«I farm, I vote»: così il cuore agricolo degli Usa può diventare l'ago della bilancia al midterm

di Angela Napoletano, inviata a Macon (Georgia)
Il nostro reportage dalla Georgia, dove cresce la mobilitazione in vista del voto. Trump? «Molto schiettamente, noi stiamo dalla parte di chi sostiene le nostre attività»
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November 2, 2026
Un cartello invita al voto ad Atlanta
Un cartello invita al voto ad Atlanta/ REUTERS
Sono passati secoli da quando a dettare legge in Georgia erano i proprietari delle sterminate piantagioni di cotone, strappato dagli schiavi afroamericani a mani nude dagli arbusti. Ma qui, nelle campagne della Black Belt, la regione a sud di Atlanta caratterizzata dal suolo scuro e straordinariamente fertile, l’intreccio tra la terra e la politica rimane ancora molto potente.
Macon ne è il perno. La cittadina sul fiume Ocmulgee sorge pochi chilometri più a sud dei verdi paesaggi di Clayton County, quelli che nel 1936 ispirarono il racconto di Via con il Vento di Margaret Mitchell. Si dice che sia “il cuore” della Georgia e che batta a destra. Sviluppatasi nell’Ottocento come centro che collegava le campagne dell'entroterra ai mercati e alle reti di trasporto verso le città, continua ad essere uno snodo logistico cruciale per l’intera America. Non ha una stazione per il transito di treni passeggeri, ma l’attraversa il viadotto della vecchia ferrovia commerciale che sovrasta le case in stile coloniale della periferia. I convogli segnano i ritmi delle esistenze. Quello passato alle 12.08 contava 154 vagoni merci. Il traffico che, giorno e notte, scorre tra le strade che dalla Interstate 75 si diramano nel Paese è un via vai continuo di “big rig” carichi di legna di pino giallo e di macchinari agricoli di ogni tipo.
Appena fuori la città, nei boschi che scendono dal Piedmont degli Appalachi, si trova la sede del Georgia Farm Bureau, l’associazione di categoria che dal 1937 rappresenta di agricoltori e gli allevatori georgiani, con uffici in ciascuna delle 159 contee dello Stato. Una famiglia di oltre 200mila piccole, medie e grandi aziende locali, associata all’American Farm Bureau Federation che negli Stati Uniti conta in tutto quasi sei milioni di iscritti. «Ho anch’io una fattoria tutta mia», racconta la receptionist Annalisa mentre accarezza con orgoglio la foto incorniciata della figlia ventunenne imbarcata su una portaerei nel Mar Rosso per fare guerra all’Iran. «Allevo animali di ogni tipo – continua - maiali, pecore, capre, lama, tacchini, galline e asinelli che hanno subito infortuni o che sono stati abbandonati».
“I farm, I vote” è lo slogan di una campagna che il Georgia Farm Bureau sta portando avanti in vista delle elezioni di midterm di martedì. In Georgia, uno degli Stati chiave della tornata, si vota per il Senato ma anche per il governatore e per il procuratore generale. Le brochure in rosso, bianco e blu (i colori della bandiera americana) presentano i canditati e i loro programmi in ambito agricolo.
Alex Bradford, direttore del dipartimento per le Politiche Pubbliche del Bureau, tiene a sottolineare che l’iniziativa (replicata anche in altri Stati) è apartitica: «Non chiediamo di votare per un partito o per l’altro, ognuno è libero di scegliere, ma sollecitiamo il dibattito per unire la comunità attorno a bisogni e obiettivi condivisi. Molto schiettamente, noi stiamo dalla parte di chi sostiene le nostre attività». I nodi sono tanti: dagli effetti dai dazi sull’export, soprattutto verso la Cina, alle difficoltà di accesso al credito passando per le interferenze della burocrazia federale, la difficile sostenibilità degli ospedali rurali, il prosciugamento delle risorse elettriche e idriche a favore dei nascenti data center. La priorità assoluta però è un’altra. «La redditività delle aziende agricole è fortemente penalizzata da costi di produzione molto alti, come quelli delle attrezzature, dei fertilizzanti e persino delle sementi, a fronte di prezzi di vendita stabili, se non più bassi».
«No, non è solo colpa della guerra in Iran – spiega -, è un trend con cui stiamo facendo i conti da almeno dieci anni. Molte aziende sono gravate inoltre dagli effetti dell’uragano Helene che ha distrutto le segherie e le coltivazioni di noci pecan». Incalzato su quello che Donald Trump ha fatto per gli agricoltori della Georgia, il direttore ammette: «Ha fatto cose che ci hanno aiutato, per esempio recepire nella “Big Beautiful bill” alcuni degli aggiornamenti che ci aspettavamo da una legge completa, come la Farm Bill, che però non è ancora stata approvata definitivamente».
Secondo i sondaggi, il seggio del Senato conteso tra il democratico Jon Ossoff e il repubblicano Mike Collins dovrebbe rimanere con ogni probabilità a sinistra. La corsa al titolo di governatore è invece caratterizzata da un testa a testa, estremamente serrato, tra la dem Keisha Lance Bottoms e il miliardario trumpiano Rick Jackson. «A fare la differenza - Bradford ne è certo - saranno gli agricoltori georgiani». Quelli che nel 1976 portarono alla Casa Bianca Jimmy Carter, nato e cresciuto in una fattoria di Archery, a sud di Macon, erano i coltivatori di arachidi di quella che fu soprannominata la “Peanut Brigade”. Oggi, “la brigata” che muove voti (e un giro d’affari di 74 miliardi di dollari) è allargata ai produttori di mirtilli, soia, cipolle, cocomeri, pesche e uova.
Nessuno per adesso si sbilancia ma a Cotton Avenue, la strada lungo cui gli schiavi facevano rotolare le balle di cotone fino al fiume per caricarle sui battelli a vapore, c’è già aria di festa. Chiunque vinca, martedì “sarà un altro giorno”.

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