lunedì 30 gennaio 2017
Il fotografo Pietro Albi con l'associazione «One Bridge to Idomeni» ha documentato lo sforzo umanitario per i migranti, in maggioranza afghani, abbandonati nella vecchia stazione ferroviaria
One Bridge to Idomeni è un’associazione nata nel 2016 per portare aiuti concreti nei territori di confine sulla rotta Balcanica, a seguito della   chiusura delle frontiere dei Paesi europei e della nascita spontanea, nel lungo cammino verso l’Europa, di campi profughi auto-organizzati.

One Bridge to Idomeni è un’associazione nata nel 2016 per portare aiuti concreti nei territori di confine sulla rotta Balcanica, a seguito della chiusura delle frontiere dei Paesi europei e della nascita spontanea, nel lungo cammino verso l’Europa, di campi profughi auto-organizzati.

Oltre 1.500 persone sopravvivono da settimane oramai nella vecchia stazione ferroviaria di Belgrado, bivaccando tra edifici fatiscenti, senza acqua e senza elettricità. Ed è qui che si sono diretti 4 volontari di One Bridge to Idomeni con un camper carico di 50 scatoloni di vestiario invernale.

Oltre 1.500 persone sopravvivono da settimane oramai nella vecchia stazione ferroviaria di Belgrado, bivaccando tra edifici fatiscenti, senza acqua e senza elettricità. Ed è qui che si sono diretti 4 volontari di One Bridge to Idomeni con un camper carico di 50 scatoloni di vestiario invernale.

I volontari dell'associazione One Bridge to Idomeni, presieduta da Giulio Saturni, hanno raccontato di essere arrivati nella stazione di Belgrado, trovando davanti a loro uno scenario a dir poco desolante fatto di vecchi stabili abbandonati trasformati in rifugi di fortuna, anneriti dal fumo denso e acre, che entra nella pelle e nelle narici, di fuochi alimentati da rifiuti e combustibili di ogni sorta.

I volontari dell'associazione One Bridge to Idomeni, presieduta da Giulio Saturni, hanno raccontato di essere arrivati nella stazione di Belgrado, trovando davanti a loro uno scenario a dir poco desolante fatto di vecchi stabili abbandonati trasformati in rifugi di fortuna, anneriti dal fumo denso e acre, che entra nella pelle e nelle narici, di fuochi alimentati da rifiuti e combustibili di ogni sorta.

Per alleviare le rigidità del freddo sono stati preparati e distribuiti circa 50 litri di tè caldo.

Per alleviare le rigidità del freddo sono stati preparati e distribuiti circa 50 litri di tè caldo.

La maggior parte di loro sono minori non accompagnati, che non hanno ricevuto la benché minima tutela legale dalle Autorità in violazione dei principi della convezione dei diritti del fanciullo.

La maggior parte di loro sono minori non accompagnati, che non hanno ricevuto la benché minima tutela legale dalle Autorità in violazione dei principi della convezione dei diritti del fanciullo.

Ad aggravare ancora di più la situazione sono i trattamenti disumani e degradanti che sono riservati indistintamente chi tenta di attraversare il confine con l’Ungheria. «Ali, un ragazzo Afgano di 16 anni, ci ha raccontato - ha spiegato uno dei volontari di One Bridge to Idomeni - che, con un suo coetaneo, nel cercare di varcare il confine sono stati fermati dalla Polizia e dalla popolazione Ungherese.  Aggrediti dai cani e fermati con i bastoni, ci ha mostrato la giacca squarciata e una ferita alla mano. Sono stati derubati di soldi e cellulare, immobilizzati al freddo per ore, in piedi, senza giacca e guanti, poi gli hanno versato in testa e sugli indumenti acqua fredda, solo allora li hanno lasciati andare».

Ad aggravare ancora di più la situazione sono i trattamenti disumani e degradanti che sono riservati indistintamente chi tenta di attraversare il confine con l’Ungheria. «Ali, un ragazzo Afgano di 16 anni, ci ha raccontato - ha spiegato uno dei volontari di One Bridge to Idomeni - che, con un suo coetaneo, nel cercare di varcare il confine sono stati fermati dalla Polizia e dalla popolazione Ungherese. Aggrediti dai cani e fermati con i bastoni, ci ha mostrato la giacca squarciata e una ferita alla mano. Sono stati derubati di soldi e cellulare, immobilizzati al freddo per ore, in piedi, senza giacca e guanti, poi gli hanno versato in testa e sugli indumenti acqua fredda, solo allora li hanno lasciati andare».

All’interno della stazione ferroviaria abbandonata le associazioni che operano in maniera stabile sono poche: Medici senza Frontiere che fornisce pompe di calore per riscaldare gli stabili occupati dai rifugiati, un’associazione inglese che garantisce un pasto caldo giornaliero, e un'associazione serba che si occupa di distribuire beni di prima necessità come vestiti, spazzolini, sapone e scarpe.

All’interno della stazione ferroviaria abbandonata le associazioni che operano in maniera stabile sono poche: Medici senza Frontiere che fornisce pompe di calore per riscaldare gli stabili occupati dai rifugiati, un’associazione inglese che garantisce un pasto caldo giornaliero, e un'associazione serba che si occupa di distribuire beni di prima necessità come vestiti, spazzolini, sapone e scarpe.

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