Diritti, libertà, diseguaglianze: ma quali idee ci sono oltre al dibattito in corso sul “woke”?

Il fenomeno italiano è ben poca cosa rispetto a quello americano. Inseguire una polemica nata negli Stati Uniti rischia di eludere la differenza tra i contesti e trasformarsi in propaganda più che in verità
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August 26, 2026
Giuseppe Conte ed Elly Schlein
Giuseppe Conte ed Elly Schlein
Negare a Giuseppe Conte abilità politica sarebbe fare un torto alla realtà, indipendentemente dal grado di simpatia che si può nutrire verso l’ex presidente del Consiglio. L’essersi intestato con tempestività la guida del dibattito nel centrosinistra sulla cosiddetta cultura woke, in scia a una nuova fiammata di interesse proveniente dagli Stati Uniti, ne evidenzia il fiuto e la volontà di accreditarsi anche sul piano culturale come leader dell’opposizione italiana. Ma la velocità e il desiderio di piazzare una bandierina su ogni terreno che si apre, caratteristici ormai dello spazio pubblico, rischiano di banalizzare anche i temi più degni di riflessione. E spesso di tradire sul medio periodo chi si avventa per primo sulla preda, malgrado l’effetto mediatico iniziale.
Ci si può chiedere innanzitutto se può bastare una battuta – perché questo era – di Alexandria Ocasio-Cortez in un’intervista televisiva per avviare una repentina revisione ideologica e programmatica. AOC, come la deputata americana è chiamata familiarmente sui media Usa, 36 anni, è una personalità di primo piano del Partito democratico finora schierata su posizioni radicali, vicina a Bernie Sanders, e figura ancora divisiva nel suo schieramento. Richiesta di commentare alcune vecchie dichiarazioni di Francesca Hong – bocciata alle primarie democratiche per la candidatura a governatore del Wisconsin e favorevole all’abolizione della polizia, delle prigioni e alla “cancellazione” del Giorno del Ringraziamento – Ocasio-Cortez ha citato ridendo una formula del consigliere comunale newyorkese Chi Ossé: «Woke 1 was crazy», ovvero la versione più spinta di quella stagione di accese rivendicazioni identitarie e di riscritture simboliche del passato, soprattutto negli anni 2019-2021, si è rivelata “una follia” che è tempo di superare.
Quattro parole che hanno senza dubbio il loro peso e sono suonate come una sorpresa, sia per l’identità di chi le ha pronunciate sia per il loro carattere apparentemente liquidatorio. AOC ha ricondotto quella stagione all’eccezionalità della pandemia, definendo peraltro “fruttuose” le discussioni di allora e osservando che nel frattempo è cambiata soprattutto la retorica. Il fronte conservatore americano ha parlato di un’operazione cosmetica per future mosse elettorali, in assenza di un elenco delle idee sbagliate e delle responsabilità relative. Con un certo provincialismo, sia consentito dirlo, Conte ha cavalcato il momento per denunciare come la sensibilità ai diritti delle minoranze - pur riconoscendone il contributo al contrasto di razzismo, sessismo e discriminazioni - sia degenerata a volte in conformismo ideologico, moralismo, cancel culture e repressione della libertà di opinione. Perciò il “woke” non può diventare l’ossatura di una forza progressista, perché trasformato in una «religione morale autoreferenziale», allontana la sinistra dai ceti popolari e ne indebolisce la credibilità. La priorità politica deve tornare quindi alle radici materiali delle diseguaglianze.
Ammesso che sia possibile parlare di woke come di un fenomeno unitario, tali considerazioni si potevano fare da molto tempo in termini di critica delle idee (e lo si è fatto, anche su questo giornale), mentre si semplifica e si elude la differenza tra i contesti. Gli elettori italiani sono preoccupati della censura sull’arte o delle battaglie sulla correttezza delle denominazioni dei gruppi umani? Se è così, si sarebbe dovuto rassicurarli molto prima. Se invece sono per lo più ignari dell’argomento, seguire la polemica americana diventa un momento di propaganda più che di verità, cui si sono già accodati altri esponenti del centrosinistra, timorosi di essere superati in corsa. Il woke italiano è infatti ben poca cosa rispetto a quello americano.
Quest’ultimo è stato infilzato con un’immagine efficacissima dallo scrittore Chris Pavone nel suo romanzo L’ultimo turno, un giallo di successo che è insieme una riuscita satira sociale. Il miliardario sciovinista Whit Longworth chiede se si debba dire ancora “neri”, dato che prima il termine giusto era “afroamericani”; quindi, si è passati a “neri” e dopo a “Neri” con la maiuscola, per transitare a “comunità di colore”, BIPOC, “Black, Indigenous and People of Color”. Il commento finale è fulminante da qualunque lato lo si giudichi: «Potete dirmi che questa evoluzione non è progettata per far sì che alcune persone calcino la palla sempre verso la porta sbagliata con la garanzia di mancarla, e vengano cancellate per questo? Persone come me». Nella New York descritta dal libro, però, razzismo e discriminazioni restano una costante, intrecciata alle profonde diseguaglianze di reddito e di ricchezza.
Che il consenso progressista, quando si concentra nei grandi centri urbani e universitari, non basti a vincere le elezioni è noto da tempo. Almeno dal voto per la Casa Bianca del 2016, quando a Cambridge Hillary Clinton ottenne l’87,4% contro il 6,2% di Trump e a Berkeley il 90,4% contro il 3,2%. La candidata democratica vinse il voto popolare nazionale, ma Trump conquistò il Collegio elettorale e divenne presidente. Ed è stato rieletto nel 2024. Forse più pertinente a una riflessione sul nostro Paese sarebbe la scomoda (e controversa) tesi di Augusto Del Noce. Il filosofo cattolico, nel 1978, sosteneva che la rivoluzione marxista si fosse “suicidata” perché, invece di abbattere la società borghese-capitalistica, aveva finito con l’eliminare proprio gli ostacoli morali e religiosi che ne limitavano l’espansione. A suo avviso, fallita la prospettiva di un ribaltamento economico-politico, la sinistra ha trasferito il proprio impulso di trasformazione sul terreno dei costumi e dell’emancipazione. Tuttavia, questa svolta libertaria e permissiva, secondo Del Noce, non conduce a una società ugualitaria: produce individui sradicati, orientati al desiderio e al consumo, perfettamente funzionali alla società opulenta, tecnocratica, competitiva e, al suo fondo, nichilista.
Anche oggi questa lettura critica – qui molto semplificata – solleva interrogativi legittimi. Ma se l’analisi del filosofo sottovalutava profondamente il potenziale positivo di alcune svolte che hanno prodotto progressi indubitabili, dal cammino verso la parità tra uomini e donne alla maggiore autonomia degli individui, il rischio è che un centrosinistra incline a emarginare la cultura cattolica dismetta frettolosamente tutto il pacchetto woke senza raccogliere la provocazione delnociana, cioè senza elaborare una diversa idea della libertà, e per di più butti via, con l’acqua sporca della cancel culture, anche il bambino, ovvero i diritti meritevoli di tutela. Proprio su queste colonne, poche settimane fa, Marco Iasevoli suggeriva che il Campo largo più che sulle primarie si concentrasse sull’elaborazione di un progetto culturale. Se si vuole rianimare un dibattito che vada oltre gli slogan, questa può essere l’occasione. Che idea costruttiva di Paese si vuole proporre? A quali fonti ideali ci si vuole rivolgere? Esiste un disegno unitario in cui rientrino i principali problemi da affrontare? E quali gli strumenti coerenti per farlo? Su questo c’è molto da pensare e lavorare. A sparare sul woke ci pensa già il centrodestra.

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