Dopo la guerra e la fame, l'alluvione. Il grido di Gaza: «Cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo?»
di Luca Foschi
Disastro tra le tendopoli dopo le piogge torrenziali degli ultimi giorni: a migliaia senza rifugio. «Scaviamo canali, ma le strade sabbiose sono impercorribili»

Le prime piogge autunnali si sono abbattute ieri su Gaza, riportando drammaticamente alla luce la grave condizione di precarietà che caratterizza la vita quotidiana degli oltre due milioni di abitanti dell’enclave palestinese. Secondo l’ufficio Media del governo di Hamas, almeno 70mila tende sono state allagate dalle precipitazioni torrenziali, accompagnate fin da venerdì notte da forti raffiche di vento che spirando dal mare hanno investito le tendopoli cresciute negli anni lungo i litorali sabbiosi, casa per centinaia di migliaia di persone. La Protezione civile locale ha ricevuto 1.500 chiamate d’emergenza in appena 10 ore, mentre il livello dell’acqua raggiungeva in alcune aree i 30-40 centimetri. «Alcune zone di rifugio sono state completamente allagate, e tutte le persone costrette all’aperto, nell’ignoto», ha dichiarato Mahmoud Basal, portavoce della Protezione civile, ricordando inoltre che simili condizioni, in un contesto in cui il sistema sanitario è al collasso, possono rapidamente trasformarsi in malattia e morte per i più deboli.
«La situazione è estremamente difficile, la nostra tenda è collassata venerdì notte, e oggi non siamo riusciti a trovare nessun luogo dove potessimo riposare. Le lenzuola e i materassi sono fradici. Davvero non so cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo. Perché il mondo non ci vede?», dice ad Avvenire Mohammad Dahman, padre di quattro figli, giornalista che da oltre venti anni lavora per l’agenzia stampa palestinese Wafa. Dahman è una delle oltre 15mila persone individuate dall’Organizzazione mondiale della sanità per una urgente evacuazione dalla Striscia, motivata da gravi condizioni di salute. «Abbiamo fatto del nostro meglio per scavare i canali di scolo, ma non è servito. L’intero campo profughi di al-Mawasi, a Khan Yunis, è stato colpito dall’alluvione. Le strade sabbiose sono diventate impercorribili. Ho avuto una colica renale feroce, non potevo raggiungere l’ospedale, credevo di morire. Per fortuna sotto la pioggia ho trovato da un vicino una iniezione di antidolorifico. Il dolore si è attenuato, ma è ancora lì», racconta Dahman.
Il Pronto soccorso dell’ospedale al-Shifa di Gaza City è stato invaso dall’acqua e costretto a sospendere le attività per quattro ore. Mohammad Abu Salmiya, il direttore della struttura, ha avvertito del rischio di un aumento delle malattie respiratorie e gastrointestinali. Secondo il medico «moriranno molte persone, dozzine e forse centinaia, fra i neonati che hanno bisogno di calore nelle tende». La Protezione civile di Gaza ha registrato il ferimento di cinque persone, causato dal crollo di due muri e di una lastra di ferro. Secondo il Norwegian refugee council 1,65 milioni di gazawi vivono nelle tende o in rifugi di fortuna, spesso ricavati in edifici pericolanti. I collassi determinati dalle intemperie hanno ucciso decine di persone durante l’inverno dell’anno scorso. Il governo di Hamas attribuisce la responsabilità delle catastrofiche condizioni a Israele, da oltre un anno restia nel permettere l’ingresso nella Striscia di mezzi meccanici, tende e materiale da costruzione. Il Cogat, l’agenzia militare israeliana che amministra il flusso degli aiuti, ha dichiarato venerdì che in coordinamento con le organizzazioni internazionali ha intensificato gli sforzi per migliorare le condizioni sanitarie della Striscia di Gaza, in previsione delle forti piogge.
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