Trump, Meloni e quel rispetto dovuto ai popoli che per la politica è dovere (non opportunità)

La forza non dovrebbe mai trasformarsi in dileggio. La grandezza delle nazioni si misura nella capacità di dialogare, non di mortificare l'avversario
Google preferred source
June 19, 2026
Trump al G7
Trump al G7 di Evian
Lasciateci l’illusione di continuare a credere che chi sta ai posti di comando sia, non dico migliore ma almeno alla stregua del comune cittadino per quanto riguarda la buona educazione. Fa bene a voi, a noi, al Paese che governate. In politica estera servono uomini e donne carismatici capaci di mediare, illustrare, fare alleanze; oltre a doti non comuni di furbizie e scaltrezze. Meglio sarebbe eccedere anche in doti eccezionali di bontà. Ai tavoli internazionali di lavoro si decidono le sorti di milioni di esseri umani. Vero è che l’abitudine, l’amor proprio, gli orgogli politici e nazionali, sovente, prendono il sopravvento, ma un briciolo di umanità per chi, come noi, ha avuto la gioia di condividere questa bella e irripetibile esperienza della vita, è da conservare e accrescere. Il presidente Donald Trump ha il dente avvelenato con Giorgia Meloni per questioni squisitamente politiche. Non entro nel merito. Il carattere irruente e irridente di Trump è cosa nota. Con gli Stati Uniti siamo alleati, occorre, quindi, andarci piano, misurare le parole, evitare di agire di pancia. Finalmente i due si incontrano. Si parlano. Gli uomini come noi, di buona volontà e nessun potere, tirano un respiro di sollievo. Altro essi non vogliono che vivere e fare vivere sereni, lontani dalle guerre, dai bombardamenti, dalla fame, dalla sete, dalle carestie indotte. Le foto dei bambini malnutriti, scheletrici, che rischiano la cecità per malattie facili da debellare, la distrofia, il cancro, sono insopportabili. I cristiani sottoscrivono le parole di papa Leone XIV sulla pace. Essi sanno di dover rendere conto a Dio nel Giorno del giudizio per ogni vita maltrattata, umiliata, condannata a morte. Ma anche i non cristiani di buona volontà sanno di avere nel successore di Pietro un alleato sicuro sul cammino della pace e della giustizia, della dignità umana.
Siamo contenti che tra il potentissimo Trump e la nostra presidente del Consiglio sia ritornato il sereno. Passa poco tempo ed ecco arrivare la mazzata. Trump rivela ai quattro venti che per quella foto la Meloni lo avrebbe “implorato”. Netta e precisa la disdetta della nostra presidente: «Io e l’Italia non abbiamo mai implorato nessuno». Prima considerazione: ammesso che Trump dica il vero, a una implorazione inopportuna avrebbe dovuto rispondere: “no”. Magari attenuando il rifiuto con un “grazie, non è il caso”. Un sorriso di circostanza avrebbe chiuso la faccenda. Questo discorso vale per tutti, a tutti i livelli. Nel momento in cui accetti di farti fotografare, ben sapendo che quella foto, nel giro di poche ore, farà il giro del mondo, non hai più il diritto di giustificarti, come fanno i bambini. Chiunque tu sia, ci fai brutta figura. Se poi sei il presidente degli Stati Uniti, la brutta figura viene amplificata a dismisura. Due: non poche volte mi sono ritrovato a “implorare” qualcuno, per amore dei poveri, dei piccoli, degli ammalati, dei vecchi, degli invalidi. Nessuno si scandalizzi: per salvare un ragazzo dallo scoraggiamento che lo porterebbe a fare un gesto insano, sono disposto a inginocchiarmi davanti a chicchessia. Le nazioni non hanno tutte la stessa forza economica o bellica. Sappiamo come stanno le cose a livello mondiale. Dopo secoli di barbarie, di torture, di sopraffazione, di fiumi di sangue versato, gli uomini sono giunti alla convinzione che la legge del più forte è da aborrire. Che deve prevalere la forza della ragione, del dialogo, del confronto, della diplomazia, della solidarietà. Che chi ha di più sarà davvero grande non quando schiaccia sotto il suo tallone il debole ma quando si pone in soccorso delle sue fragilità. Non chiamatemi ingenuo, non pensate che stia vagando tra le nuvole, non vogliatemi riportare con i piedi per terra. Il nostro vero dramma non è non avere i piedi per terra, ma non avere più la capacità di sognare, di osare, di tentare, di condividere. E per chi ha fede in Dio – sia esso cristiano o di altra religione – di pregare.
Al di là delle precise e misuratissime risposte che il nostro governo e le forze politiche stanno facendo arrivare a Trump, vorrei anch’io, prete di periferia, permettermi di dire che così proprio non va. Che le offese personali sono sempre un male, ma quando, come in questo caso, sono del tutto inutili, si fanno dannose e dolorose. Non pretendo un ritorno al vecchio galateo, ma un minimo di rispetto per chi detiene importanti cariche politiche, religiose, istituzionali, sì, soprattutto da chi, in qualche modo, condivide gli stessi ruoli. Lo sanno tutti, offendendo un capo di stato o di governo civilmente e democraticamente eletto, si offende e si umilia tutto il popolo che rappresenta. E nelle condizioni in cui versa il mondo in questo periodo, tempo e volontà per aggiungere sconcerto e a sconcerto, amarezza ad amarezza, proprio non ne abbiamo. Maurizio Patriciello.     

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire