Via le sanzioni e fondi per la ricostruzione: così (forse) può risorgere l'economia iraniana
di Luca Miele
Teheran paga l'isolamento e le debolezze strutturali, oltre al conto della guerra. Luci e ombre del Memorandum firmato con gli Usa

Via le sanzioni che da anni strangolano la sua economia. Scongelamento degli asset, un malloppo da 100 miliardi che tornerebbero “a casa”, nelle casse del regime. Un’iniezione di altri 300 miliardi, per finanziare la ricostruzione del Paese. Con il Memorandum d’intesa, siglato da Usa e Iran, Teheran strappa (o strapperebbe) una serie di condizioni vantaggiose per la sua disastrata economia. Perché se è vero che Teheran ha incassato una serie di “successi strategici” nella guerra – nessun smembramento della sua integrità territoriale, nessun cambio di regime, fine della pax americana nella regione del Golfo – al tempo stesso deve fronteggiare una crisi economica che ha fatto da miccia al malcontento popolare.
Il rial ha perso il 20.000% del suo valore rispetto al dollaro in quattro decenni, il 45% solo nel 2025. L’inflazione è galoppante: il prezzo che gli iraniani stanno pagando, prima per il regime di sanzioni che grava da anni sulla economia della guerra, gli effetti la guerra dopo, è alto. Basta vedere l’impennata dei prezzi di alcune beni essenziali. Olio da cucina: più 430% rispetto a un anno fa. Uova: più 345%. Riso: più 287%. Latte: più 139%. La Banca Centrale dell'Iran ha riportato un tasso di inflazione annuo superiore al 50,6% ad aprile. Secondo lo stesso rapporto, l'inflazione mensile ha raggiunto il 67%. A ciò si aggiunge il conto della guerra. A metà aprile, la Tv di Stato ha stimato i danni bellici a 270 miliardi di dollari, circa il 60% del Pil. Gli indicatori catturano uno scivolamento continuo verso il basso dell’economia iraniana. Il Fondo Monetario Internazionale ha previsto una contrazione del Pil del 6,1% quest'anno e le Nazioni Unite hanno avvertito che altri 4,1 milioni di iraniani potrebbero cadere sotto la soglia di povertà.
Di fronte a questa caduta, quali sono le priorità per il regime? “Teheran ha bisogno, prima di tutto - dice ad Avvenire Muhammad Sahimi, professore presso l'Università della California del Sud a Los Angeles - della revoca delle sanzioni economiche. Queste misure hanno paralizzato l'economia, hanno creato un enorme mercato nero, hanno arricchito una piccolissima parte della popolazione, ma danneggiato gravemente la classe media. Inoltre, l'Iran ha bisogno di liberarsi dall'ombra della guerra, che ha contribuito al suo precario stato economico”.
Di qui l’importanza “strategica” delle misure previste dal Memorandum. Quali effetti avrebbero se tradotte nella realtà? Possono far risorgere l’economia di Teheran, innescando un processo virtuoso di crescita?
“Le due misure – spiega ad Avvenire Mohammad R. Farzanegan, professore di Economia del Medio Oriente presso il Center for Near and Middle Eastern Studies (CNMS) - potrebbero fornire un sostegno sostanziale a breve termine all'economia iraniana. Lo scongelamento dei beni iraniani migliorerebbe l'accesso alle valute estere, contribuirebbe a stabilizzare il mercato valutario, faciliterebbe le importazioni essenziali e ridurrebbe la pressione sul governo per finanziare la spesa attraverso prestiti dalla banca centrale. Il fondo proposto di 300 miliardi di dollari potrebbe sostenere la ricostruzione postbellica, riparare le infrastrutture danneggiate e finanziare investimenti in settori come l'energia, i trasporti e l'industria manifatturiera. Il fondo equivale a circa il 63% del PIL iraniano del 2024 e a oltre sei anni delle attuali entrate annuali derivanti dalle esportazioni di petrolio. Se distribuito uniformemente su dieci anni, ammonterebbe a circa 30 miliardi di dollari all'anno, ovvero circa il 6% del Pil. Su cinque anni, l'importo annuo corrisponderebbe a circa il 13% del Pil”.
Sulla realizzabilità del progetto contenuto nel Memorandum però gravano delle ombre. Legate innanzitutto alle oscillazioni e i cambi di direzione nei negoziati. Ma anche la fattibilità del progetto mostra delle “fragilità”.
“Il fondo – continua Farzanegan - è stato concepito, a quanto pare, come uno strumento di investimento privato, piuttosto che come un trasferimento immediato di denaro o una sovvenzione al governo iraniano. I suoi effetti economici dipenderanno in larga misura dalle modalità di finanziamento, dalla governance, dall'allocazione settoriale, dai tempi di erogazione e dalla capacità di attuazione. Un fondo annunciato di 300 miliardi di dollari non significa che l'intera somma entrerà nell'economia iraniana. Una scarsa supervisione potrebbe portare a speculazioni, progetti inefficienti e alla concentrazione dei benefici nelle mani di soggetti politicamente influenti. Inoltre, queste misure non possono risolvere i problemi economici strutturali dell'Iran, tra cui la corruzione, l'eccessivo intervento statale, la distorsione dei prezzi dell'energia, i sussidi inefficienti, l'incertezza normativa e la debole tutela dei diritti di proprietà. Ingenti afflussi finanziari potrebbero addirittura aggravare alcuni di questi problemi se le garanzie istituzionali dovessero rimanere deboli”.
Cosa deve fare Teheran per uscire dalla crisi? Siamo davvero prossimi a un punto si svolta? “Teheran ha bisogno di una strategia che combini una deterrenza credibile, riforme interne e reintegrazione economica internazionale. La guerra potrebbe aver rispecchiato, almeno in parte, percezioni esterne errate sulle capacità difensive dell'Iran, sulla sua coesione politica e sulla sua capacità di assorbire una pressione prolungata. Ridurre il rischio di una nuova aggressione richiede quindi il rafforzamento delle infrastrutture difensive, il miglioramento della gestione delle crisi e la creazione di canali di comunicazione credibili. La deterrenza dovrebbe mirare ad aumentare i costi previsti di un'azione militare senza accelerare una corsa agli armamenti regionale. Anche le riforme interne sono altrettanto importanti. Il governo deve affrontare le debolezze istituzionali e ricostruire la fiducia pubblica attraverso una maggiore apertura politica, una governance più inclusiva, una maggiore responsabilità e la tutela delle diverse voci sociali e politiche. Deve inoltre affrontare il degrado ambientale, il calo del benessere delle famiglie, la disoccupazione e l'inflazione persistente. L'inflazione richiede disciplina fiscale e monetaria, sebbene una soluzione duratura rimarrà difficile finché le sanzioni limiteranno il commercio, gli investimenti, l'accesso alle valute estere e la crescita economica”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






