Oggetti inutili, ruoli soffocanti? Impariamo da Lazzaro

La scena evangelica, letta con Agostino, mostra che non basta tornare alla vita: serve un processo di scioglimento dai legami che imprigionano. Il tempo quaresimale diventa così un esercizio di distacco per riscoprire se stessi e orientare in modo autentico l’amore
March 22, 2026
Oggetti inutili, ruoli soffocanti? Impariamo da Lazzaro
Un ritratto di Sant'Agostino
Siamo una civiltà che non vuole perdere nulla. Accumuliamo oggetti inutili e relazioni tossiche, conserviamo ruoli che non ci appartengono più, difendiamo privilegi che ci soffocano pur di non affrontare il vuoto di un distacco. L’epoca digitale ha perfezionato questa patologia: tutto si archivia, nulla si cancella davvero, ogni frammento del passato è recuperabile a portata di schermo. Conservare è diventato un riflesso automatico, quasi una virtù. Ma esiste una perdita feconda, una morte necessaria senza la quale non c’è vita autentica. La quinta domenica di Quaresima lo dice con una scena potente: Lazzaro che esce dal sepolcro. L’episodio di Giovanni 11 non smette di interrogarci: Lazzaro esce dal sepolcro, ma è ancora avvolto nelle bende. «Torna in vita, non si muove; è ancora legato» (Discorso 139A, 2). Rivolgendosi ai discepoli Gesù dice: «Scioglietelo e lasciatelo andare». Quella frase sospesa tra il miracolo già avvenuto e la liberazione ancora da compiere ci parla di noi, della nostra condizione spirituale, della fatica individuale che si chiama conversione.
Per Agostino, «le opere del Signore non sono soltanto dei fatti, ma anche dei segni» (Omelia 49, 2). Lazzaro, morto da quattro giorni, già maleodorante sotto la pietra, rappresenta il peccatore oppresso dall’abitudine al male. Non il peccato occasionale, non la caduta improvvisa. «Il pesante masso posto sul sepolcro», scrive l’Ipponate, «rappresenta la penosa potenza dell’abitudine, poiché opprime l’anima e non le permette né di alzarsi né di respirare» (Discorso 98, 5). Cristo freme, piange, grida a gran voce. Perché quel turbamento? Agostino lo interpreta come un insegnamento: il fremito di Cristo è l’invito a non restare indifferenti di fronte al peso dei propri sepolcri interiori. È la fede che si riscuote, che non accetta di restare sepolta sotto la consuetudine. Solo quando nell’uomo comincia a fremere la coscienza, Cristo può gridare: «Lazzaro, vieni fuori!». La pedagogia agostiniana è però più sottile di una semplice chiamata al rimorso. Il morto esce – vivo, restituito – eppure è ancora avvolto nelle bende. Mani legate, piedi fasciati, volto coperto dal sudario. Vivo, ma non libero. Ed è allora che Gesù pronuncia una seconda parola, rivolta, questa volta, non al morto, ma ai presenti: «Scioglietelo e lasciatelo andare». La resurrezione è avvenuta, ma la liberazione non è ancora completa. La potenza divina ha già operato nell’intimo – la vita restituita –, ma c’è qualcosa che invece richiede un processo, un intervento comunitario, un’opera paziente di scioglimento. È qui che Agostino introduce una distinzione cruciale: ciò che va sepolto e ciò che risorge non sono la stessa cosa. Non si tratta di rianimare ciò che era morto per ritrovarsi di nuovo al punto di partenza, ma di uscire trasformati, «sciolti» nel senso più profondo: liberi da quell’identità vecchia che le bende rappresentano. Le bende sono il vecchio sé – il peccato, l’abitudine, le strutture di una vita costruita attorno a ciò che ormai deve essere lasciato andare. Ma Lazzaro, sotto le bende, è Lazzaro: la sua identità autentica, quella voluta da Dio, quella che la morte non ha potuto toccare. La resurrezione non inventa una persona nuova dal nulla: restituisce chi si era, liberando da ciò che avvolgeva e soffocava.
Questo ci conduce al cuore della teologia agostiniana del desiderio. Il celebre «Ama e fa’ ciò che vuoi» (Commento alla Lettera di S. Giovanni 7, 8) si rivela nella sua radicalità: tutto dipende da cosa ami e da come ami. Qui entra in gioco la distinzione tra uti e frui, tra l’usare e il godere nel senso pieno. Il peccato, e ancor più l’abitudine al peccato, è sempre una forma di uti deviato: si usa qualcosa come se fosse il fine, ci si attacca a ciò che dovrebbe essere mezzo. Si «usa» una relazione per colmare un vuoto, si «usa» un ruolo per costruire un’identità, si «usa» persino la religiosità come schermo contro la vera trasformazione. Il distacco necessario non è ascetismo per il gusto del sacrificio, ma è l’uti riportato al suo posto per liberare il frui: il godimento dell’unico bene che non delude, l’amore che non consuma ciò che ama. La Quaresima è questo apprendistato. Non un tempo di penitenza cupa, di privazioni da sopportare stoicamente, ma una scuola della perdita feconda: imparare che si può lasciar morire qualcosa senza che la vita si spenga. Anzi, che proprio attraverso quella morte qualcosa di più vero diventa possibile. «Scioglietelo e lasciatelo andare». La comunità, il sacramento della riconciliazione, l’accompagnamento spirituale non sono supplementi facoltativi del cammino cristiano: sono le mani che sciolgono le bende. Perché liberarsi non è mai un atto solitario né un atto unico. È un processo che si compie nella relazione, nella cura reciproca, nella parola che disfa i nodi che da soli non riusciamo neppure a vedere. La Pasqua restituisce ciò che era vivo e aspettava, sotto la pietra, di essere chiamato per nome.

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