Se invisibili sono i padroni

La scusa non regge più: ogni giorno gli sfruttati ci sorpassano in bicicletta con i loro borsoni colorati. Li vediamo pigiati negli scantinati, bastonati dai padroncini al primo accenno di sciopero. Chi davvero non si vede sono coloro che dello sfruttamento beneficiano. E il vero pericolo è il nostro assuefarci, anche come consumatori
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June 5, 2026
Se invisibili sono i padroni
Riders a MIlano /Imagoeconomica
Chissà, forse a risolvere il problema del caporalato ci penserà domani l’Intelligenza artificiale. Calcolando, in una frazione di secondo, quante ore di lavoro di braccianti occorrono per raccogliere le fragole in un’impresa agricola. E, in un’altra frazione di secondo, controllando nell’anagrafe Inps se quell’azienda ha effettivamente versato contributi corrispondenti, riscontrando fatture di vendita e bonifici degli stipendi. D’altro canto, se già oggi l’Agenzia delle Entrate è in grado di pre-compilare la mia dichiarazione dei redditi – comprese le detrazioni spettanti – e l’Inps di preparare la dichiarazione Isee con pre-inserite tutte le mie proprietà, perché non può segnalare automaticamente l’inaffidabilità contributiva di un’azienda?
Sì, l’IA potrebbe risolvere il problema sul piano pratico, ma non basterà per salvarci davvero. Perché per evitare l’involuzione morale in cui stiamo precipitando, le macchine non sono sufficienti. Occorre recuperare la nostra umanità. Quella che ti fa avvertire, a pelle, l’ingiustizia di sfruttare il bisogno dell’altro. Di comprometterne la dignità per il proprio utile. Fino a mettere in conto che quel lavoratore possa morire in un cantiere privo di misure di sicurezza. O debba accontentarsi solo del cibo e di una tana dove dormire: come gli animali da soma nelle stalle. Il “giusto salario” – garanzia di dignità per le persone – ridotto a privilegio riservato a sé stessi e pochi altri.
Eppure, centinaia di migliaia di esseri umani nel nostro Paese sopravvivono in queste condizioni. Un tempo, ci raccontavamo che erano “invisibili” e le nostre coscienze restavano più leggere. Perché “non sapevo”, “non immaginavo che lavorassero così”. Ma la scusa non regge più: ogni giorno gli sfruttati ci sorpassano in bicicletta con i loro borsoni colorati. Li vediamo sciamare all’alba verso le campagne e tornare il pomeriggio per rifugiarsi in baracche o centri d’accoglienza. Persino quelli che lavoravano chiusi negli scantinati non possiamo più dire di non vederli: perché in Toscana i padroncini li bastonano al primo accenno di sciopero. A Milano, ci pensa la magistratura a portare alla luce i casi più eclatanti e paradigmatici.
Gli unici realmente invisibili, oggi, non sono gli sfruttati ma coloro che dello sfruttamento beneficiano. No, non i caporali – bassa manovalanza efferata – quelli in un certo numero vengono arrestati. Ma i proprietari dei terreni in cui i braccianti si sfiancano per pochi euro. I committenti dei lavori edili senza misure di sicurezza. I padroni degli opifici in cui si cuciono le borse degli stilisti. Le finte cooperative e agenzie per il lavoro conniventi. La filiera del subappalto in cui ogni livello deve guadagnarci qualcosa e l’ultimo operaio paga in privazioni e precarietà il plusvalore dell’intera catena. Ecco, di questi veri invisibili vorremmo che emergessero maggiormente le responsabilità. Siamo certi che non rappresentano la maggior parte della nostra classe imprenditoriale. Ma occorre rendere visibili anche quei meccanismi, sempre più raffinati e difficili da individuare, attraverso i quali il profitto viene costruito comprimendo i diritti di chi ha meno forza contrattuale. Perché questa rischia sempre più di apparire una regola accettabile del mercato. E il vero pericolo risiede in questo nostro assuefarci – anche come consumatori – a una differenziazione etica tra un “noi” da promuovere e un “loro” con meno o zero diritti. Il secondo gruppo oggi comprende soprattutto stranieri e migranti, ma va allargandosi sempre più anche agli italiani con meno risorse.
L’altro ieri, commentando la strage di Amendolara, il generale Vannacci ha tagliato corto: «Se importi il Terzo mondo, diventi Terzo mondo». Quasi questa situazione fosse esclusivamente un portato delle presenze straniere. Dimenticando che chi sfrutta i lavoratori immigrati sono quasi sempre imprenditori italiani. Così come italiane sono le mafie che controllano diversi territori e condizionano affari e lavori. E senza contare, infine, che quanto a lavoro “nero” e sfruttamento dei lavoratori il nostro Paese “vanta” una lunga tradizione. Quella che oggi sta evolvendo in una sorta di neocolonialismo domestico. In cui i nuovi àscari intermediano la manodopera straniera da spremere per confezionare i prodotti del prestigioso Made in Italy. Eppure, ad assaggiarle davvero, quelle italianissime fragole non sono dolci. Lasciano in bocca un retrogusto salato di sangue e sudore. 

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