Per la Cina e i Brics ci sono tre cose da imparare dal caso Maduro
di Luca Miele
La prima lezione riguarda la sicurezza non garantita da Pechino a un alleato come il Venezuela. La seconda è il danno reputazionale subito sul versante degli affari. In terzo luogo, c'è il precedente rappresentato dall'azione unilaterale contro uno Stato sovrano: in questo caso, il blitz Usa sarebbe una base per giustificare un analogo attacco contro Taiwan

Mentre andava in scena la cattura dell’ormai ex presidente venezuelano Nicolás Maduro – che il Time ha definito «un atto di temerarietà senza precedenti, degno di un film di spionaggio hollywoodiano» –, nell’altra parte del mondo, sulla Rete cinese, rimbalzavano messaggi che restituivano tutti un umore prevalente. «Suggerisco di usare lo stesso metodo per riconquistare Taiwan in futuro», ha sentenziato un utente di Weibo, il più grande social network cinese, incassando una valanga di “mi piace”. «Dato che gli Stati Uniti non prendono sul serio il diritto internazionale, perché dovremmo farlo noi?», ha chiesto, a sua volta, un altro internauta. In realtà, al di là dell’euforia che ha elettrizzato la Rete cinese – dove il “dossier Venezuela” ha totalizzato oltre 440 milioni di visualizzazioni, secondo Bloomberg –, la cattura extragiudiziale di un presidente in carica contiene una triplice lezione. Per la Cina e per quella complessa architettura che va sotto il nome di Brics e che si è strutturata sotto la spinta di Cina e Russia attorno all’ambizioso obiettivo di riformare la governance economica globale e di sfidare l’egemonia occidentale.
Se la reazione del gigante asiatico all’operazione Usa è stata ferma e decisa – «non abbiamo mai creduto che un Paese potesse fungere da polizia mondiale, né accettiamo che una nazione possa affermare di essere il giudice del mondo», ha detto il capo della diplomazia cinese Wang Yi, – al tempo stesso essa non può fuoriuscire dal perimetro nella quale è confinata: quello della retorica. È la fragilità dei Brics e della Cina. Come ha scritto El País, se è vero che «nel 2023, durante la visita di Stato di Maduro in Cina, le relazioni tra i due Paesi sono state elevate al livello di “partnership strategica globale e adatta a tutte le condizioni”, è altrettanto vero che questo riconoscimento politico di facciata non ha implicato alcun impegno in materia di sicurezza». Se il Venezuela è rimasto fuori dalla porta dei Brics, non così l’Iran – che secondo diversi think tank statunitensi, in particolare l'Atlantic Council e la Rand Corporation, avrebbe avuto attraverso Hazbollah stretti rapporti «criminali» con il regime di Maduro – , entrato ufficialmente nella squadra delle economie emergenti nel 2024. Ebbene uno e l’altro sono finiti nella lista nera (e delle armi) di Washington senza che nessuno dei Paesi “amici” potesse agire. Lo squilibrio in termini di potenza e di capacità di proiezione militare a favore di Washington è (per ora) abissale. «Quando gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran, un alleato della Cina più stretto del Venezuela e in una situazione simile in fatto di importanza energetica e sanzioni internazionali, Pechino non ha offerto ulteriore supporto oltre la retorica», ha sottolineato Inés Arco, ricercatrice del Centro per gli Affari Internazionali di Barcellona. E per Eric Olander, co-fondatore del China-Global South Project, «non c’è molto in termini di supporto materiale che la Cina possa offrire al Venezuela in questo momento».
L’altra lezione tocca gli interessi economici ed energetici di Pechino. Come ha ammesso la stampa cinese, «la perdita più evidente per Pechino è al momento è di natura reputazionale». Fare affari con la Cina, come faceva il Venezuela, per gli altri Paesi latinoamericani potrebbe essere un rischio divenuto improvvisamente troppo alto. Soggetti più fragili potrebbero decidere di cercare altre strade. E tagliare o ridimensionare i ponti con il gigante asiatico. Oggi la Cina è il secondo partner commerciale dell’America Latina, con un commercio bilaterale in forte crescita, che ha raggiunto i 518,47 miliardi di dollari nel 2024, con un incremento annuo dell’1,1%. Il danno per Pechino potrebbe, dunque, essere consistente. Anche perché investe una sua vulnerabilità strutturale: quella energetica. La Cina, oggi il maggiore importatore mondiale di greggio, è stata la principale destinazione delle esportazioni di petrolio venezuelane dal 2019. L’operazione Usa immette nel sistema una volubilità estremamente pericolosa per la Cina. Il rischio non è più solo legale (sanzioni) o commerciale (assicurazioni). Ma politico e operativo, con i Paesi partner «che possono essere destabilizzato da un giorno all’altro».
C’è infine la terza lezione. Che questa volta riguarda i rapporti tra la Cina e Taiwan, gli stessi evocati dagli internauti cinesi. L’intervento Usa potrebbe costituire una sorta di precedente utilizzabile da Pechino per chiudere i conti con Taiwan. «Gli Stati Uniti continuino a creare precedenti che potrebbero spingere la Cina ad adottare misure unilaterali contro Taiwan», ha scritto Lev Nachman, professore di scienze politiche alla National Taiwan University.
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