Pilastri per la convivenza globale e segnalibri per il futuro

In un sistema internazionale privo di un’autorità superiore, la stabilità dipende da tre direttrici: tutela delle norme condivise, contenimento delle escalation e sviluppo di cooperazioni concrete tra società
March 28, 2026
Pilastri per la convivenza globale e segnalibri per il futuro
/Foto Siciliani
La soluzione moderna al problema della convivenza umana – il monopolio della forza attribuito a istituzioni politiche vincolate dalla legge – è alla base dello sviluppo civile degli ultimi secoli. Il problema è che ciò che ha funzionato su base nazionale non può essere replicato su scala globale. Non esiste – né è auspicabile – uno Stato planetario dotato di legittimità e capacità coercitiva sufficienti a governare le relazioni tra Stati e tra grandi attori transnazionali. Il sistema internazionale resta così strutturalmente fragile: le regole ci sono, manca un’autorità capace di imporle in modo efficace. In questo contesto, il disordine e la violenza rimangono possibilità incombenti. Tanto più oggi, con le tante forme ibride di attacco: cyber-war, guerre economiche, manipolazioni informative, terrorismo, destabilizzazioni interne. Svanita l’illusione di un mondo retto da una crescita economica capace di elidere ogni conflitto, il rischio è quello di una progressiva erosione delle regole condivise e di una deriva verso una conflittualità sempre più esplosiva. La strada per superare le potenti spinte involutive sarà lunga e difficile. Percorribile a condizione di non perdere quei pochi punti di riferimento a cui è possibile oggi appellarsi.
Il primo è la necessità di non distruggere quegli elementi del diritto internazionale costruiti nel corso degli ultimi decenni. Organizzazioni multilaterali, trattati, corti internazionali, norme umanitarie rappresentano un patrimonio fragile ma prezioso. Essi non hanno eliminato la guerra né garantito una giustizia perfetta, ma hanno contribuito a contenere l’arbitrio e a creare spazi di negoziazione. Smantellare o delegittimare queste strutture in nome di un realismo cinico o di una sovranità assoluta non fa altro che accelerare la spirale della violenza. Difendere il diritto internazionale non significa idealizzarlo o ignorarne i limiti. Significa piuttosto riconoscere che, in un mondo privo di un sovrano globale, le regole condivise rappresentano l’unico argine contro la logica della forza. Il loro rafforzamento passa attraverso la riforma delle istituzioni esistenti, una maggiore inclusività nei processi decisionali e un impegno concreto degli Stati nel rispettare gli impegni assunti. Senza questo minimo comune denominatore normativo, la fiducia - già molto fragile - rischia di dissolversi ulteriormente. Un secondo punto di riferimento consiste nel non essere moltiplicatori attivi della violenza. In un sistema interconnesso, ogni azione ha effetti che si propagano ben oltre le intenzioni originarie. Decisioni unilaterali, escalation retoriche, sanzioni indiscriminate, interventi militari privi di un chiaro orizzonte politico possono innescare dinamiche difficili da controllare. Come le vicende di questi ultimi anni (Ucraina, Gaza, Iran) mostrano chiaramente. Nella situazione in cui ci troviamo, l’uso diretto della forza non fa altro che buttare benzina sul fuoco. Ciò che serve è una cultura politica capace di valutare le conseguenze a lungo termine, di privilegiare la prudenza strategica e di riconoscere la complessità delle situazioni. Non essere moltiplicatori di violenza significa, altresì, rifiutare la dottrina – tanto di moda oggi – dell’attacco preventivo. Teoria che alla fine giustifica tutto (come dimostrano i casi dell’Ucraina e dell’Iran). Rappresentare l’altro come nemico assoluto, costruire identità contrapposte e irriducibili, semplificare in modo manicheo le controversie rafforza l’idea che la guerra sia la soluzione. Per avere pace bisogna prima disarmare i cuori. Infine, il terzo riferimento riguarda il potenziamento di concreti punti di collaborazione e integrazione, non soltanto sul piano economico ma anche su quello culturale e sociale. L’esperienza degli ultimi decenni ha mostrato come l’interdipendenza economica, pur importante, non sia sufficiente a garantire relazioni pacifiche e costruttive. Quando manca un senso condiviso di appartenenza a una comune umanità, le reti commerciali e finanziarie possono essere rapidamente trasformate in strumenti di competizione aggressiva. Per questo diventa cruciale investire in forme di cooperazione che favoriscano la conoscenza reciproca, il dialogo interculturale, la costruzione di legami sociali transnazionali. Scambi educativi, progetti scientifici comuni, iniziative culturali, politiche di sviluppo sostenibile condivise possono contribuire a creare un tessuto relazionale più denso e resiliente. In un mondo segnato da profonde differenze storiche e politiche, l’integrazione non può essere imposta dall’alto, ma deve essere costruita pazientemente attraverso pratiche quotidiane di collaborazione. Riconoscere la comune umanità non significa negare i conflitti di interesse o le divergenze di valori. Significa, piuttosto, collocarli dentro un orizzonte più ampio in cui la distruzione dell’altro non appare più come un’opzione accettabile. Siamo nel mezzo di una tempesta globale. Per superarla serve la capacità degli attori di autolimitarsi, di cooperare e di immaginare forme nuove di convivenza. È una sfida difficile, che richiede visione politica, responsabilità morale e creatività istituzionale. Ma è anche l’unica strada percorribile se vogliamo evitare che il XXI secolo sia ricordato come un’epoca di regressione violenta anziché di maturazione civile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA