martedì 7 novembre 2017
È altissima la tensione in Medio Oriente. Iran sempre più solo. Caos in Libano: Hezbollah «è responsabile». Il principe Mohammed: il missile dallo Yemen è un «atto di guerra» voluto da Teheran
L'erede al trono saudita Mohammed bin Salman (a destra) con il premier dimissionario libanese Saad Hariri

L'erede al trono saudita Mohammed bin Salman (a destra) con il premier dimissionario libanese Saad Hariri

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Si delinea, sempre più chiaramente, l’asse Arabia Saudita-Israele in funzione anti-Iran e i suo alleati in Medio Oriente. Con il “beneplacito” di Trump, ovviamente. Dopo le indiscrezioni, trapelate nelle ultime settimane, circa una visita segreta in Israele di un «alto dignitario saudita» – molto probabilmente lo stesso erede al trono Mohammed bin Salman (MbS) ecco il ministro degli Esteri israeliano diramare insolite istruzioni a tutte le sue ambasciate nel mondo al fine di sollecitare sostegni internazionali all’Arabia Saudita contro l’ingerenza iraniana in Libano e a favore della guerra lanciata da Riad contro i ribelli filo-iraniani nello Yemen.

Lo ha rivelato la tv israeliana Channel 10, citando un rapporto ministeriale elaborato dopo le dimissioni del primo ministro libanese Saad Hariri, annunciate sabato scorso – guarda caso – proprio da Riad, la capitale saudita, assieme a un duro attacco contro la politica di Teheran nel suo Paese e contro l’Hezbollah sciita, definito «il braccio dell’Iran non solo in Libano, ma anche in altri Paesi arabi». Secondo Channel 10, nella direttiva, il ministero israeliano chiede ai suoi diplomatici di «contattare urgentemente il ministero degli Esteri (del Paese ospitante) e altri funzionari governativi competenti» per sottolineare che le dimissioni di Hariri «illustrano ancora una volta la natura distruttiva dell’Iran e di Hezbollah e il pericolo che rappresentano per la stabilità del Libano e dei Paesi della regione». Ad accrescere la tensione la notizia che il principe Turki Muhammed bin Fahd, dopo gli arresti anti-corruzione di domenica che ha portato all'arresto di 11 emiri della casa reale e di una quarantina di alti militari, ha chiesto asilo in Iran. Al pressing diplomatico sembra mancare solo il casus belli per lanciare una vasta offensiva militare sul territorio libanese (e forse anche siriano) contro Hezbollah. Nel tentativo di rimarcare i legami che uniscono le varie parti dell’asse del male, le autorità saudite hanno affermato che il missile balistico caduto sabato sera sull’aeroporto di Riad «era di fabbricazione iraniana, lanciato dal territorio yemenita sotto controllo houthi da uomini del Partito del Diavolo», come viene definito sui media sauditi Hezbollah, il Partito di Dio libanese. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, sulla stessa lunghezza d’onda, aveva definito sabato le dimissioni di Hariri «un campanello di allarme per la comunità internazionale perché agisca contro l’aggressione iraniana che sta cercando di trasformare la Siria in un secondo Libano».

In una dichiarazione pubblicata sul proprio account Twitter, il premier israeliano aveva aggiunto che «questa aggressione minaccia non solo Israele ma tutto il Medio Oriente» per cui «la comunità internazionale deve unirsi e affrontare questa aggressione». Intanto in Libano non accenna a diminuire la tensione. Dopo il Bahrein, anche gli Emirati Arabi Uniti – solidi alleati di Riad – hanno sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Libano. I quotidiani libanesi hanno sottolineato il «nuovo tono» dei responsabili con Beirut, con due ministri (Esteri e Affari del Golfo) che hanno messo i libanesi davanti all’alternativa «pace o guerra», minacciando di considerare il governo libanese un governo «di guerra» ostile all’Arabia Saudita se non cessa di proteggere l’Hezbollah.

Un altro teatro del braccio di ferro è chiaramente lo Yemen. Fornendo missili ai ribelli in Yemen, l’Iran ha compiuto contro l’Arabia Saudita una «diretta aggressione militare», ha affermato ieri il principe ereditario “MbS” in una conversazione telefonica con il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson. E questo «potrebbe essere considerato come un atto di guerra», ha aggiunto il potente principe. Accuse condivise dall’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley perché quella usata sabato scorso è «un tipo di arma non presente in Yemen prima del conflitto». E ieri i ribelli yemeniti Houthi hanno minacciato rappresaglie contro porti ed aeroporti degli Emirati e dell’Arabia Saudita, dopo che Dubai e Riad hanno chiuso le frontiere terrestri, marittime ed aeree dello Yemen.

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