mercoledì 6 luglio 2011
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Fidel Castro e Hugo Chavez, il maestro e l’allievo prediletto, il líder maximo e l’etnocaudillo, quasi una sorta di prolungamento l’uno dell’altro. Un singolare destino li unisce perfino nel tramonto della propria parabola politica, lunghissimo, estenuato, quasi immobile l’astro morente di Castro, fulmineo come il precipitare del carro di Fetonte quello di Chavez, inchiodato per settimane da un tumore nelle cliniche cubane proprio come il suo mentore, assente dal potere ormai dal 2006. Due destini e molte somiglianze.Ieri Chavez ha fatto ritorno in patria. Guarito – annunciava festante dal balcone del palazzo presidenziale di Miraflores mentre il Venezuela festeggiava il bicentenario dell’indipendenza – dopo lunga battaglia contro il male oscuro che lo divorava, ma non ancora fuori pericolo. Come Castro, Chavez – el indio, ovvero il mezzosangue, per i detrattori ma anche per la moltitudine di ammiratori di umilissime origini – governa un Paese saturato in ogni possibile anfratto dalla sua presenza e dal culto della sua persona: non vi è giornale, canale televisivo, sito internet venezuelano che non trabocchi della sua immagine, fino al programma Aló presidente, dal quale Chavez si affaccia bonario, fluviale, sentenzioso, populista fra i populisti e per questo amatissimo dalle classi disagiate del Paese, e al contempo detestato da quella piccola e grande borghesia espropriata di tanto (e non solo del troppo) che da tredici anni ne sopporta la pervasiva occupazione del potere.Come Castro, che al suo posto ha lasciato la mezza figura del fratello Raul, Chavez non ha successori né eredi, e neppure un’opposizione in grado di sostituirlo alla guida del Venezuela. Non bastano dunque il generale Raúl Isaías Baudel (un tempo braccio destro di Chavez e in pratica colui che lo riportò al potere dopo il golpe del 2002), che oggi vive esiliato in patria dopo essersi scontrato con il presidente e nemmeno Henri Falcón, politico di lungo corso un tempo suo sostenitore e oggi chavista pentito e militante del partito d’opposizione Patria Para Todos, per scalfire il prestigio e il carisma dell’indio: come il suo maestro Fidel, Chavez lascia il vuoto attorno a sé, un vuoto che il Psuv (Partido socialista Unido de Venezuela), diretta emanazione e creatura calligraficamente costruita a misura dell’etnocaudillo, non è in grado di colmare.«Sono salvo grazie a Fidel», annuncia Chavez. Lo stesso uomo che con il paralizzante carisma costruito in quasi sessant’anni di potere ininterrotto ha anestetizzato una nazione costringendola ad un’orgogliosa e insieme avvilente povertà, condita da tragedie umane come la fuga in massa dei balseros (le migliaia che cercarono di raggiungere la Florida con imbarcazioni di fortuna) e la repressione spietata dei dissidenti. Storie differenti, quelle cubane e quelle venezuelane, ma il legame fra i due caudillos è economico, oltre che politico. Dietro di essi si muove scomposta una falange di cortigiani, burocrati, militari, una nomenklatura improvvisamente impaurita dalla prospettiva che vengano meno gli accordi fra L’Avana e Caracas, che quel flusso di denaro e di petrolio che Chavez graziosamente dona al proprio maestro (e che in parte i cubani rivendono all’estero) si assottigli o scompaia del tutto, lasciandoli nella disadorna povertà che è il tratto sintomatico della Cuba degli ultimi cinquant’anni.Non a caso le modalità della malattia di Chavez si sono rivelate identiche a quelle di Fidel: bollettini medici oltraggiosamente reticenti, patetici proclami di immortalità dei leader, rauche sfide alla natura da parte di satrapi incapaci di ritirarsi dal proscenio. Perfetta allegoria alla rovescia di quei re taumaturghi magnificamente descritti dallo storico Marc Bloch, guaritori di malattie e per ciò stesso invulnerabili, Chavez e Castro ne diventano una caricatura spesso patetica. In attesa che il nuovo che preme e che verrà li consegni al ricordo dei tempi che furono.
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