Gerusalemme, sfilano i nazionalisti. E gridano “morte agli arabi”

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Nella Città Vecchia alla "marcia delle bandiere" giovani coloni urlano a palestinesi: «Possano bruciare i vostri villaggi». Attivisti israeliani li contestano
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May 15, 2026
In un vicolo stretto della Città Vecchia una lunga fila di giovani che indossano magliette con la bandiera di Israele, bianche e celesti con la Stella di David, passano attraverso un controllo di polizia
Giovani israeliani alla marcia delle bandiere, il 14 maggio, nella Città Vecchia di Gerusalemme / REUTERS
La storia bussa a Gerusalemme anche più volte nello stesso giorno. Dall’alba la città santa tre volte celebrava ieri l’Ascensione cara ai cristiani. Al tramonto gli arabi musulmani si preparavano al venerdì di preghiera che cade nella mesta ricorrenza della “Nakba”, la “catastrofe” palestinese. E al Muro del Pianto migliaia di ebrei ringraziavano per la vittoriosa “riunificazione” del ‘67. La chiamano “Giornata della bandiera” per quella che nasce come “Giorno di Gerusalemme”. Da tutto Israele centinaia di migliaia invadono la città con il vessillo bianco e azzurro rivendicando appartenenza e supremazia. La marcia è partita da Gerusalemme Ovest verso il “Muro Occidentale”, passando anche attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia e la “Spianata delle Moschee”, che per gli ebrei è il “Monte del Tempio”. Il percorso, ogni anno, è un messaggio politico. Per questo l’evento è considerato dai palestinesi una provocazione, soprattutto quando attraversa aree commerciali e residenziali arabe. I commercianti del bazar nella città vecchia avevano chiuso le saracinesche fin dal mattino. La polizia di Gerusalemme aveva ordinato la serrata, «ma non avevo bisogno che me lo chiedessero, avrei chiuso di mia iniziativa per non farmi sfasciare il bar», dice il titolare cristiano di un caffé sulle gradinate che conducono al Santo Sepolcro. Alcuni negozianti hanno provato a prendersi gioco dei manifestanti violenti, che ogni anno aumentano di quantità. «Questa è una proprietà ebraica. Non danneggiatela», c’era scritto su alcuni bancomat ed era affisso su vecchi portoni in ferro. In mattinata erano volate sedie tra coloni arrivati dalla terre occupate in Cisgiordania e negozianti palestinesi malmenati al grido «Morte all’arabo» e «possano bruciare i vostri villaggi». Un ritornello sinistro cantato a squarciagola specialmente dai giovanissimi. Tensioni anche tra i portici del quartiere cristiano, dove gruppi israeliani contrari alla violenza, come “Standing Together” e “Tag Meir”, nel tentativo di proteggere i palestinesi e contenere gli scontri, come al solito le hanno prese dai fanatici e dalla polizia che spesso li considera degli istigatori.
«Gerusalemme è la nostra città santa. È la nostra città santa per sempre», scandisce Shira Gefen, 53 anni, arrivata da un villaggio vicino Haifa, di quelli dove non di rado si vedono attraversare il cielo dai droni iraniani e dai razzi di Hezbollah. George, 65 anni, venuto dal sud, dice che Gerusalemme è «il cuore del mondo e il cuore di tutto il popolo ebraico». Ma non spetta al mondo averne cura, «responsabilità e sovranità sono di Israele». Israele conquistò Gerusalemme Est nella guerra mediorientale del 1967 e in seguito la annesse. Una mossa che le Nazioni Unite e la maggior parte dei Paesi non hanno riconosciuto. Chi si attendeva un corteo con una sfilata di cappi, per inneggiare all’approvazione della pena di morte dei palestinesi come reiteratamente fanno gli esponenti dell’estrema destra, non ha avuto la foto che molti davano per scontata. L’ordine ai manifestanti è giunto con il passaparola: «Il mondo ci guarda. Solo bandiere». Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir giunto sul complesso della moschea di al-Aqsa ha rivendicato la sovranità ebraica sul sito, lasciando intendere che i musulmani dovrebbero stare alla larga. Il messaggio è ogni anno più chiaro e gridato.
La Gerusalemme palestinese, di arabi musulmani e di cristiani, viene compressa. Negozi chiusi, strade svuotate, quartieri attraversati da gruppi nazionalisti. E nel giorno in cui a Ramallah si tentava di riaffermare la centralità dell’Autorità palestinese, la città che dovrebbe essere il cuore della sua rivendicazione politica appare ancora più lontana. Non c’è spazio per gli israeliani che la pensano in un altro modo. Davanti all’Hotel King David, altro luogo che ricorda battaglie e vittorie per la nascita dello Stato di Israele, due anni prima della “nakba”, la cacciata dei palestinesi nel 1948. Una ventina di ragazzi prova ad attraversare pacificamente la chiassosa moltitudine giunta dalle colonie. Per poco non finiscono all’ospedale e in galera. Si fanno precedere da uno striscione in inglese: «Gerusalemme libera dal fascismo». Sfilano con bandiere di tre colori diversi, che messe l’una accanto all’altra fanno quella della Palestina. Alcuni automobilisti provano a travolgerli, mentre dai cortei opposti si staccano alcuni energumeni che con l’asta delle bandiere tentano di bastonare i «traditori e complici dei terroristi», urlano. La baruffa viene interrotta dalla polizia, che trascina alcuni dei giovani antifascisti e poi li disperde. In fondo salvandoli dal linciaggio a cui sarebbero andati incontro in venti contro ventimila. Ma consegnando la città chi si oppone alla sola idea di una Gerusalemme tre volte santa.

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