Pietro Rescigno, il civilista che ha incontrato la bioetica

La morte del giurista di fama, capace di sostare nel punto in cui il diritto incrocia la persona, rappresenta un lascito attuale tra coloro che hanno custodito il magistero del limite. La sua memoria diventi un omaggio alla cultura giuridica che ha incarnato
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August 26, 2026
La notizia della morte di Pietro Rescigno, civilista di fama e accademico dei Lincei, costringe a una distinzione che, in realtà, è anche un ricongiungimento. Rescigno è stato un grande giurista ma, per molti, è stato soprattutto qualcosa di più raro: un civilista capace di sostare nel punto in cui il diritto incontra la persona. Non solo il diritto delle istituzioni, dei rapporti, delle categorie; ma il diritto dei “corpi intermedi” – tanto caro all’associazionismo cattolico che ha così trovato dignità giuridica negli enti che lo rappresentano; della figura dell’“abuso del diritto”, strumento normativo che il grande civilista ha valorizzato per contrastare l’astratto formalismo delle modalità di esercizio dei diritti soggettivi. Ma anche il profilo di bioeticista — e il fatto che abbia attraversato il Comitato Nazionale per la Bioetica sotto quattro diverse presidenze — non ne è un’appendice biografica.
Ci sono giuristi che dominano i concetti. E ci sono giuristi che, oltre a dominarli, restano pensosi e riflessivi, come, con rara intelligenza, ha sempre operato il professor Rescigno nei rapporti con studenti, allievi e colleghi. Anche la bioetica è il luogo della riflessione: il luogo in cui il lessico del diritto viene messo alla prova dalla sofferenza, dalla tecnica e dalla promessa scientifica, dal desiderio di generare, dal rifiuto della terapia, in definitiva, dal confine tra ciò che si può fare e ciò che non si deve fare. In quella frontiera Rescigno non appare, come un visitatore occasionale, ma è una presenza di lunga durata: una di quelle figure che aiutano le istituzioni a non smarrire il linguaggio della misura. Perché questo, in fondo, è il tratto che distingue il giurista bioeticista dal semplice commentatore morale del proprio tempo. Il primo non semplifica, non cerca scorciatoie, deve capire e nominare con coraggio i conflitti, così da pesare i beni in gioco e impedire che la persona scompaia dietro la procedura o dietro la prestazione tecnica. È difficile pensare a un lascito più attuale. Il nostro tempo è dominato dall’accelerazione: la scienza avanza, le tecnologie promettono, il dibattito pubblico si polarizza, la politica rincorre e l’opinione si divide per slogan. In mezzo a tutto questo, la funzione del giurista restituisce gravità alle parole: “dignità”, per esempio, non come formula ornamentale, ma come criterio reale. Il posto di Rescigno, nella memoria pubblica, va cercato anche lì: tra coloro che hanno custodito un magistero del limite, non nel senso povero del freno ideologico opposto al nuovo; piuttosto nel senso alto della forma giuridica data alla potenza. Ogni epoca ha la sua tentazione: la nostra è credere che tutto ciò che è tecnicamente possibile chieda soltanto una disciplina organizzativa. La bioetica, invece, ricorda che prima della regolazione viene la domanda sul senso; e il buon giurista sa che il diritto non serve a spegnere quella domanda, bensì a impedirle di essere travolta dall’efficienza.
In questo, il civilista incontra il bioeticista; anzi, si rivelano la stessa persona. Perché il diritto civile, quando è pensato nel suo nucleo più profondo, è il diritto dei rapporti umani e della responsabilità, cosicché la parola data è una libertà che incontra l’altro e perciò trova il suo limite. Portare questa cultura dentro la bioetica significa ricordare che il paziente non è soltanto un caso clinico e il suo consenso non si riduce a una firma e il suo corpo non è una cosa, ma anche che la generazione non è una procedura disancorata dalla biologia e che la vulnerabilità accresce – non riduce - il bisogno di tutela. Significa, in fondo, opporsi alla disumanizzazione con gli strumenti sobri del diritto.
Forse è per questo che una presenza lunga nel Comitato Nazionale per la Bioetica conta più di quanto il dato biografico, da solo, lascerebbe intendere. Pietro Rescigno ha attraversato, come detto, ben quattro stagioni del CNB negli anni Novanta, sotto le presidenze di Adriano Bompiani, Adriano Ossicini, Francesco D’Agostino e Giovanni Berlinguer. In sedi come quella, il giurista non è chiamato soltanto a esprimere competenza. È chiamato a esercitare una forma di responsabilità pubblica del pensiero. Deve dialogare con medici, filosofi, scienziati, credenti e laici, portatori di culture diverse e talvolta inconciliabili, con un linguaggio comune, con  parole abitabili dalla comunità civile. Restare autorevoli in quel luogo attraverso stagioni diverse significa avere rappresentato qualcosa che eccede la congiuntura: uno stile, un metodo, una fiducia. Il punto di equilibrio è difficile, spesso doloroso, sempre esposto alla contestazione. Ma è lì che si misura la grandezza di una cultura giuridica.
Per questo la scomparsa di Pietro Rescigno non riguarda soltanto la memoria del diritto civile italiano ma anche e particolarmente la qualità del discorso pubblico sulla persona; discorso non impaziente ma pensoso perché profondamente umano.

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