Sei mesi dopo su Gaza è sceso il silenzio. Ma la tragedia continua

Lo sdegno delle piazze è lontano, così come gli accordi siglati il 10 ottobre a Sharm el-Sheikh. Si continua a morire, meno di prima, ma è soprattutto la mancanza di futuro a lacerare una terra che non sarà mai più come prima
April 11, 2026
Una distesa di tende disordinata di tende bianche con panni stesi
Un accampamento di sfollati a Khan Yunis, nel centro della Striscia di Gaza: la maggioranza dei 2,4 milioni di gazawi è stata sfollata più volte / Ansa
Sei mesi di tregua fittizia, sei mesi d’assedio condotto con successo dal generale oblio, impersonale ma indiscusso comandante in capo delle schiere incaricate di mantenere Gaza nella condizione di quieta giudecca, devastato albergo per la nuda vita, presenza umana abbandonata dal diritto e perseguitata dalla storia. Le piazze d’Occidente si sono gonfiate di genti e di sdegno in estate, controcanto dei governi verbosi e irresoluti, della carestia e del massacro estenuato fino a perdere le ultime flebili tracce di giustificabilità. Il 10 ottobre, nel sobrio scenario di Sharm el-Sheikh, si festeggia il piano di rinascita nei 20 punti trumpiani, sottoscritti dai grandi della Terra e pigramente sbozzati dall’Onu, sfidata senza troppe remore nella sua vetusta esistenza dal disinvolto e distopico “Board of peace”. Dalle nebbie dei negoziati domenica è emerso l’ultimatum dell’Alto rappresentante Nickolay Mladenov, rivolto in forma di proverbio ai rappresentanti di Hamas: «Colui che non attraverserà il fiume annegherà nel mare». Al movimento islamico e le altre fazioni della Striscia restano due giorni per accettare, con qualche possibile modifica, il piano di smilitarizzazione e cessione dell’amministrazione al Comitato nazionale di Gaza, indigeno consesso mediano schiacciato fra élites internazionali, milizie e popolo. Un piano da attuare in otto mesi, cinque fasi, 12 punti. Nessuna menzione di un futuro Stato palestinese, mentre il 53% dell’enclave è ancora occupato dall’esercito israeliano e propositi di espansione coloniale vengono ribaditi dall’esecutivo Netanyahu. Nel mezzo sei mesi interminabili d’inverno per due milioni di persone, un milione delle quali costrette a vivere nelle tende o fra gli anfratti degli edifici diroccati, pronti a collassare sui rifugiati al primo eccesso di pioggia e vento.
Sono quasi 2mila i feriti, almeno 733 gli uccisi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. L’ultimo, Mohammad Wishah, giornalista di “al-Jazeera”, è stato incenerito da un drone mentre si trovava alla guida della sua automobile. Sono oltre 260 i reporter assassinati a Gaza dall’ottobre del 2023 a oggi, minaccioso plotone colpevole di voler dare sostanza umana al numero, voce alla moltitudine ammutolita dell’enclave. Ai giornalisti stranieri ancora è negato l’accesso. Dai valichi passa un quinto di quanto necessario, la decenza delle statistiche è aggiustata con i camion carichi di beni che pochi possono comprare, il nero mercato degli oggetti proibiti al quale partecipano i palestinesi come gli israeliani. L’apertura della frontiera di Rafah con l’Egitto, unica porta per il mondo esterno è in entrata come in uscita uno stillicidio interminabile e umiliante. Più di 18.000 persone attendono di poter uscire dalla Striscia per ricevere cure salva-vita. A non più di 30, fino a poco tempo fa, era concesso quotidianamente il passaggio per la salvezza. Quali sono i nomi, i volti, le storie, gli ultimi pensieri di chi muore nella vana attesa, di chi perde un arto, la vista? Anonima marea di stracci sempre più logori, malata, affamata, che arranca sconvolta nella polvere superata da taxi troppo cari, da muli che trascinano carri troppo carichi. Come si è irradiato il dolore di 70.000 lutti? Che forma assume lo sfinimento nel tessuto sociale, nel sentire politico? Alto e invisibile è il nuovo muro intorno a Gaza. Si muore poco, si muore meno, si muore in silenzio. È la tregua. 

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