Viaggio a Juba, la capitale sospesa del Sud Sudan (che non è diventato ancora un Paese)

di Paolo M. Alfieri, inviato a Juba (Sud Sudan)
La disponibilità di energia è scarsa, dilaga invece la corruzione. L'Onu avverte: «Siamo a un punto pericoloso»
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July 13, 2026
Viaggio a Juba, la capitale sospesa del Sud Sudan (che non è diventato ancora un Paese)
Una baraccopoli a Juba, capitale del Sud Sudan
ll mercato di Konyo Konyo, nel cuore di Juba, vendono ancora i telefonini cinesi impilati sui banchetti di legno, le spezie in sacchi di juta, le scarpe usate arrivate da chissà dove. I prezzi sono quasi raddoppiati negli ultimi mesi e i clienti litigano sottovoce con i venditori, con quella stanchezza negli occhi di chi sa già come andrà a finire. Da qualche parte tra le bancarelle, una radio gracchiante trasmette un notiziario in lingua dinka. Nessuno si ferma ad ascoltare. In Sud Sudan la guerra si sente nel prezzo del pane, si percepisce nell'aria pesante di una città che vive con il fiato sospeso. Il 9 luglio il Paese ha compiuto quindici anni da Stato indipendente, il più giovane del mondo, ma non ha mai conosciuto un solo giorno di pace vera.
La capitale è formalmente calma, tra posti di blocco, soldati dall'aria stanca e strade che si svuotano prima del tramonto. Qui a ridosso dell'equatore il sole cala presto, la città sprofonda nel buio: la disponibilità di energia elettrica è scarsa, negli slum che ospitano una parte considerevole del mezzo milione di abitanti quasi nulla. Strade di terra rossa e baracche in lamiera: è qui che vive chi non ha altra scelta. Dopo l’indipendenza sono rientrati dal nord quasi un milione di sud sudanesi, tornati in un Paese che non è mai diventato un sistema funzionante, capace di garantire anche solo un minimo di sviluppo, in mezzo a una corruzione dilagante denunciata solo sottovoce. Gli stipendi pubblici – appena 20 dollari al mese per un insegnante – non vengono più pagati e il carburante è diventato un lusso: il Sud Sudan ha riserve di petrolio abbondanti, le terze dell’Africa subsahariana, ma al 90% ancora non sfruttate e senza raffinerie proprie. «La situazione economica è già molto critica – racconta il responsabile della sicurezza di una Ong locale –. La povertà cresce, e con lei la microcriminalità».
Ma la crisi economica non nasce nel vuoto. «Il caos è all’origine di tutto – racconta suor Elena Balatti, missionaria comboniana di Samolaco, in provincia di Sondrio, in Sud Sudan dal 1994 –. Le fazioni in lotta non permettono ai contadini di coltivare: il Sud Sudan ha potenzialità agricole enormi, ma la produzione ha bisogno di ordine. Con i combattimenti non si può uscire dai villaggi, con gli sfollamenti si lasciano i raccolti che vengono incendiati o saccheggiati. E poi c’è il cambiamento climatico, che ha sconvolto le stagioni tradizionali, alzato il livello del Nilo e reso le alluvioni più estese e imprevedibili. Quasi sei milioni di persone soffrono di malnutrizione acuta. Da tre generazioni ormai si fugge per le violenze».
L'opposizione armata si è frammentata, il negoziato di pace è stato abbandonato, e il Paese sembra andare alla deriva. «Sentiamo molte promesse, ma nessuno che le metta in pratica», sottolinea con amarezza Deng Akol, residente di Juba che si è messo a vendere bandiere verdenerorosso del Sud Sudan sperando in qualche buon affare, parlando di servizi inesistenti. La logica della vendetta detta i tempi: un'equazione antica, incisa nella memoria collettiva come le cicatrici sui volti dei guerrieri dinka. E al momento non si vede cosa potrebbe spezzarla. Per Volker Türk, Alto commissario Onu per i diritti umani, «siamo a un punto pericoloso, in cui la violenza crescente si combina con una profonda incertezza sul futuro politico del Paese, mentre l'accordo di pace è sottoposto a una pressione estrema». Il primo giugno il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha rinnovato un inefficace embargo sulle armi, mentre la commissione elettorale ha annunciato che le elezioni si terranno il prossimo 22 dicembre, le prime da quando il Paese ha ottenuto l'indipendenza. Ma l'organo ha ricevuto solo 21 milioni di dollari su un budget proposto di 250 milioni, e la sicurezza rimane un problema irrisolto. Il presidente Salva Kiir e il suo ex vice e rivale (ora ai domiciliari) Riek Machar, che papa Francesco aveva convocato in Vaticano nel 2019 in un gesto rimasto memorabile quanto inascoltato, restano ai ferri corti.
Dal governo, Barnaba Marial Benjamin, ministro degli Affari presidenziali, in un messaggio pubblico prova a rilanciare: «Veniamo da molte tribù, molte culture e molte lingue, ma siamo un solo popolo sotto una sola bandiera. La nostra diversità non dovrebbe dividerci: dovrebbe renderci più forti». Al mercato di Konyo Konyo la radio gracchia ancora, i prezzi salgono, la gente litiga sottovoce. La distanza tra Juba e i villaggi in fiamme del Jonglei, lo Stato in questi mesi più caldo, è solo geografica. La paura, la fame, la morte che arriva senza preavviso, sono le stesse ovunque. Quindici anni di indipendenza, e il Sud Sudan non ha ancora trovato il modo di essere un Paese.
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