Giusto vietare i coltelli, ma la montagna non è la città
Il decreto sicurezza restringe il porto di lame. Sui sentieri e tra i boschi però il contesto cambia, e una norma pensata per le metropoli cambia significato. Servirebbe una deroga. La chiede anche il Cai

Da giorni la gente di montagna, quelli che in montagna ci abitano e quelli che in montagna ci vanno, spesso o qualche volta, gli escursionisti della domenica e anche solo «quelli del mercoledì» (sì, esiste un gruppo), discutono e chattano e si fanno domande intorno a una questione apparentemente marginale rispetto ai mali del mondo, ma in realtà di un certo peso: si può ancora portare con sé un coltello durante l’escursione? E, se sì, quale? E poi: dove tenerlo? In tasca? Nello zaino? In un fodero? La questione è molto più seria di quanto si possa credere. Il nuovo decreto sicurezza, il 23/2026, che è in attesa di conversione, introduce infatti limiti molto stringenti riguardo al porto di coltelli al di fuori della propria abitazione. Una stretta che a un certo punto è diventata necessaria, alla luce dell’aumento che negli ultimi anni si è visto quanto a diffusione di armi da taglio, soprattutto tra i minori delle città, quasi una moda urbana, e l’affiorare di una nuova emergenza fatta di risse e atti di violenza. L’ultimo caso di cronaca, il tredicenne bergamasco che ha accoltellato una professoressa all’interno della scuola, dice non solo di un possesso che spesso si pretende giustificato da (chissà quali) motivi di autodifesa, ma anche di un facile e precoce ricorso all’uso quando la violenza esplode, segno che la prassi del coltello è qualcosa di sedimentato per bene nelle sottoculture giovanili.
E fin qui ci siamo. Il decreto, dunque, impedisce di circolare con lame fisse affilate o appuntite più lunghe di 8 centimetri, a meno che non ci sia un giustificato motivo, ad esempio per lavoro, oppure con coltelli dotati di lama pieghevole se questa supera i 5 centimetri, e se può essere bloccata da un meccanismo, oppure si apre a scatto o usando una sola mano. Si rischia la reclusione fino a tre anni, multe fino a 10mila euro, e tra le pene accessorie anche la sospensione della patente di guida o del porto d’armi. Non sembra una norma irragionevole, anzi vien quasi da pensare come mai prima non si fosse stati altrettanto duri, dunque ben venga l’inasprimento. Fino a che non si disattiva la modalità urbana e si entra nella dimensione-montagna. Un cambio di scenario che non è da tutti, perché contano le passioni e gli stili di vita, ma quando ci si sposta su un sentiero che sale o in un bosco, ecco che le chiavi di lettura e i giudizi mutano radicalmente. In montagna un coltello è come il bastone o gli scarponi. Probabilmente non c’è un escursionista tra le migliaia che battono i 40mila chilometri di sentieri italiani che non abbia un coltello con sé. Serve a tagliare il pane, il salame, il formaggio d’alpe, a recidere una corda in caso di emergenza, a pulire i funghi, aiuta con la legna se si deve accendere un fuoco. A chi vive veramente in modo avventuroso e alpino un coltello serve a liberare un animale intrappolato o a salvarsi nel caso del morso di una vipera, a chi invece resta sul tracciato serve a immaginare di poterlo fare, utile anche solo per attendere la sera al rifugio, su un sasso, intagliando un ramo secco. Gli scout hanno il proprio nome inciso nel legno del manico, chiamarlo coltello è riduttivo.
In modo molto pacato e rispettoso il Club Alpino Italiano ha inviato una lettera al ministero della Giustizia, a Camera e a Senato chiedendo una deroga «per le attività escursionistiche, alpinistiche e di soccorso in ambiente naturale». Non ci sono solo ragioni pratiche o romantiche, il coltello in montagna è di fatto una dotazione di sicurezza, argomenta il Cai. Dal lato antropologico e geografico, invece, il decreto può essere letto come un’invasione culturale della città nei confronti della montagna: una norma perfettamente razionale in un contesto, che in un altro arriva a sfiorare l’insensatezza. Come ai tempi del Covid, quando i lockdown non distinguevano tra lo stare in metropolitana o l’andare da soli per boschi, in parete o sulle creste. La montagna non è un altrove innocente, ma la capacità di distinguere tra i luoghi e comprenderne le differenze è proprio ciò che aiuta a costruire ambienti sicuri ben oltre le regole e le norme. La cronaca, peraltro, offre narrazioni oneste: i coltelli feriscono e uccidono in strada, negli appartamenti, nelle scuole, sono rarissime le tracce di lame insanguinate in montagna, dove ci si fa male, e troppo ormai, ma in altro modo, spesso da soli, per imprudenza o sfortuna, e se proprio sono armi semmai compare un fucile. In attesa di chiarimenti, o di auspicabili deroghe, è bene attenersi al decreto. Un dato non statistico, ma utile alla riflessione, suggerisce che molto probabilmente chi accoltella, in montagna non ci va proprio. Anzi, se ci andasse, o se vi fosse stato portato da piccolo, magari con altri ragazzi, i genitori o gli amici del gruppo, con le dotazioni nel posto dove devono stare, sarebbe tutta un’altra storia.
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