Israele "punta" sul Libano da 48 anni: l'obiettivo è creare una "zona di sicurezza"
di Luca Foschi
La prima incursione di Tel Aviv in direzione di Beirut avvenne nel marzo 1978. Poi ci furono l'operazione "Pace in Galilea" nel 1982 e la "Guerra dei 34 giorni" nel 2006. La caccia a Hezbollah è ripresa dopo il 7 ottobre, eppure i rischi nel Paese dei cedri sono rimasti intatti. E il numero dei soldati uccisi rimangono per l'Idf una ferita aperta

L’obiettivo della prima incursione israeliana in terra libanese, nel marzo 1978, furono le milizie palestinesi dell’Olp, costrette a ripiegare sul Paese dei cedri per mantenere una retrovia da cui lanciare la guerriglia, interrotta in Giordania nel 1970 da “Settembre nero”, la guerra “fratricida” ingaggiata con Amman. L’operazione dell’Idf, significativamente chiamata “Operazione Litani”, mirava a creare una zona di sicurezza di 30 chilometri tra la frontiera e il fiume che scorre a nord della città di Tiro. L’esercito israeliano si ritirò tre mesi dopo, lasciando di guardia gli alleati dell’Esercito libanese del sud (Els) e il primo contingente di interposizione Unifil.
Nel 1982 l’operazione “Pace in Galilea” spinse le forze armate di Tel Aviv dentro il ginepraio della guerra civile libanese, fino a Beirut ovest, costringendo i miliziani dell’Olp di Yasser Arafat a salire sulle navi che li avrebbero dispersi in tutto il mondo arabo. A partire dal 1985 Israele e l’Els sarebbero rimasti a vigilare nel sud per 15 anni, creando lo scenario ideale per lo sviluppo militare e politico di Hezbollah. Oggi, dopo la “Guerra dei 34 giorni” del 2006, le infinite schermaglie, il devastante confronto seguito al 7 ottobre e il nominale cessate il fuoco del 2024, segnato dalla caccia agli uomini del cosiddetto "Partito di Dio", Israele procede ancora una volta a invadere fino al Litani, e oltre. Il 14% del territorio libanese, largamente abbandonato dalla popolazione da quando, il 2 marzo, Hezbollah si è aggiunto alla guerra “esistenziale” dell’Iran contro Israele e Stati Uniti. Un eterno ritorno, giunto a un nuovo parossismo.
Israele sta sfruttando i cinque avamposti tenuti dopo la tregua del 2024 per stringere su Hezbollah capace ancora, con migliaia di razzi e droni, di tenere sotto scacco le comunità del nord di Israele. È difficile che le sole bombe bastino a dissolverlo, anche se le evacuazioni di massa, che in larga misura non coinvolgono i villaggi cristiani, mirano anche a sconvolgere il tessuto sociale. Non è detto che il controllo del “Janub”, il sud prevalentemente sciita, conduca all’incapacità offensiva di Hezbollah. Razzi e droni possono essere scagliati da aree ben più a nord del Litani e dello Zahrani. In seguito al processo di disarmo attuato dallo Stato libanese nei confronti di tutte le milizie presenti sul territorio, iniziato nel 2024, gran parte dell’arsenale è stato spostato nella Bekaa.
Nella memoria militare israeliana tuttavia l’occupazione del sud ha il retrogusto della sconfitta. Fra 1985 e 2000 furono più di 650 i soldati uccisi, mentre nei 34 giorni del 2006 le perdite complessive ammontarono a 164, di cui 121 militari e 43 civili dei villaggi settentrionali. La guerriglia, come la guerra, venne seguita da una ritirata. L’esperienza non è stata vana. Quattro ponti che legano il sud al resto del Paese sono stati fatti saltare. Oggi l’occupazione poggerebbe sul quasi infallibile (ma non inesauribile) sistema d’intercettazione missilistico, i droni, l’intelligenza artificiale. L’affondo in Libano sembra fin da principio parallelo ma indipendente rispetto all’attacco condotto sull’Iran, sebbene quest’ultimo avrebbe incluso il Libano in qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco. L’ennesima “falciatura del prato”, nell’ottica di un indebolimento progressivo di Hezbollah, è accompagnata dalle tentazioni delle frange messianiche del governo Netanyahu, che vorrebbero l’annessione, e dalla più probabile strategia del ricatto, rivolta a Beirut: la restituzione del sud in cambio del definitivo disarmo dell’ingombrante milizia sciita. Prospettiva impervia per l’esercito libanese, sempre minacciato dalla frantumazione confessionale. Ciò aprirebbe alla quarta, fruttuosa ipotesi, il caos.
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