mercoledì 31 ottobre 2018
Sono 530mila i "figli della provetta" giapponesi da quando la pratica è stata introdotta nell'arcipelago nel 1983
Nel Giappone che invecchia è boom dei figli in provetta
COMMENTA E CONDIVIDI

Inserito nel programma economico e sociale voluto dal premier Shinzo Abe dopo il suo ritorno al potere nel 2012, l’obiettivo di far ottenere alle donne un ruolo più attivo nel modo del lavoro è rimasto al palo. Se è vero, infatti, che due milioni di donne sono entrate nel mercato occupazionale negli ultimi anni, alleviando la carenza di manodopera, in larga parte si è trattato di impieghi part-time o a contratto. L’azienda resta in Giappone un bastione di misoginia, dove prospera una concezione del lavoro coordinata e di gruppo contraria a ogni individualità. Un’ideologia del consenso che implica orari di lavoro prolungati, svaghi e vacanze condivisi, iniziative comuni che fanno dei rapporti gerarchici una imitazione di quelli familiari. Con un ruolo inevitabilmente subordinato della componente femminile. Così, mentre perpetua se stesso, sebbene con una percezione crescente di fragilità e instabilità, il Giappone osserva il crollo della sua demografia, con i 126 milioni di abitanti attuali che dovrebbero passare a 100 milioni alla metà del secolo. Un crollo reso inevitabile dalla volontà di rendere difficile l’accesso e l’integrazione agli stranieri, come pure alla scarsità di incentivi alla prole e di tutele per le donne. Oggi il tasso di fecondità è di 1,44 figli per donna, del tutto insufficiente a garantire una prospettiva di innalzamento del trend demografico.

Alla congiunzione di tendenze che in modo non diverso da altre nazioni portano alla contrazione delle nascite, ma anche di specificità culturali e di scelte che sostengono lo status quo, il Paese del Sol Levante è sempre più vittima di una demografia declinante. Anche per questo spicca il forte aumento dei 'figli in provetta'. Secondo un’indagine di recente pubblicazione, nel 2016 un giapponese su 18 è nato attraverso la fecondazione in vitro, un record. E un dato preoccupante, dovuto ai programmi pubblici di sostegno a questa pratica e da una conoscenza più diffusa, ma anche all’età sempre più alta delle coppie che si sposano. L’indagine della Società giapponese di ostetricia e ginecologia, i cui risultati sono stati diffusi dall’agenzia Kyodo, evidenziano che 447.790 iniziative di fecondazione hanno portato nell’anno preso in esame a 54.110 nascite (all’80% dovute a embrioni e ovociti congelati), con un balzo netto rispetto alle 3.109 dell’anno precedente. Un dato eclatante e che porta a complessivi 530mila i 'figli della provetta' giapponesi da quando la pratica è stata introdotta nell’arcipelago nel 1983. Con un rapporto con le nascite 'tradizionali', circa 940mila in un anno, che va crescendo in modo esponenziale.

Con una coppia su sei che soffre di infertilità, il Giappone ospita almeno 600 cliniche specializzate che ne fanno, secondo una terminologia diffusa, «una superpotenza dei trattamenti per la fertilità» e questo spiega anche l’offerta costante di soluzioni, una volta considerate tabù, oggi oggetto comune di discussione e considerazione. Nell’assunto che le nascite vanno incentivate in ogni modo, ma di fatto mancando l’obiettivo di rilanciare la stanca demografia nipponica, sia il governo centrale, sia alcune amministrazioni locali, a partire da quella metropolitana di Tokyo, concedono generosi sussidi alla pratica in vitro, anche se solo fino ai 43 anni d’età. Sussidi che sono garantiti esclusivamente a coppie con un reddito inferiore all’equivalente di 55mila euro l’anno. Si tratta di contributi reiterabili per un massimo di dieci volte in cinque anni che vanno da 2.300 a 3.800 euro per ogni trattamento a fronte di costi che arrivano a un milione di yen, ovvero circa 8.000 euro. Come conferma il professor Osamu Ishihara dell’Università di Medicina di Saitama, tra i responsabili dell’indagine, «con i programmi di sostegno, il trattamento in vitro è stato reso accessibile anche a giovani coppie che sarebbero state altrimenti penalizzate dalle loro condizioni finanziarie, ma anche a donne che desiderano un figlio dopo un trattamento anti-tumorale o per altre patologie».

Gli interessi sono vasti e nemmeno tanto nascosti. Per fare un esempio la Società giapponese di ostetricia e ginecologia indica come 'non fertili' le coppie che non riescono ad avere figli entro due anni dalla loro unione, ma da tempo cerca di abbassare questo limite a un anno, spianando il cammino della procreazione assistita. Una trafila che inizia con i test condotti a vari stadi del ciclo mestruale della donne in base ai risultati e all'età, seguita dalla maggiore attenzione ai giorni potenzialmente più fertili e da una terapia ormonale per assicurare una maturazione degli ovociti. In caso di fallimento iniziano le procedure di fertilizzazione in vitro in cui centrale è la raccolta di ovociti prodotti secondo la procedura precedente. Resta uno stigma sociale per la pratica, ma non mancano anche resistenze di altro genere, che anticipano e affiancano ogni gravidanza, comunque raggiunta. La ragione principale è la mancanza di sostegno pubblico. Secondo l’Istituto nazionale per la popolazione e per la ricerca sulla sicurezza sociale, oltre il 60% delle giapponesi lascia il lavoro dopo la nascita del primogenito e questa 'infertilità sociale', come la definiscono gli stessi analisti giapponesi, porta sempre più a sacrificare il matrimonio e la maternità in età produttiva per posticiparla ben oltre i trentanni. Nel 2014 le statistiche indicavano che l’età media per la prima maternità era di 30,6 anni contro il 27,5 di vent'anni prima. Allo stesso tempo, per donne di 35 anni e oltre, risulta più difficile un concepimento naturale. Per una quarantenne la possibilità di una gravidanza è solo del 10% rispetto a una ventenne, anche con la fertilizzazione in vitro.

Nella realtà, in Giappone non c’è una legge che regoli una materia tanto delicata, ma solo delle indicazioni, perlopiù fornite dalla Società giapponese di ostetricia e ginecologia, severa sulle procedure ma molto meno interessata alle implicazioni etiche e morali delle pratiche. Ancor meno delle conseguenze. Solo in tempi recenti alcuni esperti hanno sollevato, ad esempio, il problema dei danni psicologici per bambini concepiti con trattamenti di fertilità. Come ha rilevato Azumi Tsuge, docente di Sociologia nell’Università Meiji Gakuin, «non è tanto importante che le procedure siano legali o illegali, quanto che sia dato un giusto sostegno ai bambini che nascono attraverso pratiche surrogate o come risultato della donazione di sperma o ovociti. Alcuni potranno non essere interessati alle loro origini, ma altri potrebbero esserlo e quando sapranno la verità porterebbero avere necessità di un aiuto concreto». Uno choc esteso anche alle madri, come ha confermato l’esperienza della ricercatrice, attiva nella ricerca sui trattamenti per la fertilità dagli anni Novanta. «Molte persone non sanno quanto può essere difficile sul piano fisico e psicologico un trattamento per la fertilità. Invece dovrebbero essere avvertite di come sarà, prima di avviare le procedure».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: