I bambini di Gaza e noi: quando torneremo a immaginare la pace?
Nati e cresciuti tra fame, paura e macerie, i piccoli nella Striscia subiscono una violenza disumana e inaccettabile. Vanno salvati, anche dalla nostra rassegnazione alla guerra

Prosegue la campagna rilanciata da Avvenire per l’attribuzione del Nobel per la pace ai bambini di Gaza, proposta da Eugenio Mazzarella (oltre 21mila le adesioni a petizione.gaza@avvenire.it). Di seguito il contributo di Alessandro Zaccuri, editorialista di Avvenire.
I bambini di Gaza sono bambini. Non sono un numero, né un dato statistico. Non sono vittime collaterali, non sono un incidente della Storia. I bambini di Gaza sono bambini. È una frase semplice, composta da appena sei parole, due delle quali sono di troppo. I bambini sono bambini. Essere costretti a precisare che anche i bambini di Gaza lo sono è già una sconfitta, è il segno di uno scandalo al quale ci siamo abituati con rapidità colpevole, noi che ci consideriamo al sicuro e le guerre le guardiamo da lontano, come se fossero uno spettacolo che non ci riguarda. E allora ci distraiamo con i numeri, con i dati statistici, con l’eufemismo delle vittime collaterali e con il ritornello della Storia che, di tanto in tanto, incappa in un incidente.
I bambini di Gaza sono bambini. Non sono diversi dai nostri figli, dai nostri nipoti. Vedono il mondo per la prima volta e quello che vedono per la prima volta è il loro mondo, forse lo sarà per sempre. Per i bambini di Gaza il mondo è furore e fuoco, cenere e macerie. Nascono nel lutto, respirano rabbia e paura. Quella paura, quella rabbia precedono la loro nascita. Spesso accompagnano la loro morte, acuiscono il dolore delle ferite e l’insulto delle mutilazioni. A questo male che si vede e si sente (le grida, il pianto, il sangue, la materia impura dell’infezione) corrisponde il male che non si vede, silenzioso e terribile. Quando non muoiono, i bambini di Gaza sopravvivono, magari mutilati e feriti, spesso orfani di tutto: di padre, di madre, di speranza. Capiscono subito di avere nemici, imparano presto a diventare il nemico che altri vogliono combattere e distruggere. I bambini di Gaza si consumano nella fame, nella sete, nell’umiliazione. In quel deserto apprendono il linguaggio brutale della vendetta e così si ricomincia da capo. Altra cenere, altre macerie. Altro fuoco e furore.
I bambini di Gaza vanno salvati dalla violenza. Da quella che patiscono e da quella che viene annunciata. I bambini di Gaza devono sapere – e anche gli adulti devono saperlo, il mondo intero lo deve ricordare – che non esiste solo la guerra. Hanno bisogno di sapere che la pace esiste, che la pace è possibile. Ma non lo sapranno mai, se noi per primi non crediamo nella possibilità infinita di un destino affrancato dalla violenza. I bambini di Gaza nascono in una guerra che non hanno cominciato e che, in questo momento, sono condannati a subire o, peggio, a proseguire. Questa guerra esiste perché noi, gli adulti, abbiamo smesso di credere nella pace. Di nuovo, ci siamo abituati. Alcuni con rassegnazione, altri con soddisfazione, perché gira voce che la guerra sia conveniente, molto più conveniente della pace.
Ai bambini di Gaza va restituito il dono dell’immaginazione, che è la forza da cui la Storia è guidata. Non dalle armi, non dal sopruso né dall’astuzia. La Storia cambia – anzi, la Storia inizia – quando si ha il coraggio di immaginare che il mondo sia diverso da quello che appare: che l’altro non è necessariamente un nemico, che il denaro non decide tutto, che al dolore sarà data consolazione. L’immaginazione parla il linguaggio della pace, perché la pace è un atto di immaginazione, mentre la guerra è ripetizione, è una cattiva abitudine, è il vizio dal quale non riusciamo a liberarci. La guerra è mancanza di fantasia, anche quando si escogitano modi fantasiosi per uccidere. La guerra fa sempre la stessa cosa, la pace fa sempre qualcosa di inaspettato.
I bambini di Gaza non si aspettano di ricevere il premio Nobel per la pace, ed è per questo che lo meritano. Non illudiamoci che si tratti di un atto di generosità nei loro confronti. Siamo noi adulti ad avere bisogno di questo slancio di immaginazione. Siamo noi che dobbiamo ritrovare la fantasia che, poco meno di un secolo fa, ci aveva portati a immaginare un mondo senza guerra. Com’è andata lo sappiamo, e sappiamo che non è andata bene. Sappiamo che, se non ci svegliamo dal torpore dell’abitudine, non andrà mai meglio.
I bambini di Gaza sono bambini. Noi adulti dobbiamo tornare come loro. Dobbiamo tornare a immaginare. Dobbiamo tornare bambini per soffrire e gioire come solo i bambini sanno fare.
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