Fibra e castagne: come in Valle Averara il bosco è diventato laboratorio di futuro

Sui monti bergamaschi tre piccoli comuni hanno deciso di rilanciare pascoli e aree forestali per sostenere l’economia e invertire il trend dello spopolamento. Dalle risorse locali nascono prodotti d’eccellenza, tra erbe che finiscono in Giappone e formaggi venduti negli Emirati. Professionisti e giovani salgono a vivere e lavorare in quota: «Il valore aggiunto? Il panorama che ammiri dalla finestra»
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November 8, 2026
Un alpeggio in Valle Averara / Birolini
Dicono che sia stato il diavolo in persona a trasformare i Piani dell’Avaro in pascolo verde, da arida pietraia che era. La siccità degli ultimi anni però rischia di rovesciare la leggenda, riportando desolazione sull’altopiano. Senza l’acqua piovana raccolta negli invasi, le vacche muoiono di sete e dunque devono scendere a valle. Con ricadute pesanti non solo sulla produzione lattiero casearia, ma anche sulla quotidianità della Valle Brembana: se l’erba resta alta e abbondante, secca al sopraggiungere dell’autunno e il rischio di incendi aumenta. Sui monti tutto si tiene: se l’ambiente soffre, l’umanità che li popola ne patisce direttamente le conseguenze. Per questo il Consorzio forestale della Valle Averara, nato tre anni fa per salvaguardare un territorio vastissimo, ha deciso di realizzare un sistema di pompaggio in grado di portare acqua sopra i 1500 metri.
Il Consorzio è stato fondato dai comuni di Averara, Cusio e Santa Brigida: meno di mille anime in tutto, la cui sorte dipende in buona misura dalla salute dei boschi e dei prati che li circondano e sovrastano. «Cerchiamo di tutelare e valorizzare il nostro ecosistema - spiega la direttrice del Consorzio, Milena Zarbà – da una parte sviluppando iniziative finanziate con i bandi regionali, dall’altra facendo rete con le diverse attività che nascono dalla relazione tra bosco e comunità». Un’intuizione da cui è nato il progetto Smart village, sostenuto dal Forest association contest, promosso da Fsc Italia e Regione Lombardia per selezionare le realtà montane più dinamiche. «La montagna non è una realtà da cui fuggire, ma un cantiere di futuro dove costruire professionalità e competenze - aggiunge Zarbà - . Il bosco è un organismo vivo che richiede ascolto, presenza costante sul territorio e la capacità di fare rete tra istituzioni, proprietari e comunità». In Valle Averara la foresta diventa il centro di gravità permanente attorno al quale orbitano diverse iniziative capaci di rinforzare il tessuto socioeconomico della zona. Una di queste è il recupero dei castagneti, che da tempo versavano in condizioni di abbandono. Finché gli anziani del posto hanno deciso di ripulire il sottobosco e i sentieri. Percorrendo uno di questi, Alfio Domenghini, uomo in fuga dalla città («Troppo traffico, sentivo il bisogno del contatto con la natura»), è rimasto folgorato. Ha capito che da una semplice castagna poteva nascere un percorso di riscoperta della montagna e delle sue tradizioni. «Per due anni ho vagato per questi boschi, in cerca di quella che io chiamo una “tela bianca», dove poter dare forma a un’idea. L’ho trovata qui, tra questi alberi. E ho iniziato l’opera recuperando un pezzo di territorio». Il risultato è sotto gli occhi meravigliati di chi si avventura lungo questi pendii: castagni plurisecolari, muri a secco restaurati («Sono vere e proprie sculture» sottolinea Alfio con orgoglio), panchine e fontane dove sostare mentre si fruga tra ricci e ciuffi d’erba. Ma ci sono pure birre e creme per il corpo a base di castagna, prodotti d’eccellenza sbocciati a km zero.
Trasformare in valore quel che nasce in valle è una necessità, prima ancora che fonte di guadagno. Accade lo stesso con gli alpeggi, restaurati dal Comune di Cusio per essere poi affidati ai pastori che trascorrono in alta quota l’estate con la loro mandria. Ma c’è anche chi li affitta per qualche giorno di vacanza, o per una festa di nozze. Un’altra testimonianza della tradizione locale è l’antico mulino, che sfrutta la forza del ruscello per macinare il mais autoctono. Una produzione di nicchia, ma anche una calamita per i turisti. Da queste parti arrivano sempre più stranieri: atterrano a Orio al Serio e si inerpicano alla scoperta delle cime orobiche. Poi capita che chi sale quassù finisca anche per restarci. «C’è chi lascia la città e si trasferisce in alta valle, lavorando da remoto. Ci sono anche alcuni giovani che stanno finendo gli studi e progettano di avviare un’attività sul territorio» spiega il sindaco Andrea Paleni. Tra i transfughi c’è anche il milanese Gabriele Turchi. «Faccio l’informatico e grazie all’arrivo della fibra lavoro benissimo. Con un vantaggio in più: il panorama che vedo al mattino quando apro la finestra, che non ha prezzo».
La direttrice del consorcio forestale, Milena Zarbà
La direttrice del consorcio forestale, Milena Zarbà
La montagna dà, ma qualcosa bisogna pur restituirle. Turchi è socio della cooperativa Carpegn (in dialetto vuol dire “teste dure”), che da qualche anno, oltre al centro sportivo, gestisce anche l’unico negozio del paese. Rischiava di chiudere, i Carpegn l’hanno tenuto in vita. Un presidio strategico, visto che altrimenti per fare la spesa bisognava scendere a Santa Brigida, cinque chilometri e parecchi tornanti più in basso. Ma c’è pure uno shopping d’alta quota con prezzi da far impallidire una boutique. Nelle “casere” al culmine della Val Moresca si produce un formaggio unico, lo “storico ribelle”, parente del bitto della confinante Valtellina. C’è chi lo acquista freschissimo a 50 euro al chilo, e poi lo lascia a stagionare sul posto per dieci anni, per poi magari rivenderlo a più di 200 a clienti arabi o americani. Eccellenze di nicchia, come le erbe raccolte ed essicate dall’azienda Soluna, che rifornisce persino erboristi giapponesi. Posta al limite del bosco, applica i principi della biodinamica: una spirale di pietra raccoglie l’acqua piovana e la convoglia energizzata verso le coltivazioni. Poco più in là, gli alberi sono assediati dal temibile bostrico, un coleottero che prospera grazie al riscaldamento globale. Per provare a debellarlo, un team di laureandi ha escogitato una rete di trappole dotate di sensori, che monitorano anche lo stato di salute dell’ecosistema. La tecnologia serve a preservare l’ambiente, ma anche le tradizioni. Ogni anno in Valle Averara si procede all’assegnazione dei lotti di bosco: ogni famiglia ricava i suoi 50 quintali di legname da bruciare in stufe e camini. La foresta è un patrimonio che va costantemente difeso, in primis dagli incendi. Per prevenirli, la Protezione civile ha attinto all’antica saggezza popolare. «Gli elicotteri attingono dai vecchi bacini che abbiamo recuperato – spiega il responsabile locale Roberto Fiorona -. Dal passato si può sempre imparare». Frane e alluvioni sono l’altro grande spauracchio. «Occorre diffondere nella popolazione la cultura del rischio, investendo nella cura del territorio. Anche se contro le bombe d’acqua non resta che pregare…».

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