mercoledì 1 aprile 2020
María Elena Ferral aveva denunciato i legami tra narcos e politica nello Stato di Veracruz, il più letale per la stampa
Maria Elena Ferral

Maria Elena Ferral - .

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María Elena Ferral stava risalendo in auto, dopo una sosta all’ufficio notarile, quando i proiettili l’hanno raggiunta, lacerandole un braccio, una gamba e l’addome. A esploderli un sicario in moto. Poche ore dopo, la donna, cinquant’anni e madre di due adolescenti, è morta all’ospedale regionale di Papantla, nel nord dello Stato di Veracruz. E’ il secondo reporter assassinato dall’inizio dell’anno in Messico. Almeno, in base alle statistiche più accreditate. E’ difficile contare le vittime fra gli operatori dell’informazioni in un Paese dove quello di giornalista è spesso il secondo o il terzo impiego per riuscire a sbarcare il lunario. Soprattutto fra gli impiegati dei piccoli media locali. Soprattutto nelle zone “periferiche”. Come il Veracruz, lo Stato più letale - con un bilancio di 28 vittime - della nazione più pericolosa per i reporter. Secondo le stime, di solito caute, di Articulo 19, l’anno scorso, il Messico si è aggiudicato il tragico record mondiale di giornalisti ammazzati: dieci. Dall’inizio della cosiddetta narcoguerra, nel 2006, sempre la stessa organizzazione, sono già 108. Delitti rimasti impuniti nel 99 per cento dei casi.

Ferral, direttore del sito Quinto Poder e articolista del Diario di Xalapa, era specializzata nella copertura del narcotraffico. E aveva rivelato più volte i legami simbiotici tra la criminalità organizzata e interi pezzi di istituzioni veracruzane. Nel 2016, dopo una serie di inchieste sull’ex sindaco di Coyutla, Camerino Basilio Picazo Pérez, aveva denunciato pubblicamente di aver ricevuto minacce da quest’ultimo. Ferral, inoltre, si occupava delle scomparse forzate nella Sierra di Papantla, uno dei buchi neri del Messico dove, secondo le cifre ufficiali, si sono registrati oltre 60mila desaparecidos negli ultimi 12 anni.

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