C'è un passaporto digitale che può liberare i braccianti (e i prodotti) dal caporalato

Il progetto Irsi di Next, Adoc e ministero del Lavoro punta ad introdurre un qr code che certifichi il trattamento dignitoso dei braccianti. Sono già un centinaio le aziende che hanno aderito
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June 5, 2026
C'è un passaporto digitale che può liberare i braccianti (e i prodotti) dal caporalato
Raccolta delle fragole nei campi a Cassina de Pecchi / FOTOGRAMMA
Tragedie come la strage di Amendolara accendono i riflettori per un breve lasso di tempo ma per debellare il fenomeno dello sfruttamento nei campi occorre un ribaltamento di prospettiva. In grado di rendere tutti consapevoli di come vengono prodotti i cibi che ogni giorno arrivano sulla nostra tavola. I prodotti agricoli non lavorati hanno una marginalità bassissima e proprio per questo chi ha il coltello dalla parte del manico (imprenditori agricoli e caporali) lo utilizza, incurante delle regole e quasi certo di farla franca per l’assenza di controlli. «Inutile nascondersi dietro un dito queste cose terribili accadono per il prezzo del lavoro – spiega Luca Raffaele direttore generale di Next-Nuova Economia per tutti, una rete di imprese, comunità e istituzioni, che da anni promuove modelli di sviluppo sostenibili – dalle nostre ricerche emerge che la retribuzione media annua dei braccianti è di 6mila euro lordi a fronte di un settore che vare 73 miliardi di euro. Per questo crediamo che occorra dare maggiori informazioni ai consumatori, metterli nelle condizioni di votare con il portafogli».
I tentativi istituzionali di combattere il caporalato, a partire dalla legge del 1996, non hanno dato i risultati sperati. Nel 2024 è stata varata la rete agricola di qualità: un registro in cui le aziende si autocertificavano dichiarando di non avere vertenze o denunce pendenti. «C’è stata una discreta adesione all’inizio, di fornitori costretti dalla grande distribuzione, ma di fatto ad oggi risultano iscritte meno di mille realtà con il paradosso che sono quelle meno controllate – sottolinea Raffaele –. Ma il vero problema è che questa rete prende in considerazione solo le questioni giuridiche, è una sorta di “fedina penale”, e non analizza elementi sociali che invece sono fondamentali come l’orario e le condizioni di lavoro, il reclutamento, la questione abitativa, il trasporto e ovviamente la retribuzione».
I casi di caporalato in Italia sono circa 230mila ma si tratta di un dato sottostimato. Nel 2023 dopo la morte del bracciante indiano Satnam Singh, lasciato agonizzante per strada, è emerso che il 60% delle imprese controllate in provincia di Latina, appena 3500 in un anno, era fuori legge. Eppure le denunce continuano ad essere poche.
Nel 2021 Next, l’associazione di consumatori Adoc e ministero del Lavoro hanno dato vita al progetto CaporAlt# volto all’emersione del fenomeno, mentre tre anni dopo ha preso il via Iris, acronimo di Investire responsabilmente in inclusione e sostenibilità, che vuole fare un passo in più, spostando il focus dai lavoratori alla comunità. «Stiamo cercando di esportare il passaporto digitale, per il momento previsto solo nel settore tessile, all’agricoltura coinvolgendo i sindacati in incontri in tutte le Regioni d’Italia perché il caporalato non è un’esclusiva del Sud, ma è radicato anche in Piemonte e Lombardia» spiega Raffaele. Un’esperienza in questo senso è stata avviata nel 2011 dal movimento NoCap di Yvan Sagnet che ha lanciato prodotti “caporalato free” e creato una rete internazionale. Iris coinvolge al momento un centinaio di aziende che hanno deciso di partecipare facendo “mappare” la propria attività a 360 gradi. «Un passaggio importante, considerando che si tratta di piccole realtà, è la premialità che nella rete agricola di qualità mancava del tutto. Il nostro obiettivo è di promuovere le imprese virtuose, favorendole innanzitutto come fornitrici di Terzo Settore e sindacati, e avviando nel medio periodo una rivoluzione culturale. Il punto di arrivo è un qr code nel quale il cittadino possa trovare tutte le informazioni sul prodotto, non solo sulla sostenibilità ambientale ma anche sulla dignità del lavoro nei campi». La filiera “corta” dell’ortofrutta, infatti, è caratterizzata dall’assenza di controlli, che sono invece più stringenti nell’industria alimentare, e da margini di profitto ridotti. In media alle aziende agricole su 100 euro di prodotto venduto ne restano in tasca soltanto 7 euro, mentre 19 sono spesi per commercio e trasporto. «Sotto un certo prezzo di vendita è “mafia” ed è giusto squarciare il velo sullo sfruttamento. Ma il progetto Iris non si ferma qui: incentiva anche l’efficientamento della produzione, con corsi di formazione e progetti su misura per ridurre i costi» conclude il direttore di Next. Previsti anche corsi di italiano e tirocini in azienda per i braccianti.
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