Netanyahu o Eisenkot, Israele decide il suo futuro. E la guerra pesa sulle urne

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Martedì si decide il futuro del Paese. Gli elettori scelgono in un Paese diviso tra sicurezza, diritti e rappresentanza. Il premier evoca la minaccia atomica
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October 26, 2026
Netanyahu o Eisenkot, Israele decide il suo futuro. E la guerra pesa sulle urne
Manifesti elettorali in Israele / Ansa
Una nube atomica sopra Tel Aviv, nelle stesse ore in cui decine di aerei atterrano sulla pista dell’aeroporto Ben Gurion. A bordo migliaia di israeliani emigrati, ma decisi a tornare per votare oggi. Finzione e aspirazione sono diventate materia da campagna elettorale, tra paura da capitalizzare e speranze da rilanciare. L’esplosione nucleare sulla metropoli che da tempo ha voltato le spalle al premier è generata dall’intelligenza artificiale e diffusa da Benjamin Netanyahu per evocare la minaccia iraniana. I voli di «Fly&Vote», il programma “Vola&Vota”, sono reali: hanno provocato perfino un ricorso del Likud alla Commissione elettorale. Fino a 70mila i rientri stimati, anche di cittadini emigrati dopo il 7 ottobre. Guerra e voto, tra i paradossi di una democrazia nella quale non tutti coloro che vivono sotto le decisioni del governo possono eleggerlo. «Perché quella terribile immagine di olocausto nucleare proprio su Tel Aviv? Cosa vuole dirci Bibi?», protestano dagli uffici tra i grattacieli con le finestre sul mare del comitato di Eisenkot. Il generale outsider è davanti al Likud negli ultimi sondaggi, ma senza una maggioranza autonoma. La guerra entra nella contesa politica, non solo come allusione. Secondo Channel 12 , il capo di Stato maggiore Eyal Zamir avrebbe chiesto garanzie scritte prima di un’operazione capace di riaccendere lo scontro con l’Iran. Netanyahu avrebbe inoltre sollecitato Trump a un attacco congiunto prima delle urne, senza ottenere il via libera.
La nube radioattiva artificiale inquieta anche Washington. Teheran - fanno trapelare fonti della Casa Bianca - potrebbe leggerla come il preavviso di un attacco e reagire. La guerra immaginata diventerebbe reale. «Non c’è stato alcuno scontro», taglia corto Netanyahu. Katz nega, lo Stato maggiore non conferma né smentisce. Intanto Trump invita a rieleggere Bibi per «finire il lavoro» contro l’Iran. E il premier dice di aver affidato a esercito e Mossad l’obiettivo di rovesciare il regime di Teheran. Le sirene potrebbero sconvolgere il voto, ma per rinviarlo servirebbe una legge votata da 80 deputati. La frattura non si ferma all’Iran. A Hebron, dopo l’uccisione di due soldati israeliani, il generale Zamir avrebbe chiesto di interrompere l’operazione. «Obiettivi raggiunti», avrebbe sostenuto, sollevando dubbi sulla legittimità di impedire agli sfollati palestinesi di tornare. Netanyahu avrebbe invece ordinato di continuare. Fonti militari fanno circolare un magro bilancio: 500 edifici perquisiti, 3mila sfollati, appena 2 armi sequestrate. «In questo momento stiamo soltanto perdendo tempo», sbotta un soldato impegnato nell’operazione. E dal Libano arrivano voci secondo cui Hezbollah sta ricostruendo le proprie capacità militari con fondi iraniani, senza annunciare offensive.
La sicurezza finisce per dividere le istituzioni anche sulla tutela delle urne. Netanyahu convoca il ministro estremista della Sicurezza, Itamar Ben-Gvir, e il capo della polizia Daniel Levy. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara contesta l’iniziativa: la gestione del voto compete alla Commissione elettorale. Alla fine il giudice Noam Sohlberg autorizza l’incontro, purché non si discuta dell’integrità della consultazione. Non è andata così. Netanyahu avrebbe evocato disordini degli «anarchici di sinistra». E poi Gerusalemme, dove perfino la geografia sembra raccontare la separazione. La Valle di Hinnom, la Geenna biblica, incide la terra ai piedi del Monte Sion, costeggia il margine meridionale dell’antica città fino alla Città di Davide e separa quelle alture dal Monte del Cattivo Consiglio. Ma per dividere gli abitanti della stessa città bastano uno status giuridico e una tessera elettorale. Solo il 39,2 per cento dei residenti può votare per la Knesset, contro il 77,4 per cento a Tel Aviv-Giaffa. Pesano anche i minorenni. Gran parte dei palestinesi di Gerusalemme Est ha però soltanto la residenza permanente: vota alle municipali, non per il Parlamento che decide anche della sua vita. In Cisgiordania votano gli israeliani delle colonie, non i palestinesi dei territori occupati. E le elezioni legislative palestinesi, assenti dal 2006, sono state rinviate da Mahmoud Abbas, insieme alle presidenziali, all’11 settembre 2027: invoca ostacoli dovuti all’occupazione e ragioni di sicurezza, contestate da Israele.
Durante la Marcia delle bandiere dello scorso maggio, nel bazar della Città Vecchia i commercianti palestinesi avevano abbassato le saracinesche. Su bancomat e portoni erano comparsi avvisi ai manifestanti: «Questa è una proprietà ebraica. Non danneggiatela». Un espediente amaro per proteggere negozi e ingressi. Anche il percorso del corteo, attraverso i quartieri arabi verso il Muro Occidentale, diventa una dichiarazione di sovranità. Gli arabi cittadini di Israele sono il 18 per cento degli elettori residenti. Possono decidere gli equilibri, ma gran parte dell’opposizione esclude coalizioni con i loro partiti: si parla di appoggio esterno. “Ra’am” e “Lista Comune” sono state riammesse dalla Corte Suprema dopo l’esclusione della Commissione elettorale. «Se non fai parte della coalizione e del governo, nessuno si occuperà degli interessi del tuo gruppo», dice Mansour Abbas, leader di “Ra’am”. Areen Ghanayem spiega perché andrà al seggio: «Ogni voto fa la differenza». Si stima il 63 per cento di affluenza dei palestinesi israeliani, contro il 56 nel 2022. Anche Eisenkot respinge uno Stato palestinese, ma si oppone all’annessione e agli avamposti illegali. Altra variabile: i riservisti, richiamati per mesi mentre i partiti ultraortodossi difendono le esenzioni dalla leva per gli studenti delle yeshivot. «La loro vita professionale, accademica e personale viene colpita duramente», dice Avi Losice dei figli richiamati. I religiosi condizionano le alleanze; i riservisti chiedono di distribuire il peso della mobilitazione.
Alle urne anche l’Israele della guerre altrui. Oltre 102mila immigrati maggiorenni da Russia e Ucraina arrivati dopo il 2022 possono votare. «A Mosca le elezioni non avevano significato», racconta Oleg, emigrato per sfuggire all’arruolamento. Voterà anche Alla, scappata da Odessa. «Netanyahu è sostenuto da Trump. Trump sostiene Putin e ha preso in giro l’Ucraina – riassume la ragazza di Haifa che non parla ancora un buon ebraico –. Non voterò per Bibi. Teheran non è forse alleata di Mosca?». Altri immigrati sono grati al governo che ha facilitato il loro ingresso, lontano dai raid russi. Incombe il 7 ottobre. La prima elezione dopo l’attacco di Hamas e tre anni di guerre riapre la questione delle responsabilità. Gal Cohen, del kibbutz Be’eri, dove fu ucciso un abitante su dieci, contesta a Netanyahu di non averle assunte. Una commissione d’inchiesta indipendente è stata promessa da Eisenkot. Israele domani fino alle 22 sceglierà chi lo governerà, non necessariamente il futuro di chi vive sotto il suo controllo senza poter votare. La frattura attraversa politica, comunità e famiglie, oltrepassa i confini. Nella città dove la Geenna separa le alture, le divisioni che pesano di più non sono quelle che raccontano ancora le rocce.

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