sabato 31 ottobre 2015
Ci sono libri particolarmente preziosi nei momenti di passaggio individuali e collettivi. Ci aiutano molto a comprendere in profondità la natura delle crisi che viviamo, danno parole alle emozioni, ai sentimenti, ai dolori. Illuminano zone buie alle quali soltanto parole più grandi delle nostre riescono a dare un nome, a chiamarle, illuminarle. A risorgerle. Come avremmo potuto reimparare a parlarci e a guardarci ancora negli occhi dopo le guerre e gli olocausti, se non avessimo avuto la Divina Commedia, i Canti di Leopardi, i Demoni di Dostoevskij, Giuseppe e i suoi fratelli di Mann, I Miserabili di Hugo, Lo Straniero di Camus, Se questo è un uomo di Primo Levi? Questi ed altri grandi libri producono sempre lo stesso effetto mirabile di Eschilo, che con I Persiani era capace di far piangere gli ateniesi portandoli ad immedesimarsi con il dolore dei persiani da loro sconfitti in battaglia. Questi miti e questi libri ricostruiscono ciò che la politica non può ricostruire, sanano, baciandole, ferite che sembrano insanabili, rigenerano una nuova fraternità umana.Alcuni libri, poi, non sono soltanto preziosi durante le età delle crisi: sono essenziali. Quando un mondo è finito e il nuovo non si intravvede ancora, nei "sabati santi" dell’esistenza delle persone e dei popoli, la compagnia di pochi libri diventa il pane quotidiano dell’anima. Il Qohelet è uno di questi. Sono stato sempre affascinato da questo libro così diverso da tutti gli altri testi biblici, accostabile soltanto a Giobbe, a qualche pagina di Geremia, di Isaia, dei Salmi, del Vangelo di Marco. Un libro la cui lettura può cambiare la vita, può introdurci a una fede e a una umanità nuove e adulte. Con e come Giobbe, Qohelet è una profonda ed efficacissima cura delle due principali malattie di tutte le fedi, religiose e laiche: l’ideologia, e la ricerca di facili consolazioni in risposte banali a domande difficili e tremende.
Qohelet è stato scritto per chi vuole salvare la propria vita e se stesso dall’eterna tentazione dell’ideologia. Gli uomini religiosi e quelli sensibili all’azione dello spirito, iniziano la loro storia di fede seguendo la voce che li chiama, si mettono alla sua sequela con altri compagne e compagni di viaggio, e poi creano istituzioni per custodire e servire quella voce nella storia. Puntuale, però, arriva la tendenza-tentazione invincibile di non accontentarsi più della nudità di quella voce, e presto attorno alla prima fede dei padri nasce l’ideologia dei figli. Si formano così le religioni, dove con il grano buono della fede si accumula negli anni e nei secoli la pula dell’ideologia della fede, che col tempo cresce e si moltiplica. E se non ci fossero i profeti e i sapienti a salvare, ciascuno a modo suo, il grano buono, la pula arriverebbe a coprire tutto il frumento fino a soffocarlo. Questa dinamica vale per tutte le fedi religiose e laiche, dove, se non sono idolatrie, si incontrano anche i profeti e i sapienti, che sono la principale prevenzione e cura delle ideologie. Con Giobbe e con Qohelet la tradizione sapienziale biblica raggiunge una vetta altissima, forse insuperabile, e diventa dono universale per tutte le donne e gli uomini che cercano di proteggere la propria fede dall’ideologia. L’ideologia è morte della fede perché ogni ideologia religiosa è sempre idolatria, è la trasformazione di YHWH nel vitello d’oro. È così che le fedi diventano etica, manuali di buona convivenza civile, pratiche di pietà, raccolta di false consolazioni, religioni economiche.
Qohelet, come e insieme a Giobbe, è il grande inquisitore e confutatore della religione retributiva, dell’idea radicatissima nella sua (e nostra) cultura che il giusto viene ricompensato con beni, salute, figli e provvidenza, e che il malvagio è sventurato e povero perché è colpevole di una colpa sua o dei suoi avi. Leggere Qohelet nudi e disarmati è un allora antidoto contro la nuova-antica idolatria meritocratica che sta invadendo, senza trovare alcuna resistenza, le imprese, la politica, la società civile, e ormai anche alcuni settori delle chiese.Le ideologie sono imprese collettive, ma sono anche creazioni individuali, perché ogni credente produce la propria ideologia, che si annida nel cuore dell’esperienza religiosa. Fede e ideologia crescono assieme, intrecciate una dentro l’altra, e solo un lavoro duro e intenzionale può - e deve - ogni tanto distinguere, separare, far penetrare la lama nelle fibre per tagliare e curare, e rimettersi in ascolto, povero e mite. La produzione di false (perché facili) consolazioni è un tipico frutto di una fede diventata ideologica. Si inventano paradisi artificiali sicuri e chiari al posto di quello vero incerto e misterioso, e si generano illusioni solo perché si è incapaci di elaborare le delusioni di ogni fede non vana. La Bibbia - ebraica e cristiana - ha voluto custodire Qohelet tra i suoi libri più preziosi, un libro dove non c’è YHWH, non c’è la fede dei Patriarchi, non si vede la terra promessa, non c’è Mosè né la sua Legge. Se nella Bibbia c’è Qohelet, allora nel cuore dell’umanesimo biblico c’è posto anche per chiunque che come "Colui che parla nell’assemblea" (cioè Qohelet, l’Ecclesiaste) pone alla vita e alla fede le domande più estreme, radicali, nude, scandalose - alcune talmente sconvenienti che i vari antichi editori e redattori del testo hanno sentito il bisogno di emendarle.
La presenza di Qohelet nel cuore della Bibbia e della tradizione ebraico-cristiana è una ferita, perché l’attraversamento di Qohelet non è generativo se non sentiamo il dolore - nostro e del mondo - mentre incontriamo le sue parole. Ma, come molte ferite feconde, questa presenza è anche una apertura della Bibbia verso ogni uomo e ogni donna che cerca la verità, anche per chi non sente il bisogno di dare un nome religioso a questa sua ricerca. Dalla finestra di Qohelet l’umanesimo biblico esce e arriva fino all’ultimo dubbioso essere umano amante e cercatore di verità; ma attraverso questa finestra è l’umanità tutta che è entrata e continua a entrare dentro la Bibbia, e una volta entrata l’hanno fatta più bella, più umana, più vera con la loro umanità onesta, rivestendola anche di quelle carni di chi della Bibbia non capiva Isaia o il Vangelo di Marco, ma ha capito e ha amato il cantore della vanitas.
Il libro del Qohelet fu scritto in Israele durante la conquista greca, quando un grande impero stava imponendo la sua lingua e la sua cultura. Alcuni intellettuali ebrei erano affascinati da quel nuovo mondo e dei suoi valori di ricerca della felicità, del profitto, dei bei corpi, del piacere e della giovinezza. C’era, però, tra i suoi contemporanei chi vedeva in questa "globalizzazione" la crisi profonda della cultura d’Israele. Qohelet era tra questi ultimi, e per questo la lettura del suo libro è meditazione utilissima forse necessaria per chi oggi, in una nuova età di globalizzazione e di uniformizzazione dei valori, vuole pensare in profondità la natura del nuovo mondo e dei suoi dogmi. Qohelet è un compagno di viaggio inestimabile per chiunque cerca di guardare in modo non ideologico e spietato i dogmi e i culti ingannatori degli imperi che arrivano per dominarci. La grande forza di questo antico libro sta allora la sua capacità unica di guardare nella sua nudità ciò che appare nuovo e affascinante, senza cedere un centimetro morale al bisogno di consolazione davanti al mondo qual è. Quell’antico anonimo autore ha avuto la forza e il coraggio etico e spirituale di porre domande radicali al suo mondo in crisi, che riescono a parlare con una forza e profondità immense, anche oggi, anche a noi. Risveglia il desiderio di pensare senza paura e con coraggio ai propri imperi e agli asservimenti agli idoli del piacere e del denaro. Qohelet è guida leale nell’edificazione di una vita adulta, non ideologica, vera, un amico scomodo e a volte sconcertante, che ci ama perché non ci molla finché non tentiamo di rispondere alle sue domande dolorose e liberatrici.
Quando arriva il giorno - e guai a noi se non arriva! - in cui il velo della prima fede cade e la vita si svela, tutto ciò che aveva costituito la trama della nostra esperienza spirituale e ideale appare commedia o tragedia. I compagni di ieri diventano solo attori e maschere di un copione scritto da nessuno, una pièce di teatro dell’assurdo, con noi nella parte del protagonista. Ci si ritrova d’un tratto soli su un palcoscenico vuoto, con le scenografie smontate e ammainate. In questo giorno, drammatico e stupendo, si aprono sempre due possibilità. Possiamo iniziare a scrivere noi, questa volta intenzionalmente, un copione per una nuova commedia-tragedia. E così trasformiamo quel palcoscenico, che fino a ieri credevamo fosse la vita vera, nella nostra unica nuova vita. Il teatro diventa la vita. Non reggiamo la nudità del palco vuoto e desolato, e diventiamo scrittori, registi e attori della nostra commedia. Neghiamo e fuggiamo la realtà, e per sopravvivere entriamo volontariamente nel nostro The Truman Show. La seconda possibilità sta nel voler iniziare finalmente la vita spirituale: usciamo dal teatro, ci mettiamo a camminare lungo le strade del mondo, e cominciamo a cercare una nuova fede dentro i dolori e le gioie veri della gente vera attorno a noi.Scopriamo Giobbe, i Salmi, e iniziamo a farci leggere e cantare da essi. E poi, qualche volta, incontriamo Qohelet, e con l’argilla del suo nulla vero iniziamo a plasmare i mattoni per costruire la nostra nuova casa. Qohelet non ci guida nella costruzione di una cattedrale, ci fa solo artigiani di una casa degli uomini che non vogliono più vivere dentro una fiction consolatoria. Una casa sobria e senza idoli, dove un giorno, forse, potremo reimparare anche a pregare.l.bruni@lumsa.it
© Riproduzione riservata