Sminare Hormuz dalle trappole iraniane è mestiere pericoloso. Anche per gli Usa

I dragamine americani sono al lavoro per le operazioni di bonifica sullo Stretto, dove Teheran ha disseminato ordigni come aveva già fatto negli anni Ottanta. Il punto è che la caccia sottomarina si presenta come sempre molto complicata
April 14, 2026
Sminare Hormuz dalle trappole iraniane è mestiere pericoloso. Anche per gli Usa
Lo Stretto di Hormuz visto dalle coste dell'Oman / Reuters
È stato il presidente francese, Emmanuel Macron, ad annunciare lunedì mattina su X che Parigi e Londra organizzeranno nei prossimi giorni una conferenza pluri-laterale «con più Paesi, pronti a contribuire a una missione multinazionale pacifica che ripristini la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Usa toni distensivi Macron, in uno scenario ribollente e denso di incognite.
A inizio aprile, su iniziativa britannica si era già delineata una coalizione di una quarantina di volenterosi, da mobilitarsi a guerra finita. Comprendeva anche l’Italia, la cui Marina Militare eccelle internazionalmente nelle unità di contromisure mine, e per mezzi e per equipaggi, abbinanti cacciamine a personale uso a cimentarsi in iter formativi molto esigenti. Come negli anni 1980, sono soprattutto le mine iraniane a incutere timore: Teheran ne avrebbe disseminate una dozzina nel Golfo Persico, e disporrebbe ancora di un ventaglio di mezzi per rilasciarne altre, parte di un arsenale forte di diverse migliaia di ordigni, lanciabili in mare anche dai mercantili o dalle coste. Domenica scorsa, il presidente statunitense, Donald Trump, ha lasciato intendere che due cacciatorpediniere americani hanno già iniziato le operazioni di bonifica e che saranno inviati nell’area sistemi subacquei autonomi. Pure il Regno Unito disporrebbe nella regione di dragamine, cui si aggiungerebbero assetti di potenze rivierasche. Arma polivalente, spesso hi-tech, la mina è un moltiplicatore di forza per chi se ne serva, deleteria soprattutto per i mercantili. Rallenta, interdice, annulla superiorità effettive e congela temporaneamente arterie cruciali, come Hormuz, attaccabile dall’Iran con una molteplicità di altri mezzi. Esige dalle forze avversarie protezione, ricognizioni preventive e bonifiche lunghe e complesse, specie se attuate in contesti di guerra aperta. Gli Stati Uniti difettano dell’integralità dei mezzi per la caccia agli ordigni e per la distruzione onnicomprensiva delle loro tante varianti, più agevole e spedita coalizzandosi, specie considerando i costi. Alle unità cacciamine e a capacità insite nelle navi moderne, si affiancano oggi mezzi autonomi, sottomarini, telecomandati o volanti su elicotteri. I sonar per la scoperta e i sensori permettono di indagare fondali più o meno profondi. Indirizzano sulla traccia le telecamere dei mezzi autonomi che poi identificano e neutralizzano l’ordigno.
Talvolta, però, le mine sono concepite per eludere, resistono all’usura del tempo, vanno alla deriva, possono integrare siluri e sono efficaci pure in profondità. Hanno già colpito nel Golfo Persico, nel 1988 e nel 1991, danneggiando un incrociatore e una fregata, entrambi americani. E, durante la guerra fra l’Iran e l’Iraq (1980-1988), ordigni alla deriva impattarono su navi commerciali in transito nel Golfo: era l’epoca della battaglia dei tanker e delle successive missioni di scorta e bonifica, per creare prima varchi sicuri e poi ripristinare la fluidità commerciale. Oggi, minando e ostacolando Hormuz con una complessità di otto tipologie di missili antinave, barchini esplosivi, mezzi subacquei autonomi, droni aerei, artiglierie costiere e vettori a corto raggio, Teheran potrebbe rispondere asimmetricamente al blocco navale statunitense, scoraggiando i mercantili per le settimane a venire. Avrebbe rischierato a Sud-Ovest pure commando della marina dei pasdaran e disporrebbe ancora di qualche carta da giocare, stando a stime recenti dell’intelligence statunitense, molto più prudenti delle dichiarazioni del presidente Trump e del suo segretario alla Difesa, Pete Hegseth.

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