venerdì 24 giugno 2022
Una famiglia racconta i giorni dell'orrore. E mostra le prove degli attacchi sui civili. Saranno testimoni chiave nelle indagini. Ma la comunità internazionale protegge Putin dalle indagini dell'Aja
La famiglia fuggita da Mariupol dopo essere stata in ostaggio dei russi per settimane

La famiglia fuggita da Mariupol dopo essere stata in ostaggio dei russi per settimane - Scavo

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Nadia non vuole più parlare in inglese. Lo insegnava in una scuola elementare di Mariupol. Sentirlo adesso le fa pensare alla classe che non c’è più. Volodymyr, il marito, era un tecnico specializzato dell’acciaieria Azovstal. Ammette di non riuscire più a separare la rabbia dall’odio. Ha parole d’amore solo per Nadia e per Diana, la loro unica figlia, ferita ma miracolosamente salva.

Saranno tra i testimoni chiave nelle indagini sui crimini di guerra russi. Accettano di incontrarci insieme a un investigatore ucraino che raccoglie le testimonianze e le invia alla Procura generale di Kiev e alla Corte penale internazionale. Deve restare anonimo perché ha conoscenti e fonti nelle aree occupate dai russi: «Ho ascoltato 250 testimonianze, le peggiori arrivano dai superstiti di Mariupol».

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Seduti davanti al teatro di Odessa, nel giorno in cui la fontana torna a zampillare ma le trincee di sabbia restano al loro posto, raccontano per ore l’orrore. Solo al suono delle sirene, durante l’ennesimo attacco con tre missili sulla vicina Mykolaiv e due – questi intercettati – su Odessa, si fermano cercando con gli occhi un riparo. Hanno perso tutto quando speravano che i regolamenti di conti fossero ormai roba del passato. Il 2 maggio 2014 a Odessa erano stati uccisi una cinquantina di filorussi durante gli scontri nella Casa dei sindacati. Il 24 gennaio 2015 su Mariupol fu lanciato un razzo russo: oltre 50 morti. Occhio per occhio, la partita poteva chiudersi lì.

Il loro è un racconto preciso, minuzioso. Un dolore muto a cui riescono a dare forma solo con la forza dei dettagli. Ci consegnano foto e video perché vogliono essere creduti: «All’inizio quando siamo arrivati, neanche qui accettavano quello che dicevamo, poi tutti hanno visto cosa hanno fatto alla nostra città».

Con due stipendi in casa e nella città con la migliore qualità della vita (non dell’aria) grazie alle compensazioni economiche versate dai titolari dell’acciaieria, il lungomare di Mariupol era considerato il più ordinato dell’Ucraina, e così la città, i trasporti pubblici, i parchi per i bambini, i servizi sociali.

Mariupol, 12 marzo 2022. La distruzione del quartiere 17.

Mariupol, 12 marzo 2022. La distruzione del quartiere 17. - Immagine fornita ad "Avvenire" da un superstite

Mariupol, 12 marzo 2022. La distruzione del quartiere 17

Mariupol, 12 marzo 2022. La distruzione del quartiere 17 - Immagine fornita ad "Avvenire" da un superstite

Vivevano nell’appartamento 106 di un condominio nel “Quartiere 17”. Al nono e ultimo piano, quello con la vista migliore. Il peggiore per correre negli scantinati, quando le raffiche dal basso e le bombe dall’alto puntano sull’abitato. Su e giù per le scale ad ogni richiamo delle sirene. Poi, il 12 marzo alle 4.13 del mattino, un missile ha centrato l’edificio. L’orologio dell’unica parete rimasta in piedi si è fermato a quell’ora. E anche la loro vita di prima. Schegge sulle braccia, frammenti nella pancia, la figlia con una costola rotta. Il vicino dell’appartamento 105 era quello messo peggio.

Mariupol, 12 marzo 2022. La distruzione del quartiere 17

Mariupol, 12 marzo 2022. La distruzione del quartiere 17 - Immagine fornita ad "Avvenire" da un superstite

Quelli dell’acciaieria si conoscevano tutti. Una città nella città dove nessuno era veramente estraneo. Nonostante un polso sanguinante e il mal di testa provocato dallo spostamento d’aria e dal trauma, Volodymyr mette al sicuro la moglie, la figlia e poi porta al riparo il vicino, che giorni dopo morirà in ospedale. «I medici erano stati portati via dai russi. Non sappiamo che fine abbiano fatto, ma senza più cure la gente moriva».

Una mattina i militari russi, racconta la moglie tra le lacrime, hanno preso i soldati ucraini feriti e ancora ricoverati in ospedale. Li hanno portati sul prato all’esterno. «Gli hanno fatto scavare delle grandi fosse, come al cimitero, forse per spaventarli», ipotizza Nadia. Nascosti nei sotterranei con centinaia di altri sfollati, la famiglia non ha potuto vedere altro. «L’indomani – aggiunge Volodymyr – le buche erano state tutte coperte e i militari feriti non c’erano più».

Non erano rifugiati, erano ostaggi. «Non volevano che andassimo via da li - racconta la madre mentre Diana ascolta e si morde le labbra -, ed erano loro a compilare le liste per l’evacuazione e a stabilire i tempi di uscita».

La famiglia fuggita da Mariupol dopo essere stata in ostaggio dei russi per settimane

La famiglia fuggita da Mariupol dopo essere stata in ostaggio dei russi per settimane - Scavo

Una sera, forse dei militari ceceni o dell’Ossezia, sono scesi di sotto facendosi largo con le armi tra i civili ammassati. faceva freddo, meno 15 gradi. E non c’era modo di scaldarsi né di accendere una lampadina. Impossibile anche fare una brace: sarebbero morti tutti soffocati. E in quell’inferno di ghiaccio quella notte i militari hanno fatto un giro tra i civili. Ma non era la solita conta degli ostaggi. Hanno visto un ragazzino di 12 anni. «Un bambino bello come un angelo, con gli occhi azzurri e i capelli biondi», racconta la maestra.

È stata l’unica volta in cui sono riusciti a fermare i fucili con le mani: «I soldati hanno detto che gli piaceva quel bambino e perciò lo avevano preso per portarlo via». Ne è nata una rivolta, e poteva anche finire con una carneficina. Poi qualcosa ha richiamato i militari fuori. «E hanno lasciato perdere». «Dovevamo andarcene da lì. Eravamo nella lista delle persone da evacuare. Dovevamo attendere il bus di evacuazione numero 112», ma dopo un mese in quella prigione sotterranea «erano arrivati ancora al 57», spiega Volodymyr come a giustificarsi per essere scappato il giorno dopo il tentato rapimento del bambino. Hanno trovato una vecchia auto abbandonata, con il lunotto e i finestrini sfondati, ma ancora funzionante. Non aveva però carburante sufficiente.

Un meccanico ha venduto loro 20 litri di benzina. Prezzo: 8.000 grivnie, 250 euro. Non avevano scelta e hanno pagato. Finalmente fuori da Mariupol hanno abbandonato l’auto rimasta a secco e percorso in gran parte a piedi la strada fino a Zaporizhya. Nove giorni per 227 chilometri. Un tracciato che Volodymyr prima della guerra copriva in meno di 3 ore. Da lì sono poi stati trasferiti a Odessa. «Non abbiamo una casa, non abbiamo vestiti, né un lavoro. Non sappiamo come far studiare Diana. Però siamo vivi, e ancora insieme». Tornereste a Mariupol se venisse liberata? «Finché c’è Putin nessuno qui si può sentire al sicuro».

Mariupol, 12 marzo 2022. La distruzione del quartiere 17

Mariupol, 12 marzo 2022. La distruzione del quartiere 17 - Immagine fornita ad "Avvenire" da un superstite

Per loro è chiaro di chi è la responsabilità. Ma non sarà facile dimostrarlo davanti alla Corte penale internazionale. Anche per merito della proverbiale ipocrisia di molti Stati. I Paesi che hanno chiesto l’intervento della giustizia internazionale per accertare i crimini di guerra hanno volutamente trascurato un dettaglio. Poiché Russia e Ucraina non sono Paesi sottoscrittori della Cpi, la Corte penale dell’Aja (Kiev ha avviato il percorso per aderire sottomettendosi alla giurisdizione internazionale) ha avviato le indagini solo perché, come da statuto, un certo numero di Stati membri lo ha richiesto. Tuttavia «la giurisdizione della Cpi sul crimine di aggressione perpetrato in Ucraina non è stata ancora sostenuta e fatta propria da almeno uno degli Stati parti», denuncia David Donat Cattin, segretario dell’organizzazione internazionale di parlamentari “Parliamentarians for Global Action”, che ha chiesto ai Paesi di colmare questa dimenticanza. Al momento nessuno ha risposto, perciò «la competenza della Cpi – avverte – attualmente non permette di portare all’incriminazione dei leader che hanno pianificato, ordinato ed eseguito la guerra di aggressione». Assicurando a Vladimir Putin di dormire sonni tranquilli.



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