Con Zurbian e i pescatori di Aden: così lo Yemen vive l'incubo di un nuovo conflitto

di Laura Silvia Battaglia, Little Aden
Mentre nello stretto di Bab al-Mandab riprende il traffico delle petroliere, sulla costa proliferano i check point dei secessionisti finanziati dagli Emirati e nel mirino dei sauditi
January 4, 2026
Un uomo in canottiera e a piedi nudi è accucciato sulla battigia davanti a reti da pesca
Il pescatore Zurbian al-Ameri prepara le reti sulla spiaggia di Raf Khormaksar, sulla penisola di Little Aden a un paio di chilometri dalla grande città portuale dello Yemen meridionale © Laura Silvia Battaglia
Zurbian al-Ameri trascorre la giornata sgranocchiando noci e sbucciando melograni nell’insenatura di al-Kaysa, non distante dall’area di al-Ghadir. Da questo punto della costa, nota come la penisola di Little Aden, la grande città portuale dello Yemen è distante un paio di chilometri. Chi vuole stare tranquillo viene qui a godersi il paesaggio, a farsi una gita in barca, o a pescare per diletto, mentre Zurbian arrotonda. «Di settimana mi muovo in mare più aperto, direzione sud-ovest nel Golfo di Aden, così pesco come si deve; nel fine settimana mi sposto qui: è facile trovare gente ricca che vuole essere portata in qualche isola deserta per farsi il bagno in santa pace, magari in coppia».
Zurbian, che di anni ne ha quaranta e fa il pescatore da quasi altrettanti, ci porta sull’isolotto di Hallah dove per cinque ore ci siamo solo noi, accompagnati da colonie di granchi indaffarati a far da mangiare ai piccoli appena nati. L’acqua del mare è calda e la sua trasparenza non ha nulla da invidiare alle Maldive; in qualche insenatura rocciosa il dejà vu ci porta alle Eolie mediterranee. Salvo che il contesto è profondamente diverso perché è quello in cui si svolge, di fatto, una delle battaglie marittime più cruciali del momento, destinata a diventare sempre più intensa.
Basta infatti veleggiare più a nord, allontanandosi dall’isola ed entrando in prossimità del porto petrolifero, che il paesaggio cambia completamente, soprattutto al tramonto: i barchini dei pescatori si fanno più radi, puntando verso sud, e compaiono gigantesche chiatte petroliere, ancorate temporaneamente o in viaggio, parecchie battenti bandiera panamense. Come la Majesty che incrociamo ancorata e immobile appena fuori dal dedalo degli isolotti: l’elica della Majesty è il doppio del barchino di Zurbian, che non si scompone ma si avvicina per permetterci di comprenderne le proporzioni. All’orizzonte siamo in grado di conteggiare altre dieci petroliere in movimento, pronte per il passaggio nello Stretto delle Lacrime (Bab al-Mandab, letteralmente la “Porta delle Lacrime”) che raggiungeranno a breve, in meno di 24 ore. Dopo l’ultimatum dell’Arabia Saudita, destinato alle truppe emiratine presenti nel territorio yemenita, da Aden fino al porto di Mukalla sulla costa sud ma più a est, bombardato proprio dai sauditi per fare arretrate le milizie separatiste locali che intendono ridurre l’influenza di Riad sullo Yemen, nei prossimi giorni qui ci sarà un gran da fare.
Riaccompagnandoci sulla costa, Zurbian punta col dito a una villa bene in vista e isolata, circondata da una barriera che non permette la salita dal mare. «Quella era la villa dei manager della Arc, la Aden Refinery Company». Storicamente originata dalla British Petroleum nel 1954, la Arc, diventata statale con l’indipendenza dello Yemen, aveva lasciato progressivamente il campo ad altri competitor come l’irachena Gulf Aden e un paio di altre holding sussidiarie. Ma Zurbian riferisce un’altra storia: «È stata abbandonata dai proprietari all’inizio dell’invasione delle milizie dello Yemen del Nord, gli Houthi. Gli emiratini sono arrivati qui e ne hanno fatto il quartier generale». Zurbian racconta che gli emiratini sono saliti fin su con i cammelli, anche se non ci è dato verificare quanto la realtà sia già diventata leggenda tra i locali. Fonti militari, però, ci confermano che la bella villa serve da avamposto di controllo e che, conformemente a questa scelta strategica, le principali figure politiche che siedono oggi nel Parlamento di Aden, ma che sono storicamente dei separatisti e appartengono al Consiglio di transizione del Sud (Stc) – come il vicepresidente del Consiglio di leadership presidenziale Aidarus Qassem Abdulaziz al Zubaidi – hanno occupato tutte le ville di al-Ghadir. Non male, in quanto a vista sul mare.
Intanto, c’è da capire cosa succederà in città, dove tutti i check point sono in mano alle milizie separatiste del Sud, finanziate e armate dagli emiratini, e bisogna vedere se gli Emirati vorranno fare marcia indietro su strategie e investimenti già avanzati. Nessuno li ha ancora schiodati dall’isola di Zuqar tra lo Stretto e l’Eritrea, su cui hanno costruito una base aerea anti-Houthi, e da Socotra nell’Oceano Indiano, dove stanno colonizzando la popolazione locale con il soft power turistico.
Nella capitale Aden, la zona di Ma’alla, sotto l’area più storica di Krater, è diventata il quartier generale delle milizie separatiste di Stc, che lì hanno posizionato la nuova base militare. Gli altri investimenti degli Emirati sono strutturali e commerciali ma fortemente significativi, in una metropoli portuale che doveva essere ricostruita da zero dopo la guerra civile: il Seera district risplende di nuovi palazzi tirati su dalle macerie; la costa di Abian ritorna a pullulare di baracchini e narghilè sulla spiaggia alla sera; la prima banca di Aden, la Fad Bank, apre nuove filiali in giro per gli investimenti più recenti; chi vuole essere alla moda va a fare shopping all’Aden mall e trascorre il venerdì di festa nell’Aden park. La città è puntellata da cartelloni pubblicitari che magnificano Mohammad bin Zayed, il ruler di Dubai. Non c’è un solo adenita che vorrebbe cambiare il corso degli eventi, se questo può portare ricostruzione, denaro, investimenti. Ma i sauditi ci tengono a fare capire chi può fare la differenza: il sistema sanitario locale è dominato dalle loro organizzazioni benefiche, al punto che il principale ospedale della città porta il nome del principe saudita Mohammad bin Salman. Del vecchio governo centralizzato e guidato dall’ex presidente yemenita Mansour Hadi non resta traccia, se non un cartellone sbiadito con il suo ritratto sulla strada per il porto principale.
Intanto, al Suq Samak, il mercato del pesce, gatti, capre, uomini amputati e ragazzini senza padri si contendono le lische e le frattaglie della pulitura. Medhar dice, masticando un tozzo di pane raffermo: «Sono appena diventato garzone e vado a pescare la notte: se la guerra tra Sud e Nord Yemen riprende sul mare, posso farla finita». Dal Suq Samak si intravede il biancore della villa del vice-presidente al-Zubaidi ma Medhar non l’ha mai vista da vicino.

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