Le spiagge deserte, il vuoto al posto dei turisti: «Mai vista una Cuba così»

di Chiara Vitali, inviata all’Avana
Lo strangolamento dovuto all’embargo imposto dagli Usa ha soffocato un settore chiave: presenze straniere più che dimezzate
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November 8, 2026
Una delle spiagge di Varadero, la penisola turistica più famosa di Cuba, solitamente piena di turisti. Da gennaio le presenze sono scese di almeno il 58%
Una delle spiagge di Varadero, la penisola turistica più famosa di Cuba, solitamente piena di turisti. Da gennaio le presenze sono scese di almeno il 58%/ Vitali
La prima cosa che si sente qui, di solito, è la musica. In estate riempie i 22 chilometri su cui si stendono le spiagge bianche più famose di Cuba: è la penisola di Varadero, meta turistica per eccellenza dell’isola. Chi ci arriva adesso, invece, sente solo il silenzio. «Vedi? Ci sono soltanto 80 persone. Di solito in questo periodo ne abbiamo 400». Juan Ivanez tiene in mano un foglio: è l’elenco degli ospiti dell’hotel in cui lavora. L’ingresso è alle sue spalle. Nella hall ci sono solo tre persone. Nella piscina, nessuno. «Settanta degli ospiti sono cubani. I turisti dall’estero sono spariti». Poi, Juan pronuncia la frase che ogni cubano ripete: «Non abbiamo mai vissuto un periodo così duro». A Varadero, Avvenire arriva insieme a “Rotta su Cuba – Dove conta, esserci”, una carovana solidale composta da associazioni, parlamentari e sindacalisti, partita dall’Italia per portare aiuti e denunciare la situazione di crisi nel Paese.
Nell’ultimo anno, secondo dati statali, a Cuba il 73% degli hotel ha chiuso. Il calo dei turisti internazionali è stato almeno del 58% nei primi sei mesi del 2026. Nel settore che occupa solitamente 300mila persone, 30mila si sono ritrovate senza un lavoro. Molte altre hanno orari ridotti o salari più bassi. Il calo a picco delle presenze turistiche non è solo uno dei tanti aspetti della crisi peggiore che il Paese stia attraversando dalla Revolución degli anni Cinquanta: ne è un nodo centrale. Con investimenti ingenti nel settore, dalla metà degli anni Ottanta Cuba ha fatto del turismo una delle sue principali fonti di approvvigionamento economico. Non avere persone dall’estero significa, per migliaia di persone, rimanere senza più risorse per sopravvivere.
Lo conferma Ivan. Cammina sulla spiaggia quasi deserta. Ha in mano due noci di cocco, nient’altro. Cerca di venderle. «Ero falegname per diversi hotel, ma ora alcuni sono chiusi e con la mancanza di corrente faccio fatica a lavorare». La sua famiglia vive a Santiago de Cuba, a nove ore di macchina da Varadero. «Di solito ogni tre mesi torno a casa. Ma quest’anno non sono riuscito: non c’è il carburante per il trasporto». Una pausa. «La situazione deve cambiare per forza. Altrimenti…». Un’altra pausa. Juan taglia un cocco, tira fuori una cannuccia, se ne va.
La crisi economica
A gennaio di quest’anno, il presidente statunitense Donald Trump ha di fatto bloccato ogni possibilità di importare petrolio sull’isola, in un inasprimento senza precedenti del “bloqueo”, l’embargo che dura da oltre sessant’anni. È uno strangolamento – definito «grave violazione del diritto internazionale» dalle Nazioni Unite – che condiziona tutta la quotidianità dei cubani, tra blackout di 30 ore e mancanza di beni di prima necessità. E che si abbatte anche sui problemi interni: un sistema politico unipartitico, che non ha approvato nel passato le riforme che avrebbero potuto trasformare l’isola e che è divenuto una sorta di oligarchia. La svalutazione della moneta, il peso cubano, corre veloce: ora un dollaro equivale a 750 pesos. Erano 400 un anno fa. L’inflazione ha raggiunto un tasso del 36%. Lo stipendio medio – equivalente a circa 10 dollari – non basta a comprare due bottiglie di olio o una confezione di pollo. Senza turisti, le mance non sono più una fonte di reddito.
Le riforme
Il 18 giugno, qualcosa di assolutamente inedito per la storia dell’isola è accaduto: l’Assemblea nazionale ha approvato un pacchetto di 176 misure con l’obiettivo di risollevare l’economia cubana. A incidere sono state certamente le esplicite minacce di Trump. Il pacchetto è stato definito da esponenti vicini al governo come il «cambiamento più profondo della storia del Paese socialista dal 1959». Sulla carta, è così. Capitali stranieri potranno arrivare sull’isola senza aver più bisogno di legarsi a imprese statali, come accaduto sino ad ora. Per la prima volta, banche o uffici di cambio privati potranno operare. Le piccole e medie imprese non avranno più un limite massimo di 100 dipendenti e potranno importare ed esportare beni direttamente, senza intermediari statali. L’obiettivo è aprire Cuba a un’economia di mercato. Le riforme, per ora, sono parole su un documento. La loro attuazione dipende da altri passaggi legislativi: alcune sono già entrate in Gazzetta ufficiale, altre arriveranno nei prossimi mesi. Ma sulla maggior parte degli aspetti – come l’approvazione di ciascuna nuova attività –, l’ultima parola rimane del governo centrale. Per capire se le riforme riusciranno ad avere un impatto effettivo, bisognerà attendere. Un’azione che per i cubani è diventata quotidiana ed estenuante. Si aspetta fuori dalle banche statali, con la speranza che ci sia il contante, e che la corrente non salti, e che si possano prelevare dei soldi. Si attende fuori dalle panetterie per i pochi beni ancora assicurati dalla “tarjeta”, la tessera con cui lo Stato è sempre riuscito a garantire un minimo di sussistenza ai cittadini.
Il vuoto lasciato dai turisti è ben visibile anche nella capitale, l’Avana. Plaza Vieja, una delle più conosciute, è deserta. «Non abbiamo abbastanza corrente nemmeno per produrre la nostra birra», spiega Ilenio, dipendente di un locale affacciato sulla piazzetta. All’interno sono seduti solo due anziani. Uno zoppica. «Fa caldo e hanno bisogno di riposare».
Non sono solo gli stranieri ad essere spariti. Cuba ha perso due milioni e mezzo di abitanti dal 2021. Tanti sono scappati in fretta e furia, vendendo le proprie case a prezzi irrisori. Molte sono passate sotto la gestione de L’Oficina del Historiador, l’ufficio che si occupa del restauro dei beni immobiliari e storici della capitale. Anche le case vuote sono toccate dal pacchetto di riforme di giugno: per la prima volta, potranno essere gestite anche da capitali stranieri. «Abbiamo avviato un processo per accogliere le proposte che arriveranno. Nessuna per ora è stata valutata. Abbiamo regole molto rigide», spiega Perla Rosales Aguirreurreta, la direttrice dell’Oficina. Negli anni, diversi edifici sono stati trasformati in spazi per la collettività, come centri medici o per anziani, soprattutto grazie al precedente direttore, Eusebio Leal Spengler. Con i cambiamenti in corso, però, il rischio è che in città arrivino le mani avide della speculazione immobiliare. Ora la crisi è ancora troppo forte. Ma non bisogna staccare gli occhi da ciò che potrà accadere oltreoceano. E dalla capacità dei cubani di resistere. Con una domanda: quale sarà la Cuba di domani, se quella di oggi continuerà a sgretolarsi.

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