«Noi, palestinesi ignorati». Il grido di Sabra e Shatila

di Lucia Capuzzi, inviata a Shatila (Beirut)
Il poverissimo insediamento fu allestito nel 1949 e ospita ormai 30 mila persone, intrappolati nell'ennesima guerra. «L'economia andava male, ora è tutto fermo»
March 26, 2026
«Noi, palestinesi ignorati». Il grido di Sabra e Shatila
Al mercato di Sabra, i passanti si fanno strada tra rifiuti e motorini scassati / Capuzzi
Ayman, 7 anni, ha deciso: da grande sarà pilota. «Cosa c’è di più bello di volare?», dice. Huijdan, 11 anni, invece, vuole fare il dottore. Come il fratellino Ragem, di un anno più piccolo. Wassim, stessa età, non ha dubbi. «Calciatore!», esclama mentre corre dietro al pallone malandato fra rifiuti, pezzi lamiera, scarti di tubi. I bambini di Shatila hanno sogni “normali”. O, almeno, ci provano. Incredibilmente. Crescono ammassati in un groviglio di vicoli sterrati e abbozzi di edifici alla periferia della periferia di Beirut. Dahiyeh – che vuol dire appunto periferia - l’enorme sobborgo sciita e roccaforte di Hezbollah, è a due passi. Ogni raid israeliano fa sussultare l’architettura precaria del campo allestito nel 1949 per i rifugiati palestinesi a cui, nel tempo, si sono aggiunti profughi dei continui conflitti mediorientali, dai libanesi ai siriani, per un totale di 10mila persone censite ma almeno il triplo effettive. E interrompe per un tempo indefinito i giochi dei piccoli, nell’unico spazio aperto disponibile gratuitamente nell’enclave: l’accesso al campo calcio “vero” costa 3,5 dollari l’ora, più di quanto una famiglia guadagni in un giorno. Poi, però, i salti, il nascondino, i tiri verso una porta inventata riprendono. Insieme ai gridolini e gli sforzi di immaginazione. Fantasie “normali” scaturiscono dalle menti di minori che vivono circondati dalle gigantografie dei combattenti uccisi nella battaglia pluridecennale per la “causa palestinese”. Espressione in cui la legittima aspirazione all’autodeterminazione di un popolo si mescola a interessi altri – delle potenze mondiali, di Israele, dei Paesi arabi, degli stessi leader e movimenti locali – che cercano di intrappolarla in una gabbia di violenza infinita. Giovani poco più grandi di loro, mimetica e kalashnikov in pugno, sono ritratti a ogni angolo e celebrati in un tripudio di lettere verdi, colore-simbolo della resistenza armata.
Molti di loro sono sepolti nel cimitero di Sadni street, dietro la moschea: uno stanzone buio con centinaia di lastre bianche e altrettanti nomi di caduti per terra e alle pareti accanto ai ritratti del defunto leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Yasser Arafat. «Cinque dei miei zii sono qui», dice Mohammed Ali Maruf, 25 anni, che per sopravvivere fa lavoretti saltuari, come l’amico, anche lui Mohammed, nove anni più grande. «Mohammed Ahmad», precisa. «Facevamo, con la nuova guerra è tutto fermo. L’economia, che già andava male, ora va peggio. Riesce a cavarsela solo chi ha legami con Hezbollah. Gli altri fanno la fame», spiega. Gran parte delle serrande dei negozietti di Shatila sono abbassate, chi ha potuto è partito verso il nord, della capitale e del Libano. «Anche io sto pensando di chiudere e andare via», dice Hassan, arrivato dieci anni fa da Idlib, dietro il bancone della sua panetteria deserta. «Se la mia casa laggiù non fosse stata distrutta, sarei già tornato. Ora non so dove rientrare. Ma se l’offensiva israeliana continua, magari, lo farò lo stesso». «Rimarremo, ancora una volta, noi palestinesi, di cui non importa niente a nessuno. Pensi davvero che Hezbollah verrà a difenderci se arriveranno i militari di Tel Aviv? O se decideranno di bombardare anche da noi? No, siamo soli», commenta amaro Farid. I due Mohammed annuiscono. «Non so dove andare. Dunque, resto. Dovrò proteggermi da solo», afferma Kasim, nato a Gerusalemme da cui è arrivato nel 1979 . «Ho fatto appena in tempo a laurearmi all’Università di Betlemme. Poi sono dovuto scappare: ero un attivista, mi avrebbero arrestato. Così sono finito qui. Ero convinto di essere al sicuro, invece, nel 1982, durante la guerra civile, le forze falangiste ci hanno massacrato a centinaia, forse migliaia, senza che nessuno alzasse un dito. Sono dovuto rimanere una settimana nascosto... Da allora continuo ad arrabattarmi come posso».
Nel mercato dell’adiacente Sabra la compravendita di armi è a cielo aperto. Non è una novità ma ora le pistole vengono mostrate senza remore. In mezzo alla strada, un ragazzo ne impugna una, un’altra pende dalla cintura. L’altro campo palestinese, più piccolo e più misto – c’è chiunque non trovi posto altrove – è meno esposto rispetto a Dahiyeh: la gran parte dei residenti, dunque, non è scappata. Ancora. Come ogni mattina, una folla intasa i viottoli sterrati dove una mendicante siriana trascina una carrozzina sfidando la legge sulla gravità, un cieco schiva le buche e gli altri passanti con il solo aiuto del bastone, i più forti si fanno largo a spintoni e alcune pecore attendono mansuete in una stalla ricavata al piano terra di un palazzo pericolante. Nella discarica all’entrata, tanti cercano qualcosa da utilizzare o rivendere.
«Se potessi scegliere dove andrei? In Palestina». Al pronunciare la parola gli occhi di Mohammed si illuminano. «I miei nonni erano di Acra: me ne hanno parlato così tanto che mi sembra di conoscerla anche se non l’ho mai vista». «Non sai quanto vorrei viaggiare a Haifa, da dove viene la mia famiglia. Sarei felice di poterci andare anche solo una volta», gli fa eco il “secondo” Mohammed. Per la loro generazione, la geografia della Palestina – disegnata a mo’ di mural sulla via principale di Shatila – riunisce tutto quel che gli manca nel presente. Su Farham street, alla fine del campo, si trovano le pompe che aspirano l’acqua dal sottosuolo. Una ragnatela di tubi, poi, la distribuisce nelle case. «È salata – conclude Mohammed –, non puoi berla. Ma meglio di niente». Alla domanda se sia sufficiente per tutti e arrivi con regolarità, il giovane risponde con un doppio “maybe”, forse.
Su un vicolo di Shatila (Beirut) spunta la scritta "Palestina" / Capuzzi
Su un vicolo di Shatila (Beirut) spunta la scritta "Palestina" / Capuzzi

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