L'intervista. «Noi curdi siamo contro questo Iran, ma non vogliamo forze dall'estero»
di Luca Foschi
Chiamati in causa da Trump per una possibile operazione di terra (poi smentita) monitorati dal presidente turco Erdogan, i curdi sono una minoranza contesa. Parla la portavoce del Pjak, Gulavîj Orîn: «Per muoverci, noi guerriglieri non abbiamo bisogno dell'approvazione di Usa e Israele. Siamo la "Terza Linea" di questo conflitto»

Riguardo la possibilità che i curdi iraniani diano avvio o partecipino a un’operazione di terra, il presidente americano Trump è passato in pochi giorni da «sarei assolutamente favorevole» a «la guerra è già complicata così com’è, non voglio che i curdi vengano feriti o muoiano». L’apprensione della Casa Bianca per l’incolumità dei movimenti di opposizione curdi è stata seguita tuttavia dal persistere dei bombardamenti di Teheran e dei suoi proxy iracheni sulla Regione autonoma del Kurdistan, nella provincia di Sulaymaniya, dove i ribelli hanno le loro retrovie. I pasdaran e i caccia israeliani si sono interessati poi, sovrapponendosi, alle aree interne di confine, teatro della possibile sacca resistenziale.
La preoccupazione di Baghdad ed Erbil, determinate a scongiurare un coinvolgimento “territoriale” nel conflitto, le minacciose esternazioni del presidente turco Erdogan, sempre attento al “pericolo” curdo, i ripetuti appelli di Tel Aviv al popolo iraniano: la fiammella dei guerriglieri curdi nel grande incendio regionale sembra rappresentare più di una tattica ipotesi discorsiva, soprattutto se l’attacco israelo-americano si interpreta non come un colpo definitivo, ma come una devastante tappa di avvicinamento al collasso del regime di Teheran. La guerra civile, alimentata dalle tensioni etniche mai risolte, potrebbe essere il passo successivo.
Avvenire è riuscito a raggiungere Gulavîj Orîn, portavoce del Pjak, il Partito per la Vita Libera del Kurdistan, uno dei sei movimenti-milizia che il 22 febbraio hanno costituito un’alleanza determinata a operare per la caduta del regime teocratico e l’autodeterminazione della minoranza curda. Nel complesso, stimano alcuni analisti, i “partigiani” curdi non supererebbero le 8.000 unità. Il Pjak nasce nel 2004 ed è ispirato, a livello organizzativo e ideologico, al modello del Pkk, che dopo 40 anni di guerriglia ha avviato un processo di pacificazione con la Turchia.
Dove ha attualmente sede il Pjak? Com’è la situazione dal punto di vista della sicurezza?
Il nostro movimento è distribuito sia all’interno che lungo il confine del Kurdistan iraniano, nonché dall’altra parte del confine, nel Kurdistan iracheno. L'Iran ha ripetutamente preso di mira le nostre posizioni, specialmente sul versante iraniano, dove molti dei nostri compagni sono stati uccisi nel corso degli anni di lotta contro il regime. All'interno dell’Iran le nostre forze operano regolarmente come guerriglieri. Specialmente nel Kurdistan iracheno disponiamo di lunghi tunnel, un sistema sotterraneo attrezzato che ci permette di proteggerci in caso di attacchi.
Giungono dichiarazioni contraddittorie riguardo a un possibile intervento curdo nella guerra. Avete avuto contatti con gli inviati americani e israeliani?
Il nostro intervento non ha nulla a che vedere con l’approvazione di forze come Israele e gli Stati Uniti. Non ne abbiamo bisogno. Siamo in guerra con il regime iraniano da anni. Abbiamo sempre fatto affidamento sulla nostra forza intrinseca. La decisione di intervenire sarà presa da noi e dai partiti curdi con cui siamo alleati. Siamo l’unico movimento ad avere guerriglieri all’interno dei confini iraniani e, al momento, non c’è bisogno di inviare forze dall’estero. Comunichiamo con chiunque a livello diplomatico, ed è un nostro diritto naturale. Insieme ai nostri alleati abbiamo deciso che in questo momento delicato dobbiamo avere una diplomazia comune. Abbiamo avuto un certo successo in questo senso.
Considerate le contraddittorie dimostrazioni di lealtà che i vari governi americani hanno offerto ai curdi nel corso della storia, in Iraq come Siria, avete intenzione di collaborare?
La guerra odierna tra Stati Uniti-Israele e Iran è una guerra egemonica tra forze transnazionali e le forze ormai esauste degli Stati-nazione della regione. Abbiamo ripetutamente sottolineato questo punto fondamentale: noi siamo la “Terza Linea”, non siamo una delle parti in questa guerra. Perché entrambe le parti stanno attualmente cercando di imporre la propria egemonia nella regione attraverso la guerra, l’occupazione e il massacro. Vogliono creare centinaia di altre Gaza. Per “Terza Linea” intendiamo una repubblica democratica in Iran. Liberi dal razzismo, dal nazionalismo e dal fondamentalismo religioso. Gli iraniani hanno pagato e continuano a pagare un prezzo molto alto per la libertà. Oggi i curdi non sono più i curdi di cento anni fa. Traendo insegnamento dalla propria storia, compiranno passi decisi e prudenti per svolgere il loro ruolo pionieristico negli equilibri regionali.
Che tipo di Iran il Pjak immagina per il futuro?
Il modello di una nazione democratica per l’Iran è più vitale del pane e dell’acqua. Non vogliamo né la Repubblica islamica né la monarchia logora e marcia. La rivoluzione “Jin, Jiyan, Azadî” (“Donna, Vita, Libertà”), iniziata quasi quattro anni fa (le manifestazioni del 2022, ndr), continua ancora oggi. Ciò che durerà e determinerà il destino di tutti gli iraniani è un sistema democratico basato sulla libertà delle donne. Questo non è uno slogan. Abbiamo visto come le donne e i giovani iraniani abbiano rafforzato le fondamenta di questa rivoluzione con il loro sangue.
Il resto della società iraniana riconosce il vostro progetto?
A causa dell’etichetta di terroristi che il regime della Repubblica islamica ha sempre cercato di affibbiarci, si può dire che in Iran la gente abbia difficoltà ad avvicinarsi a noi. Grazie alla rivoluzione del 2022 c’è stato un certo riconoscimento. Indebolendo il regime, raggiungeremo tutti gli iraniani.
Ritenete che un cambio di regime sia uno scenario realistico?
Il regime è sull’orlo di grandi cambiamenti. Con l’espansione della guerra in tutto il Medio Oriente non avrà più alcuna possibilità di sopravvivere. Questo non è uno scenario possibile, è una realtà imposta dalla situazione politica della regione.
Siete in contatto con i movimenti dei rappresentanti di altre minoranze iraniane?
Sì, siamo in contatto con altre minoranze iraniane, ad eccezione di alcune, e amplieremo ulteriormente queste relazioni. Le proposte e le opzioni sono indubbiamente numerose in tempo di guerra, ma non siamo obbligati ad accettarle tutte. Sceglieremo ciò che noi riteniamo corretto e appropriato.
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