
Figlio dell’Inghilterra settentrionale, quella profonda e popolare, Andy Burnham potrebbe coronare a 56 anni il sogno del grande salto verso Downing Street, simbolo del centralismo londinese. Nato ad Aintree, area metropolitana di Liverpool, da una famiglia della working class cattolica, Burnham ha legato il suo destino all'altra grande città “rossa” del Nord, Manchester. Figlio di un tecnico dei telefoni e di una centralinista, studia in una scuola cattolica e fa anche il chierichetto prima di aderire, a soli 15 anni, al movimento laburista. «Non sono particolarmente praticante», ammette, rivendicando tuttavia la conoscenza del catechismo e il riferimento politico «alla dottrina sociale» cattolica. Un retroterra inedito fra i capi di governo britannici. Laureato in Letteratura inglese a Cambridge, Andy incontra nella celebre università la donna della sua vita: Marie-France “Frankie” van Heel, compagna di studi olandese, ex giornalista e attualmente manager in attività ambientali, che sposa nel 2000 e con cui ha 3 figli: Jimmy, Rosie ed Annie. Appassionato di musica e sport, alla mano verso la gente, Andy è un politico di professione da sempre.
Prima assistente parlamentare, nel 2001 entra 30enne alla Camera dei Comuni come deputato. Legato al correntone progressista intermedio della “soft left” laburista, trova il modo di accodarsi da principio agli slogan pro mercato del New Labour destroso di Tony Blair, ottenendo spazio al governo come sottosegretario. Con Gordon Brown, con cui proclama una visione più favorevole all’intervento pubblico, è ministro alla Cultura e alla Sanità. Dopo la sconfitta elettorale del 2010 e il ritorno all’opposizione, tenta una prima candidatura di bandiera nella corsa alla leadership, ma arriva quarto su 5 contendenti, allineandosi poi al vincitore Ed Miliband. Ci riprova nel 2015, quando parte favorito salvo fermarsi al secondo posto, distanziatissimo dal paladino dell’ultra-sinistra Jeremy Corbyn. Camaleontico quanto trasversale, iscritto sia al gruppo dei “Labour Friends of Israel” sia a quello dei “Labour Friends of Palestine”, riesce tuttavia a trovare un modus vivendi anche col divisivo “compagno Jez”, che lo promuove ministro ombra dell’Interno. Sono gli anni della Brexit, che egli avversa e che ora dice di volersi lasciare alle spalle attraverso un riavvicinamento parziale a Bruxelles analogo a quello promesso da Starmer; rinviando però ogni scenario di rientro nell'Ue fra 20-30 anni, consapevole di quanto l’euroscetticismo sia presente anche in settori dello stesso zoccolo duro della base laburista. In primis nella sua roccaforte elettorale.
Nel 2017 lascia Westminster, per vincere la gara per la poltrona di sindaco-governatore di Greater Manchester. Eletto due volte a furor di popolo, consolida la sua credibilità, sino a guadagnarsi il titolo di “King of the North”, tiene testa al governo Tory di Boris Jonhson nell’era Covid e a costruisce il “modello Manchester”, impostato sull’innovazione, su una qualche re-industrializzazione e sul boom immobiliare frutto di una collaborazione col business privato. Ma non senza la difesa di una forte mano pubblica in ambiti come l’educazione, i servizi pubblici o il trasporto. Ora, dopo la vittoria nel collegio di Makerf e il ritorno in Parlamento, lo aspetta però una sfida ben più difficile: rilanciare un partito in crisi e il governo nazionale.
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