domenica 15 aprile 2018

Sono dell’idea che la miglior condanna per chi guida spericolatamente e fa tanti incidenti, sia lavorare per alcuni mesi in un Pronto Soccorso, dove capitano le vittime degli incidenti, con ferite aperte e arti spezzati. Credo che giorno dopo giorno, notte dopo notte, i guidatori incoscienti si renderebbero conto del male che fanno e cambierebbero comportamento. Vanno rieducati. Anzi educati per la prima volta, perché un’educazione alla guida non l’hanno avuta mai.

E così son convinto (vengo al tema) che la miglior condanna per i medici che curano male i pazienti, consapevolmente e intenzionalmente, tradendo il proprio dovere professionale e morale, facendo interventi non necessari al solo scopo di guadagnare di più, fino a renderli invalidi, sia obbligarli a far da badanti ai pazienti che hanno rovinato, ad accompagnarli e servirli nelle difficoltà della vita. Ho qui davanti l’intervista di una donna della Lombardia, a cui un chirurgo ortopedico impiantò una protesi all’anca allo scopo di incassare il compenso, e la protesi che impiantò era non solo scadente cioè di bassa qualità ma anche dannosa, una protesi metallica che rilasciava particelle metalliche, intossicando l’organismo.

Una protesi che altri ospedali avevan definito «uno schifo», escludendola dai prodotti acquistabili. La povera paziente si era ammalata per questo, le era anche venuto un tumore, suppongo per altre cause, ma il tumore s’era riempito di particelle metalliche. S’era fatta operare in Svizzera, dove i medici che le avevano tolto la protesi gliela consegnarono dicendole: «La porti al suo avvocato, e pianti una causa». Adesso quella donna ha piantato davvero una causa, e vedrà in tribunale il chirurgo che l’ha rovinata. Non faccio profezie, non so come la causa finirà.

Ma non credo che il chirurgo (se le cose stanno come la signora racconta) capisca il male che ha fatto. Al massimo, può averne una conoscenza giuridica, che non è una conoscenza sperimentale. Può essere un chirurgo bravissimo, di solito i grandi e potenti medici che balzano alla cronaca per scandali di mazzette e tangenti sono medici preparati, con una buona conoscenza della professione. Come medici, valgono molto, e infatti fanno una grande carriera. È come uomini che valgono poco. La loro professione, che li rende ricchissimi, li fa lavorare sul dolore: il dolore è il nemico che devono sconfiggere. Che cosa gli manca? Proprio la conoscenza del dolore. C’è un medico che vuole operare una donna anziana a un piede, sulla base di una sua diagnosi per cui in quel piede c’è un’infezione in atto.

È in malafede, gli altri medici dicono che quel piede è sanissimo. Ma il nostro medico vuole intascare i soldi dell’intervento. Non fa il confronto tra il male del danno che lui provoca a una paziente e il bene dei soldi che intasca, per vedere se vale la pena. Lui vede soltanto i soldi, soltanto il proprio bene, e dunque vale certo la pena. Cosa manca nella formazione di questo medico? L’università può essere stata brillante, il tirocinio può essere stato eccellente, ma manca una esperienza di contatto col dolore dei pazienti curati male, pazienti aggravati: qualcosa che somigli al lavoro nel Pronto Soccorso per gli autori di incidenti stradali.

Il tirocinio del medico non lo prevede. Ma può prevederlo la Giustizia, mettendo nella condanna anche una fase rieducativa a servire ed assistere i malati curati male, e magari proprio quelli che lui stesso ha curato male. Se fosse lui, per esempio, a spingere la carrozzella di quella donna che per colpa sua non cammina più?

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