore”. Esse scambiano solo idee, non dollari. “Produttiva” invece è la presenza compulsiva e chiassosa in internet. Ma attenzione, il degrado non viene da internet in sé (un’invenzione meravigliosa e abilitante). È la degenerazione commerciale dei media – internet e televisione – che ne abbassa il livello, esasperandone i tratti più volgari e aggressivi. Pensate alla sinergia “creatrice di valore” (dicono gli economisti) tra internet commerciale e televisione commerciale: la parolaccia e l’aggressione in TV alzano gli ascolti. Il video della parolaccia è esibito nei giornali online e nei social media, generando più click, più pubblicità, “più valore”, come dicono gli economisti. Ciò induce ad aumentare le parolacce e le aggressioni, e via in una spirale verso il basso.

Al posto del confronto compare il veleno. Ragioni, analisi, dibattiti, discussioni di libri o articoli scivolano nel “cestino” virtuale della storia. Al loro posto, c'è un bombardamento di francobolli di comunicazione negativa o autocelebrativa (fotografie di sé stessi). Importante non è quello che scrivi. Importante è essere sempre collegati per leggere o scrivere in tanti canali paralleli: SMS, e-mail, whatsapp, facebook, twitter, google plus, messenger, telegram, instagram, per citare solo alcuni degli ingredienti della maionese digitale impazzita. A qualcuno resta tempo e pazienza per leggere un libro – ossia l’equivalente di 10 000 tweet?

I primi grillini si identificavano nei contenuti, quelli venuti dopo nelle forme. Essi si sono formati su “il Blog”, una palestra di boxe, non di idee. Lo scherno per i nemici politici e per i loro elettori ne è stata la cifra più frequente. Il presidente del consiglio non era mai chiamato con il suo cognome ma sempre bomba, ebetino, ebolino (mentre in Africa si moriva di Ebola) o pilota suicida (mentre ancora si cercavano su un monte le vittime di un pilota di linea suicida). Sogno una star 5-stelle che dalla poltrona di un talk-show parli solo bene della propria politica, invece che solo male della politica degli altri.

Esclusione digitale

Il più grande elefante invisibile nella stanza del 5-stelle è l’esclusione digitale. La retorica dice che il digitalismo politico estenderebbe la partecipazione civile a «tutti i cittadini». Purtroppo non è vero. In Italia, infatti, il modello tutto-digitale taglia fuori quella quasi metà degli adulti che non sono «cittadini digitali» perché non hanno abbastanza denaro, cultura o giovinezza. Il 5-stelle non è quindi un «partito dei cittadini» ma un «partito degli user» e degli informatici, ossia di una massa emergente di attori digitali che crede di poter governare lo Stato perché sa governare i computer. In effetti, il vantaggio politico che la metà della popolazione più abile con Internet ha sull’altra metà aggrava la frattura sociale invece di ridurla.

Un digitalismo politico a livello mondiale sarebbe ancora peggiore, escludendo miliardi di “cittadini non digitali”. In effetti 5000 anni dopo l’invenzione della scrittura, più di tre umani su dieci sono ancora analfabeti funzionali, e più di metà degli umani è analfabeta digitale funzionale. Quanti secoli ci vorranno per “un computer a ogni umano”? Gli analfabeti e i “non digitali” possono votare alzando la mano o tracciando una X su una scheda. Possono partecipare a un partito o un sindacato veri. Ma sarebbero tagliati fuori da una politica del tutto-digitale.

Pandemia digitale

Come altre tecnologie, quelle digitali generano anche rischi e danni. I loro usi e abusi provocano dipendenze e malattie che cominciano a manifestarsi. Tutti ne siamo un po’ colpiti. Ma alcuni vi sono più esposti, per esempio i bambini, gli adolescenti, e i membri di un partito digitale. Per molti 5-stelle l’intossicazione digitale è una malattia professionale. Stando con loro ho l’impressione che lo smartphone sia un’appendice della mano, forse anche del cervello. Essi non sono mai dove sono. Sono quasi sempre in un altrove digitale. La vita di molti di loro sembra svolgersi più in internet che nel mondo reale. Tra tanti post, tweet, chat e selfie con cui si bombardano, quanto tempo resta per il resto della vita?

Cecità digitale

Crescono le evidenze sui costi umani, mentali, sanitari, sociali, politici e ambientali della marea digitale sottomessa alla logica commerciale. Ma i 5-stelle sembrano non vederle, e si sentono molto più minacciati dai presunti rischi di “scie chimiche”, vaccini e inceneritori. Assente è anche il contrasto al potere digitalmente costituito. I più grandi oligopoli della storia, i GAF (Google, Amazon, Facebook) sono descritti dall’Economist come «titani digitali da domare» − e come BAADD: big, anti-competitive, addictive and destructive to democracy. “Il Blog” però non ne parla e i parlamentari 5-stelle non li contrastano.
Nemmeno ci sono iniziative in grande stile del 5-stelle per alfabetizzare a internet più cittadini o per democratizzare, riappropriare dal basso, regolare il digitale e le sue effettive potenzialità abilitanti e liberatorie.

Capitalismo digitale

Il campo di battaglia del 5-stelle sono i social media. Facebook, Twitter e simili sono le aziende pubblicitarie più «produttive» del mondo. La loro forza lavoro è di un miliardo di dipendenti. I doppiamente dipendenti siamo noi, forzati volontari della tastiera, sfruttati tre volte: come forza lavoro gratuita, come bersaglio della pubblicità per cui lavoriamo, come compratori delle merci che ci bombardano di pubblicità. È il capitalismo “dall’atomo al bit”. Facebook al posto di Standard Oil (l’ex gigante petrolifero). Oggi il commercio di chiacchiere (che sono inesauribili) “crea valore” più del commercio di petrolio (che è esauribile). È il capitalismo digitale che Grillo irriderebbe proprio con un dito: il medio alzato, contro il potere digitale costituito.

Dopo il 4 marzo

Le elezioni del 4 marzo segneranno la fine del 5-stelle come (forse) lo conosciamo.

Primo scenario: La stabilità politica che dura da sette anni continuerà per altri cinque. La minaccia del nuovo partito avrà dato alla Repubblica la stabilità che cento partiti in settant’anni anni le hanno negato. Il 5-stelle continuerà a strillare fino a perdere la voce, come le famose “oche del Campidoglio”. Senza offesa.

Secondo scenario: Darà frutti il discredito sistematico del 5-stelle del concetto di sinistra e delle sue figure migliori: Giuliano Pisapia, deriso sul Blog come «Pisapippa». Laura Boldrini, minacciata a luci rosse. Stefano Rodotà «un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo». Darà frutti il tacere 5-stelle sui misfatti delle destre, il rinnegare l’antifascismo, il flirtare senza limiti a destra. La coalizione di Berlusconi raccoglierà così i frutti elettorali dell’albero scosso per dieci anni dai capi 5-stelle: nel Paese più gerontocratico del mondo, un settantenne (Grillo, un extraparlamentare ineleggibile) avrà messo senza volerlo il Governo nelle mani di un ottantenne (Berlusconi, un extraparlamentare ineleggibile). Per altri 5 anni dovrò rispondere alla domanda che mi fanno da un quarto di secolo: «Voi in Italia come potete eleggere uno che…».

Terzo scenario: Il politico 5-stelle Gianluigi Paragone (ex-direttore di La Padania, il giornale della Lega Nord, di estrema destra) avrà successo definendosi «l’uomo del dialogo tra Lega e 5-stelle». Non oso però immaginare il seguito.

Quarto scenario: Quelli che restano dei primi grillini prenderanno finalmente la parola. E forse anche le loro responsabilità.

Un'immagine del Tsunami Tour del 2013

Un'immagine del Tsunami Tour del 2013

Dopo lo Tsunami

Tsunami tour fu la campagna per le elezioni del 2013: 80 comizi di Grillo in 40 giorni. Quell’onda anomala catapultò in Parlamento 163 giovani «cittadini». Quando l’acqua si ritirerà, cosa resterà di quei nuotatori inesperti? Resterà solo «grande coalizione» del 5-stelle: quella di ciascun membro del partito con tutti gli altri. Tranne l’antipolitica, tutto li divide.

Il 5-stelle oggi è un Titanic sul quale gli ufficiali hanno distrutto i salvagenti. Screditando le ideologie che costruirono l’Europa, lo tsunami ha spazzato via anche le idee. Ha sterilizzato in una giovane «generazione vaffanculo» la capacità di un’aggregazione che vada al di là della collezione di like, follower e friends. I concetti stessi di partito, sindacato, cooperativa, Ong sono stati denigrati e estirpati.

Rabdomanti sperduti

Il ritiro delle acque lascerà superstiti senza mappe né bussole. Il 5 maggio 2014 scrissi per Grillo:

Sì, facciamo errori anche per voi.
Ci muoviamo su terre inesplorate,
rabdomanti in cerca di verità e giustizia
con uno smartphone in mano.


Con quelle parole provai a mettermi nella pelle dei 5-stelle per distillare l’essenza della loro utopia digitale. Migliaia di persone hanno messo mente, cuore e cervello in quest’avventura. Se il 5-stelle non manterrà la sua promessa, quanti si perderanno? Quanti continueranno a «cercare verità e giustizia» altrove? C'è stato un post 68. Ci sarà un post 5-stelle. Anche di esso faremo un bilancio fra mezzo secolo? Sulla terra bruciata di Utopia - bruciata due volte in 50 anni - purtroppo mi è difficile immaginare una rinascita in meno di qualche decennio.

Se i politici 5-stelle cercheranno di diventare Governo, le loro contraddizioni saranno terribili. Casaleggio e Grillo svilupparono quella formidabile sinergia che il primo mi promise, quando mi chiese di convincere il secondo. I due però non hanno coltivato successori. Spetterà ai loro follower in carne e ossa determinare cosa resterà del 5-stelle. Con profonde correzioni, esso potrà essere ricordato come un rabdomante che ha voluto saggiare nuovi cammini di democrazia. Se invece essi non saranno all’altezza delle ambizioni, le migliori donne e i migliori uomini del 5-stelle avranno comunque avuto il merito di aver esplorato strade che altri faranno bene a non imboccare.

* è stato ispiratore e ghostwriter del comico italiano Beppe Grillo dal 1992. Insegna politiche della sostenibilità al Politecnico federale di Zurigo

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