Una memoria viva contro le mafie e contro il silenzio
Dal dolore per l’uccisione di mio padre la nascita di un impegno civile con Libera e non solo: così la memoria delle vittime di mafia diventa forza collettiva per la verità, la giustizia e il cambiamento

Il 21 marzo 1996 partecipai alla prima edizione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzata dalla neonata rete associativa “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, a Roma, in Piazza del Campidoglio. Vivevo, da quasi un anno, giorni drammatici: mio padre, Francesco, era stato ucciso il 31 marzo dell’anno precedente, nello stesso periodo in cui nasceva la rete di Libera. Ho sempre considerato questa coincidenza molto significativa. Il fatto che la prima Presidenza di questa realtà associativa avesse deciso di raccogliere le storie delle persone uccise dai fenomeni criminali nelle diverse regioni d’Italia fu per me estremamente importante: anche la storia di mio padre, fino ad allora sconosciuta nel panorama nazionale, venne inserita in un elenco che si stava via via componendo. Un elenco di storie e, quindi, di nomi, che costituiva una sorta di puzzle, espressione di una narrazione inedita: la mafia non aveva colpito solo in Sicilia, ma in numerosi luoghi del nostro Paese e, soprattutto, ben prima dei tragici fatti del 1992, legati alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, a Palermo. Nel 1996 ero del tutto inconsapevole del movimento antimafia che stava nascendo, a partire proprio dalla volontà di costruire una memoria pubblica e collettiva di storie che rischiavano di restare sconosciute, impedendo all’opinione pubblica di comprendere la reale portata dell’aggressione mafiosa. Nella situazione di dolorosa confusione in cui mi trovavo, decisi di accettare l’invito a partecipare alla Giornata.
Non mi aspettavo una piazza così gremita di persone, tra le quali mi immersi, nel sole di quella prima giornata di primavera. Nel corso della mattinata, da un palco sul quale si erano avvicendate autorità ed esponenti della società civile, ebbe inizio la lettura di un elenco di nomi appartenenti a persone che non conoscevo. Nella piazza calò il silenzio. In quel momento mi si avvicinò una signora dagli occhi azzurri, che mi prese per mano. Accolsi con gratitudine quel gesto, perché, improvvisamente, dopo aver ascoltato i nomi dei magistrati uccisi nelle stragi siciliane del 1992, sentii pronunciare anche il nome di mio padre, Francesco Marcone, scandito con cura nel silenzio. Provai un’emozione unica e straordinaria: fu il primo passo per uscire dal tunnel della solitudine sociale in cui vivevo nella mia città, Foggia, dove mio padre era nato ed era stato ucciso. Tornai a casa portando con me gli abbracci delle persone che, dopo la lettura dei nomi, avevano condiviso e accolto la mia emozione. La signora dagli occhi azzurri, che scoprii essere Rita, sorella di Paolo Borsellino, mi accompagnò da don Ciotti, dal quale ricevetti un abbraccio forte e parole sincere di incoraggiamento a resistere, perché anche il mio contributo era necessario per cambiare le cose. Da allora, ogni anno mi metto in viaggio dalla Puglia per raggiungere il luogo scelto, di volta in volta, in cui organizzare questa straordinaria prima giornata di primavera che, a partire dal 2006, è preceduta da un incontro tra i familiari delle vittime delle mafie. Fu proprio a Torino, il 20 marzo di quell’anno, che don Ciotti e i volontari del Gruppo Abele e della rete piemontese di Libera organizzarono per la prima volta questa assemblea, incoraggiandoci a raccontare il nostro vissuto davanti a una platea di persone con esperienze di dolore simili, eppure diverse.
Anche il 20 marzo 2006 rappresenta un momento fondamentale nella vita di molte persone, che da quel giorno maturarono una maggiore consapevolezza di far parte di una rete capace di ascoltare e accogliere. Quest’anno la Giornata è stata organizzata nuovamente a Torino, un luogo che ha avuto un ruolo centrale nella nascita e nello sviluppo della rete associativa di Libera. Nel documento che racconta la trentunesima edizione, ripercorriamo le numerose tappe di questo cammino. In questo viaggio a ritroso abbiamo inserito anche le storie di vittime legate alla regione piemontese, scoprendo un gran numero di persone le cui vite si sono intrecciate, in qualche modo, con quel territorio. I loro nomi fanno parte del lungo elenco che verrà letto il 21 marzo: oltre mille nomi, raccolti nel corso dell’anno da un gruppo di persone che, senza avere l'intento di effettuare un riconoscimento istituzionale di competenza degli organi a ciò preposti, è guidato dalla necessità di offrire una lettura sociale dei contesti in cui queste storie sono maturate, affinché non vengano dimenticate. La scelta dello slogan della Giornata, “Fame di verità e di giustizia”, non è casuale: in quell’elenco ci sono tante, troppe storie, compresa quella di mio padre, che non hanno ancora avuto una piena verità giudiziaria. L'assenza di una verità giudiziaria per un numero così alto di vicende umane, costituisce una lacuna di conoscenza e comprensione preoccupante, che solo un grande impegno di ricostruzione storica riesce a colmare in parte. Sono certa che la consapevolezza di queste vite spezzate, la cui memoria è spesso l’unica forma di riconoscimento sociale, abbia alimentato le numerose iniziative organizzate, in preparazione della Giornata, in Piemonte, in tutta Italia e anche oltre i confini nazionali, grazie alle reti associative di cui Libera fa parte o che ha promosso.
Fenomeni come mafie e corruzione, anche nelle forme che assumono oggi e nei luoghi in cui non ci aspetteremmo di trovarli, richiedono un impegno costante ed efficace, capace di leggere il presente e progettare il futuro. È necessario farlo anche attraverso quelle che chiamo “le lenti della memoria”: uno sguardo che, grazie alla consapevolezza del passato, ci aiuti a riconoscere i rischi di infiltrazione delle organizzazioni mafiose nel presente, nonostante la loro capacità di adattarsi e trasformarsi. La memoria collettiva può essere uno strumento efficace non solo di contrasto, ma anche di nutrimento per la nostra democrazia, capace di tracciare un orizzonte di cambiamento reale, di speranza e di riconciliazione civile. C’è però una condizione, senza la quale la memoria rischia di trasformarsi in uno sterile esercizio retorico: che quel lungo elenco di nomi riesca davvero a scavare dentro di noi, a scuotere le coscienze di tutte e tutti, anche delle persone indifferenti, e a costruire una responsabilità collettiva, proprio perché quei nomi rappresentano vite realmente vissute. In questo tempo senza pace, l’auspicio è che si colga l’opportunità unica offerta da questa giornata, il cui significato coniuga indissolubilmente una memoria collettiva e vitale, all’ impegno rinnovato, che non solo ci impedisca di assuefarci alla presenza di mafie e corruzione, ma ci spinga a sentirci parte di una comunità in cui la forza dei legami costruisca un futuro libero da ogni oppressione criminale, capace di ricucire i tanti strappi che i gravi crimini mafiosi hanno determinato nel nostro stesso tessuto sociale e non solo nelle vite delle singole vittime. Quando ascolto i nomi delle persone a noi care, mi capita di ripetere a me stessa: mai più. La mia più grande speranza, così come quella delle tante famiglie di vittime, che partecipano ogni anno numerose, è proprio questa: che quanto accaduto a noi non accada mai più.
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