Almeno tacete
venerdì 23 novembre 2018

Siamo molti, nell’Italia che va invecchiando, ad avere l’età per essere potenzialmente madre (o padre) e nonno (o nonna) di Silvia Costanza Romano, la giovane volontaria rapita in Kenya. Ma abbiamo anche l’età (e condividiamo la responsabilità) per essere parenti o educatori dei due ragazzi che a Varese hanno sequestrato e torturato un loro coetaneo per un debito di droga contratto da un amico di quest’ultimo. Domande facili: quale sceglieremmo come figlio o nipote? Di chi saremmo giustamente orgogliosi? Eppure, nel Paese al contrario che sempre più spesso sembriamo diventati, in poche ore sono spuntate, come piante carnivore dal fiorire improvviso sull’humus di rancore diffuso, velenose critiche e ingenerose, persino violente accuse alla nostra cooperante, rea di "essersela cercata" e di crearci nuovi grattacapi, facilmente evitabili restando a Milano.

Silvia – ci si permetta di chiamarla per nome (bisognerebbe ricominciare anche dalle buone maniere) – è finita nelle mani di miliziani senza scrupoli che, c’è da sperarlo, potrebbero chiedere un riscatto per la sua liberazione. Domanda sbagliata: ha delle colpe per questo? Chi ha una figlia o nipote che rischia la vita in modo simile non si chiederà perché è andata a sostenere gli orfani africani, ma supplicherà chiunque possa fare qualcosa di aiutarlo a liberarla. E i suoi connazionali, in genere, invece che farsi forsennati spettatori dalle tribune social e di chiederle già conto di un’ipotetica somma versata ai banditi, avrebbero trepidato e magari pregato per la sua salvezza.

Siamo abbastanza sicuri che se Silvia fosse caduta in una buca davanti a casa dei suoi denigratori da salotto, la stragrande maggioranza di essi si sarebbero mobilitati per darle una mano, in senso letterale. Restano però preoccupanti la mancanza di solidarietà, il cinismo e – diciamolo: persino la ferocia – che in Rete viaggiano veloci ormai senza neppure bisogno dell’anonimato, ma solo grazie all’assenza di remore personali e di sanzioni morali. E ancora di più colpiscono, come un schiaffo a freddo, i commenti agrodolci di acclamati opinionisti, desiderosi di non scostarsi troppo dal clima che si vorrebbe prevalente. Quello che mette alla gogna le Ong che salvano i migranti, che invoca sgomberi di senza tetto facendo finta che il problema dei più bisognosi così scompaia, che pretende inflessibile severità per tutti tranne che per se stessi.

Un Paese che coltiva il rispetto e l’altruismo, che apprezza e promuove il volontariato, non può che generare un tessuto sociale generoso e vivibile, persone capaci di slanci coraggiosi, proiettate verso il bene comune.

E qualcuna di esse andrà anche all’estero, ambasciatore di solidarietà, si diceva una volta, con una retorica buonista che sta tornando rapidamente fresca e croccante al confronto della montante muffa cattivista, mascherata da sincerità finalmente senza finzioni. Non ve la sentite di mandare un messaggio in favore di Silvia? Almeno tacete. Non tentate impietosamente di infangarne la figura. Lasciate spazio a chi ancora crede che spendere una piccola parte della propria vita per gli altri sia una scelta da lodare e incoraggiare (evitando, certo, improvvisazioni dettate solo dal cuore e con interventi il più possibile mirati ed efficaci da parte delle organizzazioni che li promuovono).

Non è il fatto peggiore dell’Italia di oggi. Non vogliamo farne una caso più grande di quello che è. Ma quelli emersi in queste ore sono segnali da non sottovalutare, spie di qualcosa che sta avvenendo nel profondo. E che può dare frutti malati nel futuro, se non verrà invertita la tendenza. Quanti penseranno di partire per terre di 'missione', quando ti danno addosso perfino nel momento in cui vieni rapito e sei in pericolo di vita? E, grattando sotto la superficie dei messaggi e dei commenti, sembrano emergere nel dibattito pubblico pure vecchi-nuovi vizi, uno tristemente sdoganato e l’altro ancora troppo superficialmente combattuto. Il primo è legato all’operato di Silvia. Non vorremmo essere maliziosi nel sospettare che dare un’istruzione e una speranza a un pugno di bambini neri di un villaggio sperduto non sia considerato da molti una priorità meritevole di impegno e rischio connesso. Il secondo è legato alla persona stessa di Silvia, un sessismo strisciante e inconfessabile, secondo il quale siamo davanti a una giovinetta incosciente che si mette nei guai per seguire sogni irrealistici. Un riflesso già comparso in passato, quando altre volontarie italiane erano state vittime di bande armate.

Non salva il mondo Silvia. Non è un’eroina. Ma noi ci sentiamo di esserle accanto con gratitudine, e non solo perché è nostra connazionale. Ha 23 anni, si spende per i meno fortunati, non ha chiesto nulla per sé e, a quanto sappiamo, non è stata nemmeno imprudente (ammesso che in questi frangenti conti qualcosa). La aspettiamo con ansia, senza il benché minimo dubbio che il nostro governo farà tutto il possibile per riportarla presto a casa. Come è sempre stato e come sempre dovrà essere.

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