Perché la guerra in Iran rischia di diventare una guerra dell'acqua

Gli impianti di desalinizzazione sono finiti nel mirino dei raid. La vulnerabilità dei Paesi del Golfo che dipendono interamente dai processi di "trattamento". I precedenti dei conflitti del Golfo e del fronte ucraino
March 16, 2026
Perché la guerra in Iran rischia di diventare una guerra dell'acqua
Incendi scatenati dalle rappresaglie iraniane all'aeroporto di Dubai / Afp
Dimenticate l’oro nero. La sfavillante (e ostentata) ricchezza dei Paesi del Golfo, i vertiginosi grattacieli e i lussureggianti campi da golf, i parchi acquatici e le piste da sci in pieno deserto si fondano su un altro bene primario, una risorsa essenziale ma scarsa: l’acqua. O meglio, su quel processo industriale che trasforma l’acqua del mare in acqua potabile: la desalinizzazione. In questa dipendenza sta la fragilità dei giganti del petrolio, alleati degli Usa risucchiati sempre più nella guerra in Iran, ormai entrata nella sua terza settimana. E in un conflitto che minaccia – nonostante i proclami di vittoria “quasi” raggiunta – di estendersi, l’acqua potrebbe diventare la nuova posta della guerra in corso, accanto a quella, altrettanto sensibile, del petrolio.
Si materializzerebbe, così, un incubo. Come scrive Asia Times, “se l'Iran dovesse reagire intensificando gli attacchi diretti contro gli impianti di desalinizzazione e di trattamento delle acque, il centro di gravità del conflitto si sposterebbe in modo decisivo dai mercati energetici alla sopravvivenza dei civili. Non si tratterebbe di un semplice attacco alle infrastrutture, ma di una vera e propria guerra d'assedio urbana contro alcuni degli Stati più dipendenti dall'acqua al mondo”. Gli esiti sarebbero catastrofici. "Gli shock idrici sono immediati, diretti e politicamente destabilizzanti. Entro poche ore da un'interruzione, i governi si troverebbero ad affrontare una forte pressione su ospedali, sistemi igienico-sanitari, capacità antincendio, industria alimentare, scuole e approvvigionamento idrico residenziale".
Le prime “avvisaglie” di questa inclusione di nuovi obiettivi nel conflitto si sono già drammaticamente registrati. Una settimana fa le autorità del Bahrein hanno dichiarato che un drone iraniano ha danneggiato un impianto di desalinizzazione. L'attacco è seguito all'accusa del ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi, secondo cui gli Stati Uniti - che hanno negato però qualsiasi coinvolgimento - avrebbero colpito un impianto di desalinizzazione sull'isola iraniana di Qeshm, danneggiando 30 villaggi, un'azione che lo stesso Aragchi ha definito "pericolosa".
Non si tratta di un “inedito” assoluto. Ci sono dei precedenti che testimoniano come, nella guerra contemporanea, gli obbiettivi militari e civili siano diventati ormai indistinguibili. Come ricorda la Cnn, “nel 1991, durante la Guerra del Golfo, l'Iraq riversò intenzionalmente centinaia di milioni di barili di petrolio nel Golfo Persico, inquinando l'acqua utilizzata dagli impianti di desalinizzazione del Golfo. Il Kuwait dovette chiedere aiuto a Turchia, Arabia Saudita e altri Paesi per ottenere centinaia di autocisterne e camion per la distribuzione di acqua in bottiglia. Nell'ultimo decennio, si è assistito a una "significativa erosione delle norme" relative agli attacchi alle infrastrutture idriche. La Russia ha lanciato oltre 100 attacchi contro le infrastrutture idriche dell'Ucraina durante la sua invasione e Israele ha distrutto impianti idrici e fognari a Gaza”.
Una cosa è certa. Siamo davanti al tallone d’Achille degli Stati del Golfo, la cui vulnerabilità potrebbe spingere le monarchie a ripensare l’intera architettura della sicurezza. I dati catturano, in modo inequivocabile, questa fragilità. Le statistiche pubblicate dal Gulf Research Center, con sede in Arabia Saudita, stimano che il 95% dell'acqua potabile in Bahrein, il 90% in Kuwait, l'86% in Oman, il 79% in Arabia Saudita e circa il 40% negli Emirati Arabi Uniti provenga da acqua di mare desalinizzata. Gli Stati del Golfo producono circa il 40% dell'acqua desalinizzata mondiale attraverso oltre 400 impianti, che forniscono un totale di 100 milioni di metri cubi d'acqua al giorno. In tutta la regione, la desalinizzazione non è un lusso, ma una condizione essenziale della vita moderna.
«Le economie dei Paesi del Golfo, persino la sopravvivenza a breve termine della popolazione, dipendono fortemente dalla sicurezza di questi impianti di desalinizzazione» ha spiegato alla Cnn Nader Habibi, professore di economia del Medio Oriente presso la Brandeis University.

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