sabato 28 settembre 2019
Ha incarnato la Presidenza imperiale della Quinta Repubblica, ma non ha legato la sua stagione a un’idea o un avvenimento, come hanno fatto invece Thatcher e Kohl
Jacques Chirac (Ap)

Jacques Chirac (Ap)

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Mentre le biografie di alcuni uomini di Stato sono incentrate su un’idea o un avvenimento (la rivoluzione liberale in economia per Margaret Thatcher; la democratizzazione spagnola per Adolfo Suarez; la riunificazione tedesca per Helmut Kohl), la vita pubblica di altri leader va letta piuttosto attraverso i riflessi su di essa delle trasformazioni sociali, culturali e politiche del loro tempo. Jacques Chirac rientra in questa seconda categoria. Egli era un po’ un Andreotti francese: se il 'divo Giulio' era il simbolo della 'prima Repubblica' italiana, la biografia di Chirac è un prisma attraverso cui si può leggere la storia della quinta Repubblica francese. Pochi leader politici hanno lasciato impronte così profonde sulle istituzioni francesi come lui, negli anni fra il 1967 e il 2007, in cui è stato deputato, ministro, leader di partito, sindaco di Parigi per 18 anni, due volte primo ministro e Presidente della Repubblica per 12 anni.

Chirac ha anzitutto inciso a fondo sul sistema dei partiti francese. Alla morte di Pompidou, nel 1974, Chirac tradì il candidato gollista alla presidenza, Jacques Chaban Delmas e favorì l’elezione del centrista Valéry Giscard d’Estaing, indebolendo così l’ala bonapartista e nazionalista della destra francese da cui proveniva, rispetto a quella liberale-orleanista guidata da Giscard. Fondò quindi un suo partito, il Rassemblement pour la République, che divenne rapidamente il principale punto di riferimento della destra di matrice gollista e per un decennio perseguì il disegno di recuperare l’egemonia di questa forza su quella più moderata che faceva riferimento a Giscard e poi a Raymond Barre. Un risultato ormai acquisito alla metà degli anni Ottanta. Da allora in poi Chirac ha egemonizzato la destra francese mantenendo ferma una scelta strategica: mai scendere a patti con l’estrema destra raccolta nel Fronte Nazionale, fortemente cresciuto negli anni Ottanta e Novanta. Solo alla fine della sua seconda presidenza, Chirac ha perso il controllo del suo partito, che nel frattempo aveva riassorbito gran parte della destra liberale post-giscardiana. Fu Nicolas Sarkozy a sfilarglielo dalle mani nel 2005 e a succedergli, non certo secondo i suoi disegni, nelle presidenziali del 2007.

Quanto alle istituzioni della quinta Repubblica, esse al momento in cui Chirac fu eletto per la prima volta deputato nel 1967 erano ancora dominate da De Gaulle, attorno al quale – molto più che attorno al testo costituzionale del 1958 – si era forgiata la presidenza imperiale alla francese. Un sistema che alcuni hanno definito semipresidenziale, ma che in realtà funzionava in chiave superpresidenziale, dato che il Presidente cumulava la posizione propria di un capo dello Stato eletto dal popolo con il controllo di una maggioranza parlamentare disciplinata simile a quella di cui disponeva nel dopoguerra il primo ministro britannico. Un equilibrio dei poteri che si prolungò nella presidenza Pompidou (1969-74). Si trattava di un assetto nel quale il Primo Ministro, che secondo il testo del 1958 doveva essere il capo della maggioranza parlamentare, un po’ come il suo omologo britannico, diventava una specie di primo esecutore delle politiche presidenziali, a tutti gli effetti un numero due, tenuto a non far ombra al Presidente e obbligato a farsi da parte per assumere la responsabilità dei fallimenti delle politiche presidenziali. Lo stesso Chirac sperimentò personalmente questa situazione, quando, appena 42enne, divenne per la prima volta capo del governo nel 1974. Il ruolo si rivelò troppo stretto per le ambizioni di Chirac che, dopo due anni di conflitti quotidiani con il presidente Giscard, dovette lasciare la guida dell’esecutivo. La supremazia presidenziale si confermava come il fatto centrale della Quinta repubblica.

Ben diversamente andarono le cose dieci anni più tardi, quando Chirac tornò a Matignon (la sede del Primo ministro), alla fine della prima presidenza Mitterrand. Questa volta ci arrivò come leader di una maggioranza parlamentare a lui fedele, dopo che alle elezioni legislative del marzo 1986 i socialisti di Mitterrand avevano subito una cocente sconfitta, che aveva incrinato l’autorità dello stesso Capo dello Stato. Si inaugurò così la prima coabitazione fra un Presidente di sinistra e un primo ministro di destra: un fatto inedito per la Quinta repubblica. Fu un assetto assai conflittuale, con la comica partecipazione congiunta del Premier e del Presidente a molti vertici europei e internazionali. Una partita a scacchi culminata nelle elezioni presidenziali del 1988, nelle quali Chirac e Mitterrand si sfidarono direttamente e il leader neo-gollista fu battuto con il 55 per cento dei voti contro il 45. Anche per questo motivo, cinque anni più tardi, quando il centro-destra vinse largamente le elezioni legislative del 1993, Chirac rinunciò a guidare il governo della seconda coabitazione, lasciando il posto di premier a Edouard Balladur. Questa scelta gli permise di evitare il logoramento nell’azione di governo e gli consentì nel 1995 di conquistare la presidenza della Repubblica (al terzo tentativo, dopo quelli falliti nel 1981 e nel 1988). Questa volta Chirac era il numero uno a tutti gli effetti, ovvero era il presidente imperiale della tradizione gollista.

Ma la storia gli avrebbe riservato una sorpresa: nel 1997, dopo due soli anni all’Eliseo, Chirac sciolse l’Assemblea nazionale con un anno di anticipo, per non dover affrontare prima delle elezioni le scelte di austerità politica imposte dall’adesione all’euro. Nelle elezioni legislative subì una inattesa sconfitta e dovette prendere atto dell’esistenza di una maggioranza parlamentare di sinistra plurale, egemonizzata dai socialisti, il cui leader Lionel Jospin divenne primo ministro. Era la terza coabitazione, questa volta a parti invertite: un neogollista alla Presidenza e un socialista alla guida del governo. Fu una coabitazione lunga, per tutta la legislatura, fino al 2002 e in fondo collaborativa. Un assetto che, secondo i sondaggi, piaceva ai francesi, ma non ai loro leader politici. Anche per questo Chirac e Jospin decisero nel 2000 di riformare la Costituzione riducendo da sette a cinque anni il mandato presidenziale (il 'quinquennat'). Eleggere il Presidente e il Parlamento nello stesso anno doveva rendere impossibili le coabitazioni, restaurando pour toujours la presidenza imperiale. Il che è puntualmente avvenuto da allora e lo stesso Chirac nel 2002, Sarkozy nel 2007, Hollande nel 2012 e Macron nel 2017 sono stati eletti Presidenti ed hanno ottenuto subito dopo una maggioranza parlamentare. Il Primo ministro è tornato ad essere, come De Gaulle, l’aiutante di campo del Presidente.

Ma gli equilibri politici sono ormai diversi da quelli dei tempi di De Gaulle e Pompidou. La destra moderata un tempo dominata da Chirac è stata fortemente indebolita nel 2017 dalla duplice ascesa dell’estrema destra di Marine Le Pen e dei centristi di Emmanuel Macron, al punto che nelle elezioni presidenziali di quell’anno per la prima volta essa non ha avuto un suo rappresentante al ballottaggio. D’altro lato, i contropoteri sono cresciuti anche in Francia: regioni, indipendenza della magistratura (lo stesso Chirac ha dovuto subire una condanna penale subito dopo la sua uscita dall’Eliseo), controllo di costituzionalità delle leggi. E la concentrazione del potere politico nel Presidente non lo immunizza da freni imposti alla sua azione dai maldipancia emergenti nella società più o meno civile (si vedano i gilet gialli). Forse coabitazioni e presidenza imperiale appartengono agli anni della vita, ora conclusa, di Jacques Chirac.

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